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martedì 26 gennaio 2016

La settimana bianca, E. Carrère




Davvero gli adulti ricordano com’erano da bambini? La memoria cresce insieme a noi, deforma, minimizza o amplifica le sensazioni che vivevamo a nove anni. Grazie a Nicolas torniamo a vedere la realtà esattamente con gli occhi di quando eravamo piccoli, il mondo si muove secondo una logica diversa, dinamiche apparentemente semplici fanno scaturire ansie e batticuore o, al contrario, fatti morbosi vengono riportati su un livello di comprensione autoreferenziale. Il senso di colpa di un bambino, dovuto alla sua visione egocentrica del mondo – che ha motivo di esistere in relazione solo e soltanto al suo sentire -. La vita edulcorata dalla fantasia di un novenne normale, sebbene abbia tutte le ragioni di sentirsi diverso dagli altri (coetanei e non), è sempre meno orribile di quanto non sia secondo la verità adulta e Carrère riesce a condensare questi concetti duri in un romanzo breve, a dimostrazione del fatto che la grandiosità di un’opera non si misura in numeri sfarzosi e che troppe parole servono solo a soddisfare bisogni effimeri. Niente didascalismi, dunque, rimandi secchi che fanno l’occhiolino al lettore, dal quale si pretende sveltezza d’intelletto e al quale si offre, in cambio, la libertà di chiudere il cerchio.


In seguito Nicolas cercò a lungo, ancora oggi, di ricordarsi le ultime parole che gli aveva rivolto suo padre. L’aveva salutato sulla porta dello chalet, gli aveva nuovamente raccomandato di fare attenzione, ma Nicolas era così imbarazzato dalla sua presenza, così ansioso di vederlo andar via che non era stato a sentire. Non gli perdonava di essere lì, di attirare sguardi che immaginava ironici, e si era sottratto al suo bacio chinando la testa. Nell’intimità familiare non l’avrebbe passata liscia, ma sapeva che così, davanti a tutti, non avrebbe osato rimproverarlo. 

Serena Giattina

mercoledì 30 dicembre 2015

LA BLATTA SOLITARIA

D’in su la fetta de la margherita
Blatta solitaria pasteggiava
Godendo sullo zucchero velato
Ti guardo e già mi girano le palle
Briciole dintorno
Avanzi della torta che bramavo
Che a vederli mi si stringe il core
Se penso che oramai la colazione
Dovr’ordinarla al bar maledizione!
Voltastomaco soggiace alla mia stizza
Ti scaccio con un soffio indifferente
E in sincrono sollevo tacco e fetta
L’uno su te e l’altra è già boccone.

Serena Giattina, da "M'illumino d'insetto"



                                                            

giovedì 3 dicembre 2015

El mistero de la monnezzas


Chi lassò el matarazzo?

Dominica escorsa Puerto de Tierra se sveglia sommersa da rifiutos ingombrantes: decine de divanos y matarazzos abbandonati vicino ai cassonettos. 
Un abitante coraghioso ha preso la espada por la punta y ha lanciato el bat-allarme all’eroe cittadino: el vice sindaco Bat-Felipe qui se portò la sua personale esquadra de validos aiutantes. 
Chi fu el criminal che violò la legge buttando toda la monnezza – per lo più engombrante – lungo la estrada qui conduce alla frazione marinara del pays? Un imbecilles! Tuona Bat-Felipe. Fondamentale por risolvere el enigma es l’aiudo del capo neturbinos, qui se emprovisa investigatòr. 
Las indagines sono ancora en corso, ma los eroes han fiutado che el responsabile del gesto criminoso potrebbe essér un famoso commerciante de la capitàl. Presto los sviluppos, ma da ora tolerancia zero por qui infrange la leche.


