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venerdì 2 gennaio 2015

L'arte spiegata ai non vedenti: La corsa dei cavalli, di Onofrio Mineo

(Onofrio Mineo, un artista siciliano, schivo e solitario, ossessionato dai suoi fantasmi, ancora  non esposto né conosciuto)

Anche la domenica la mia sveglia interiore, quella dello stomaco per intenderci, non sente ragioni. Prima ancora di sentire il little big bang sul comodino, il mio orecchio anticipa il suono ed eccomi alzata anche quando non devo andare a scuola. Così giovane sono. Vado a scuola ogni mattina. La bidella faccio, mi piace farmi chiamare così dai picciriddi, collaboratrice, per loro è troppo lungo, rischiano di fare pipì prima di aver concluso la chiamata, cioè la parola.
C  O  L  L A B O R A T R I C E E E E…
14 lettere.
Meglio la metà, si risparmiano tempo e pulizie. I bagni si possono aprire ad una certa ora, ma loro, si sa, non conoscono orari. Ce n’è uno che mi fa tanta pena, educato, ben vestito, ma disabile assai. Tu parli, tu gli racconti l’ultimo goal di Totti e lui sorride, per capire, capisce ma per vedere… Niente, cieco è dall’età di cinque anni. Quindi il mondo se lo ricorda, i colori pure, le forme vagamente, i quadri, tutti. Gli piacevano da morire. Suo padre dipingeva, gli faceva i ritratti, gli schizzi, gli acquarelli di tutto quello che desiderava rimanesse su tela.
Pure le corse dei cavalli. A Bagheria si facevano, dalla Punta Vugghia brocchi, scecchi, mezziscecchi, puledri, purosangue annacquato salivano anche senza fantino per arrivare sutta u ruoggiu du palazzu (Butera, palazzo delle suore, oggi sede ufficiale del sindaco grillino) e pigghiarisi a coppa.
Suo padre ce lo portava fino a quando si continuarono ad effettuare, anche senza permesso, e lui poteva assistere. Poi B O O M ! Un botto e tutto andò in fumo, le balle di fieno, le redini, il cavallo arrivato primo, gli occhi di Peppino. Ma il suo quadro della festa , no.
Trenta per cinquanta, sei palloncini in primo piano coi colori e le forme che non si vedono più, teste incrociate, l’una accanto all’altra per gustarsi lo spettacolo dei due fantini che arrivati insieme, ammazzano di frustate i poveri cavalli, uno baio, l’altro sauro che arrancano davanti la bancarella di calia e simienza. Le transenne dividono i gruppi di persone e di classi sociali, assittati gente rispettata assai, mafiosi e parrini, tutti gli altri in piedi e ammassati. Questi sembrano più contenti e priati, lo spettacolo è fatto solo per loro e i loro figli. Peppino è proprio il primo, davanti con il suo palloncino a spicchi colorati,allacciato al polso per non farlo scappare,felice e soddisfatto del suo primo regalo della festa appena cominciata. Il festino non è quello di Santa Rosolia, ma pure bello è. Dura tre giorni, c’è la banda cittadina, arrivano cantanti della televisione e le donne in minigonna con le mutandine nere,le calze ricamate e il reggiseno a barchetta. Peppino, questo se lo ricorda ancora.

Maria Letizia Mineo

martedì 28 ottobre 2014

Pennac al teatro "Al Massimo"

ovvero giornalista domenicale a seguito di scrittore a corto di idee (alla Repubblica delle idee io c'ero)

Con grande orgoglio telematico il mio compagno da due anni, ha prenotato due poltrone a “al Massimo". Ma che danno? Di domenica mattina per giunta? una sorpresa per i francofili razza wwf: viene a trovarvi un certo Daniel Pennac può interessare? Mah! Abbiamo altre cose da fare forse? e vada per lui e quel nanetto tutto sorridente del direttore "repubblicano".
Non so cosa aspettarmi, ho un vago presentimento ma lo tengo per me, non voglio scoraggiare né deludere il mio caro Alfredo. Partiamo con relativo anticipo, per la nota destinazione.
Postomacchinatrafficolentezzadomenicaleesodofestivogiornatadanonperdere. Bene arriviamo i primi o forse appena i terzi, siamo davanti prima al cancello gigantesco poi alla vetrata custodita da hostesscuolaalberghieraservizioextra, ci fotografano pure, saremo sul notiziario stasera stessa, forse domani non dopo. Altrimenti a che serve lavorare  per la carta stampata? Guardo per avvistare mia nipote, aspirante giornalista, vorrebbe intrufolarsi per intervistare il noto scrittoreMalaussènecomeunromanzo diariodiscuola, e basta? Certo che no, ci regalerà il meglio di sé se non ci fosse quel direttore con le domande belle preparate e impostate, sembra il professore che si è dedicato tutto il sabato alla preparazione della lezione del lunedì, peccato che sia domenica e di prediche sono piene tutte le chiese, parrocchie, canoniche e monasteri vari. Niente da fare, la sindrome da professionista della parola è sempre in agguato. I primi a soffrirne sono gli insegnanti, poi i giornalisti e avvocati o viceversa, a seguire preti, venditori, logorroici cronici etc etc. Anche l'amico di Troisi potrebbe trovarsi bene in questo ambiente, in un teatro gremito di un pubblico silenzioso e attento. Tutto qui? Beh, a me dopo le prime due domande mi è venuto il dubbio atroce che Pennac abbia dimenticato quanto e cosa abbia scritto e il compitino del solerte supergiornalista sia quello di rammentargli "lei ha detto... lei ha scritto... lei ha pure aggiunto... Mi aspettavo che, alla fine, il caro ospite francese esplodesse in un "Mi ricordo tutto quello che ho potuto dire, affermare ma... possiamo parlare anche di qualcos'altro? O meglio "Monsieur Maurò on pourrait parler aussi des jeunes que vous connaissez dans la rue, dans votre travail, sont-ils maitres de quoi? De leur identité? Souverains de soi? du soidisant rien? Les élèves ne sont pas seulement enfants , les éleves c'est moi, toi, vous cher public attentif et silencieux, trop peut-etre, tous ceux qui veulent apprendre pas seulement ècouter les precheurs du dimanche.

L'ho solo immaginato ma va bene lo stesso.

Letizia Mineo