“Sono stato e forse sarò sempre attratto da tutte le cose che può fare la lingua”, cantano i Marta Sui Tubi in Cinestetica, in quel caso riferendosi all’organo fonatorio – che poi sarebbe il significato dal quale, per metonimia, deriva quello di lingua come linguaggio, un mondo affascinante che davvero mi ha sempre attratto. Non sono mere speculazioni: studiare il linguaggio è studiare il pensiero. Quando in Cent’anni di solitudine la malattia dell’insonnia priva tutti i personaggi di Macondo della memoria, José Arcadio Buendía tappezza tutto il paese di etichette perché gli abitanti si ricordino il nome delle cose e la loro funzione – senza il mondo rischierebbe di smettere di funzionare (quanta angoscia crea in quel passo la prospettiva di un futuro senza ricordi, senza parole, in cui dimenticati i nomi e le funzioni dei mezzi di sussistenza tutto quello che è stato costruito dal nulla crollerebbe perché non si saprebbe più lavorare e procurarsi di che vivere). Il nostro linguaggio funziona proprio così: cerca di categorizzare l’immensa realtà che ci circonda, assegnando un nome agli oggetti, formando classi e sottoclassi che stanno tra loro in una complessa rete di relazioni.