Seregna Giattigna

venerdì 25 settembre 2015

Miss Seconda guerra mondiale


Nei giorni scorsi è stata incoronata la nuova reginetta di bellezza italica, Miss Italia insomma. Sì, il concorso esiste ancora. Da qualche anno il programma da Rai Uno è stato relegato a La7, ma che significa? Sì, il patron Mirigliani non c’è più, ma Miss Italia resta il concorso di bellezza più importante del Paese. È risaputo che La7 è un canale più libertario rispetto alla benpensante Mamma Rai, il testimone del patrocinante al concorso è passato alla figlia di Mirigliani, una donna al passo coi tempi, che ha sostituito più che degnamente il padre in un compito delicato come quello di madrina delle miss. La conduzione del programma è stata affidata a Simona Ventura. È segno dei tempi che cambiano, finalmente le donne possono dimostrare di valere quanto gli uomini, svolgendo compiti rilevanti con lo stesso zelo dei colleghi dell’altro sesso. Pari opportunità meritatissime. E che dire della nuova Miss? Per un anno intero tutte le ragazze tra i 14 e i 25 anni considereranno Alice Sabatini un punto di riferimento estetico e comportamentale (durante il concorso negli anni si è sempre detto che Miss Italia rappresenta la tipica bellezza nazionale, la ragazza della porta accanto), madri e padri potranno dormire sonni tranquilli considerandola emblema morale della gioventù moderna, una figlia in più. Si è alzato un gran polverone per un’esternazione della reginetta. Alla domanda – di spessore, come solo la giuria di un simile concorso può elaborare – posta dal giurato Claudio Amendola: “Se potessi scegliere di vivere in un altro periodo storico, quale sceglieresti?” Alice ha risposto candidamente che “visto che a scuola si studiano pagine e pagine sulla seconda guerra mondiale” vorrebbe vivere nel ’42 per vedere la guerra, tanto lei è donna e non avrebbe fatto il militare. E quindi? Solo perché oggi viviamo nel degrado morale e nella confusione di genere, ci scandalizziamo se una ventenne mantiene alto il significato dell’essere donna e non si vergogna di approfittare dei vantaggi che ne derivano? Le pari opportunità sono una cosa dei nostri anni, la ragazza mostra una spiccatissima conoscenza non solo della storia ma anche del diritto affermando che nel 42, essendo lei donna, avrebbe potuto godersi lo spettacolo della guerra senza andare in trincea. Nessuna offesa, dunque, a chi la guerra l’ha vissuta, alle donne di allora, che se avessero avuto davanti Amendola chissà che cosa gli avrebbero risposto.


Serena Giattina

lunedì 21 settembre 2015

Recensione: Cuore di cane, Michail Bulgakov

Che cosa succederebbe se un medico eugenetico decidesse di impiantare un’ipofisi umana nel cervello di un cane? Secondo Bulgakov il cane si umanizzerebbe sia fisicamente che psicologicamente. E ciò rappresenterebbe di certo un salto enorme per la scienza, ma se l’ipofisi usata per l’esperimento fosse appartenuta a un controrivoluzionario, per lo più dedito all’alcol, la faccenda sfuggirebbe senz'altro di mano e il comportamento del mutante diventerebbe imbarazzante, provocando situazioni imprevedibili e costringendo lo scienziato-padre della creatura a optare per soluzioni drastiche e moralmente discutibili – se già di per sé l’esperimento non avesse turbato il comune senso etico -.

Bulgakov non delude mai. La sua capacità di creare situazioni surreali è inimitabile. Cuore di cane è ambientato negli anni venti, dopo la rivoluzione sovietica e la creazione della NEP (Nuova Politica Economica), e l’autore non perde occasione di fare satira ai nuovi ricchi, che proprio grazie alla rivoluzione hanno scalato i gradini sociali, agli scienziati smaniosi d’innovazioni anche superflue, agli intellettuali e agli idealisti. I personaggi restano impressi nel lettore a prescindere dalla sua conoscenza del periodo storico dileggiato. Per qualche tempo Bulgakov poté vantarsi di essere lo scrittore preferito da Stalin, ciononostante Cuore di cane conobbe la censura e fu pubblicato postumo (nella madrepatria comparve solo nel 1987).

Serena Giattina

domenica 26 luglio 2015

Lamento di Portnoy - recensione di Serena Giattina

Alex Portnoy è un trentaquattrenne ebreo americano, un uomo brillante e professionalmente soddisfatto, che decide di andare in terapia, per guarire, come si scopre durante la sua confessione al Dr. Spielvogel, dalle sue ossessioni sessuali che, di fatto, regolano la sua vita da ché ne ha memoria. Con un linguaggio esilarante, dissacrante, a tratti quasi osceno, Roth affronta tematiche forti: l’influenza dei genitori sulla sessualità di un bambino; la cultura, i tabù, le usanze che interferiscono sulla formazione dei figli, il ruolo della religione e del periodo storico in cui si cresce – in questo caso si tratta degli anni ’60 - sono elementi fondamentali nella formazione dell’individuo, il tutto mosso dal motore sesso.

mercoledì 1 luglio 2015

Unghio o unghia?

ùnghio s. m. – Forma rara o scherz. per unghia: per nascondere la propria emozione si grattava un orecchio con il lunghissimo u. del mignolo sinistro (Tomasi di Lampedusa).

Il genere dei sostantivi è dato certo, inconfutabile. In genere.
I palermitani, però, sfuggono alla rigidità della grammatica imposta, dando vita a una lingua più libertaria. Se oggi alcuni termini sono utilizzati dalle fasce meno alfabetizzate della popolazione panormita, le ragioni non sono da liquidare con un banale “sono ignoranti, non sanno parlare”, ma cercate nella volontà di autonomia siciliana, che prima di concretizzarsi politicamente doveva passare attraverso la lingua. Prendiamo il caso dell’unghia. Lo stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa sembra buttar lì il termine incriminato, al maschile, per caso; si trattò invece di un messaggio in codice per i confratelli massoni e di un guanto di sfida lanciato in faccia all’intellighenzia dell’epoca. Fatto sta che scripta manent, così a tutt’oggi possiamo leggere nei suoi scritti “l’unghio”. Intanto il vento di rivolta in Sicilia si placò così come si era alzato e l’unghio fu relegato ai margini del ben parlare. 
In quel di Palermo era considerato inaccettabile parlare al femminile di qualcosa che, per natura, è strumento di aggressione. Si narra che in tempi remoti, un manipolo di picciotti, mandato da certi uomini d’onore, aggredì l’unghia alle terga e dopo averla imbavagliata e stordita la portò segretamente a Casablanca per un trapianto di sesso. Il luminare che si occupò dell’intervento fu zittito dall’intimazione “masculu è” e il suo silenzio ricambiato da lauta ricompensa. L’unghia, divenuta unghio per mano di bruti palermitani, fu rinvenuta in stato confusionale sulla sponda dell’Arno da un capannello di passanti che, scuotendola dal torpore e accorgendosi dell’abominio compiuto su quel corpo, l’accompagnarono immantinente a Casablanca per ridarle la sua natura. Il solito luminare scosse il capo, rivedendo la paziente, ma non potendo venir meno alla sua etica professionale, la portò nuovamente sotto i ferri. Da allora quell’essere ormai privo d’identità, abbonato a Volagratis per i continui impianti ed espianti di membro, vaga in lungo e in largo per lo stivale italico, talvolta ribellandosi agli aguzzini s’incarnisce e li fa soffrire, talaltra seppellisce il suo intimo dolore sotto strati di smalti variopinti, gel ricostituenti e strass frivoli, glissando indifferente alla domanda “come ti chiami?” 

Serena Giattina

giovedì 25 giugno 2015

Nitsch - macelleria catartica

In questi giorni fa molto discutere la scelta del Comune di Palermo di patrocinare la mostra di quest’artista dal nome che riecheggia il più celebre Nietsche. A differenza del suo quasi-omonimo, oltre a mancargli un paio di e, sembra che a quest’uomo manchi anche qualche rotella. E sì, perché definire artistici i suoi rituali macabri è quasi una follia. E dire che l’uomo, il cui aspetto da vecchietto bonario ricorda vagamente babbo natale, è solo la punta di diamante di una corrente artistica che in Austria dilaga: l’azionismo viennese. Wikipedia ci informa che il movimento in questione “si caratterizza per un uso insistente di immagini e tematiche di matrice psicologistica, sado-masochistica e autolesionistica, ispirate da un diffuso atteggiamento dissacrante, a tratti profanatorio, nei confronti dei simboli religiosi, delle funzioni del corpo e delle pratiche sessuali”. Secondo Nitsch e compari, è arte, ad esempio, crocifiggere un volontario seminudo e bendato e spalmarlo di vernice rossa mista a sangue di animali squartati all’uopo, con la partecipazione degli astanti, che da spettatori diventano parte attiva per la riuscita dell’opera d’arte in un delirio orgiastico e truculento in cui si oltraggiano persone e animali. Se l’oltraggio alle persone, però, è psicologico, quello a danno degli animali è anche fisico: a differenza degli umani, gli animali vengono uccisi, sviscerati, le loro interiora calpestate e fatte a pezzi. Certo, offendere la carcassa di un maiale è un conto, chissà che effetto farebbe se le stesse efferatezze fossero compiute su un cadavere umano. Comunque sia, tutto questo in nome di cosa? Della catarsi! Chi interviene a tali performance si purifica, secondo il genio Nitsch, attraverso l’orrore e toccando il limite del proprio lato oscuro. Forse noi siciliani siamo troppo provinciali a non comprendere l’estro, le associazioni animaliste sono folli a non tollerare la violenza sugli animali, ma se gli azionisti hanno ricevuto querele e ammende da ogni parte del mondo, un motivo deve pur esserci. Oltre a commettere svariate violazioni a danno degli animali, gli azionisti violano anche delle leggi internazionali, deridendo una confessione religiosa. Viene da chiedersi, fra l’altro, a che pro offendere una religione – in questo caso il cristianesimo – utilizzando uno strumento, la croce, che psicologicamente, anziché uscirne piegato, non può che rafforzarsi come simbolo nelle menti di chi assiste alle performance.
 Più che artista, forse Nitsch dovrebbe definirsi maestro, guru, sacerdote… insomma, di artistico in lui c’è ben poco, non mi risulta che predecessori più illustri dell’austriaco, pittori, scultori e musicisti, si siano preoccupati dell’effetto psicologico della loro opera sull’utente finale né, tanto meno, delle loro prese di coscienza. Forse il signor Nitsch è un filantropo, vuole aiutare gli uomini a canalizzare la propria energia negativa, violenta, attraverso i rituali che propone, per evitare che la stessa schizzi fuori, senza controllo, nei momenti più disparati e inopportuni. Chissà che gli intervenuti alle sue performance, non siano degli illuminati. Proprio come lui. Poco importa che gli animali vengano oltraggiati. Il loro sacrificio non sarà vano, perché avrà fatto registrare un crollo di violenza contro gli esseri umani. Allora viva le macellerie! Sì, gente. L’animalicidio terapeutico salverà il mondo.

Serena Giattina

giovedì 28 maggio 2015

La città della gioia - Recensione di Serena Giattina

Ma che gioia!?! Generalmente non infierisco contro i libri, nemmeno contro quelli che non mi entusiasmano particolarmente, perché rispetto gli scrittori e cerco di immedesimarmi nello sforzo che compiono per comunicare qualcosa attraverso la loro opera. Ebbene, con Lapierre non ce la faccio. Se lo avessi davanti, gli chiederei: Lapierre, anzi Dominique, perché?
Con tutta la buona volontà, non riesco a trovare niente, ma proprio niente, di salvabile in questa sua fatica. Sì, fatica. Per lo scrittore, che ha partorito il libro in questione a seguito di anni trascorsi in India, e per il lettore che deve fare i conti con un resoconto più noioso di un documentario muto. Almeno, però, in un documentario c’è il gusto di vedere immagini più o meno accurate, nel caso del lavoro di Lapierre, non solo lo scenario che ci si presenta alla vista non riesce a far entrare chi legge nei luoghi descritti, ma ha l’aggravante di un atteggiamento missionario davvero irritante nel suo moralismo.
I poveri indiani, pur non avendo niente, ma proprio niente, riescono a vivere, ad amare e perfino a gioire mentre tu, abbietto uomo occidentale, devi vergognarti del tuo materialismo che t’impedisce di apprezzare i veri valori. In linea di massima il messaggio è questo.

In cosa consiste la trama? Le vicende parallele di due protagonisti, Paul Lambert, un prete francese che si trasferisce a Calcutta per elevarsi spiritualmente stando a contatto con i miseri abitanti di una bidonville (nel libro, tanto per confondere le menti che hanno minor dimestichezza con la terminologia indiana, si chiama slum) e cercando, comunque, di ricambiare gli insegnamenti morali dei poveri, compito che non gli richiede chissà che impegno, perché coloro che si rivelano essere suoi maestri, salvo nei casi medici, rifiutano l’assistenzialismo e vogliono evolversi da sé – come dimostra una giovane coppia che, con grande sacrificio, riesce ad accumulare il necessario per lasciare Calcutta e tornare a vivere nelle campagne bengalesi per condurre una vita contadina, socialmente più dignitosa -. L’altro protagonista è Hasari Pal, un contadino che si trasferisce con la famiglia a Calcutta in seguito alla catastrofe economica che si abbatte nella sua vita per via della prolungata siccità che ha rovinato i suoi campi. Solo sul finire del libro Hasari e Paul s’incontreranno – il contadino che per un periodo ha vissuto sul marciapiede, poi grazie al lavoro di uomo-risciò può permettersi una baracca in una bidonville, questa a sua volta verrà distrutta perché sorgeva sulla futura linea ferroviaria e allora, grazie a un amico, Hasari trova alloggio in una baracca alla Città della Gioia, ovvero la bidonville in cui abita il prete -. Il loro incontro non aggiunge niente di nuovo al racconto. In realtà, la figura stessa di Hasari è superflua: se l’intento dell’autore era quello di offrire due punti di vista diversi – quello occidentale e quello locale – non è andato a buon fine. Il giudizio dello scrittore si sente in entrambe le voci; inoltre ha dato vita a talmente tanti personaggi che raccontano il loro vissuto, non dissimile da quello di Hasari, che il contadino è solo uno in più (e più prolisso). Si giunge faticosamente all'ultima pagina, non perché la narrazione non sia scorrevole, ma perché oltre alla fotografia della miseria non c’è proprio niente, al punto da chiedersi, chiudendo il libro: e allora? Con la sgradevole sensazione di essere stati raggirati nel riguardare lo stemmino Best Seller in copertina.

Serena Giattina

giovedì 14 maggio 2015

Storie di Cosa Nostra

Raccontare la seconda guerra di mafia, ascoltare le voci dei collaboratori di giustizia, rivivere momenti tragici attraverso narrazioni orali.
Martedì 19 maggio 2015, ore 11.30
Apertura a strappo all'ITC Sturzo di Bagheria.
Alla chitarra Carlo Gagliardo.

Filippo Marchese guarda Cesare Peppuccio Manzella nel fondo degli occhi e glieli scava con il suo caterpillar, gli inietta la sua potenza infinita. Cesare Peppuccio Manzella si sente cavato e arretra per quello che può - lui è attaccato a una sedia. Filippo Marchese gli ha lanciato la sfida di una decisione già presa, Cesare Peppuccio Manzella subisce la luce perversa e fa il conto alla rovescia del tempo che resta della sua vita.
Filippo Marchese si fa il segno della croce e gli poggia la corda sul collo, fa cenno a due persone che hanno già capito tutto e cominciano a tirare, la corda stringe il collo e il viso di Manzella ha uno strano rossore. Filippo Marchese si allontana di poco e guarda, Vincenzo Sinagra ‘un’dlì, lo sa già, va a tenere i piedi.
Peppuccio Manzella, a to’ storia finisci ccà, dice Filippo Marchese.

Poi esce.
(da L'estate che sparavano, di Giorgio D'Amato - Mesogea 2012)






giovedì 30 aprile 2015

Arance rosso sangue, una recensione di Serena Giattina



Due coppie dal background culturale diverso, opposto. La prima, composta dal dandy esteta decadente Cyril, protagonista e voce narrante del romanzo, e la moglie Fiona, una donna libera, esuberante, che sembra avere la necessità fisica di manifestare l’amore carnale e spirituale che la pervade – la promiscuità di entrambi è sottoposta ad argomentazioni metafisiche - la seconda, composta da Hugh, un uomo ombroso, il cui moncherino stuzzica la fantasia erotica e romantica di Cyril e Fiona (“inginocchiato accanto a Hugh, grosso ma al tempo stesso dotato di un’eccellente salute che ero incapace di condividere con lui”) e Catherine, moglie e madre per antonomasia dietro la cui maschera Cyril intravede una forte carica sensuale inespressa. 
È un incidente a far incontrare i quattro personaggi, ad attrarli verso un percorso condiviso che procede nello scorrere lento di una narrazione ricca di metafore e digressioni estetiche che riflettono l’atteggiamento e la visione sognante di Cyril. Hawkes sembra divertirsi nel fare sfoggio di una dialettica altisonante, ma il linguaggio adoperato dall’autore si confà alla voce narrante, che è appunto quella del dandy. 
Ecco perché non ci si può accostare a questo romanzo col preconcetto di trovare una lettura scorrevole: l’autore invita il lettore a calarsi nella mente del narratore usando il suo linguaggio, per fargli comprendere quel punto di vista senza descrizioni didascaliche.
La storia si snocciola senza colpi di scena, spostandosi avanti e indietro tra il momento della narrazione, quando il clou della vicenda è già avvenuto, e i precedenti che hanno portato al compiersi dell’azione. Immersi in un paesaggio mediterraneo quasi bucolico, dove si riescono a sentire gli odori del mare e della natura, a percepire sulla pelle la brezza marina e il tepore del sole estivo, che lambisce i corpi nudi dei protagonisti della sua luce “insanguinata”. Quest’immagine, insieme al titolo, dà un indizio dell’epilogo tragico. Il gusto sensuale, nostalgico e pregno di impressioni intuite da Cyril, subirà una deviazione sul finire del libro, quando si avrà prova delle conseguenze reali causate dalla rottura nella routine cui ciascuno è abituato. Nel momento in cui si agisce seguendo l’istinto anziché le convenzioni dettate dalla ragione, gli equilibri saltano e giunge il momento di scegliere il proprio futuro. La crisi è forte, come mostra la catatonia in cui cade Catherine, Fiona abbandona il suo personaggio per seguire l’istinto materno che finora soggiaceva al suo estro e canalizza quell’amore incontrollabile, eccessivo che l’aveva sempre caratterizzata. Ritornare al sicuro delle etichette autoimposte o vivere sinceramente?

Serena Giattina

venerdì 10 aprile 2015

Il vangelo secondo Gesù Cristo (e Saramago)

“Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto”

Il 1991 vede l’uscita di questo romanzo. Ed è subito polemica, si grida alla blasfemia di Saramago. Quella dello scrittore portoghese è una scelta delicata: scrivere un romanzo che ha per protagonista il figlio del Dio cattolico da un punto di vista tutto umano e usando come fonti non solo i vangeli canonici, ma anche quelli apocrifi, non poteva che far piovere condanne da ogni dove. Ma andiamo per gradi. Il libro narra le vicende arcinote della vita di Cristo, ma non credo che l’argomento centrale sia quello che si può trovare sfogliando testi storici e saggi in merito. È un romanzo che usa e rimaneggia i personaggi biblici per dire altro.
La storia raccontata comincia prima della nascita del protagonista. Saramago ci fa calare nella Palestina del primo secolo, riesce a portare il lettore in un preciso periodo storico attraverso la descrizione puntuale dei luoghi, con i paesaggi rocciosi o desertici che richiamano all’interiorità dei personaggi; della società, scandita dai rituali religiosi cui sono fortissimamente ancorati gli uomini; del ruolo riservato alle donne, relegate ai margini degli scambi sociali- nelle carovane, il gruppo delle donne cammina più indietro rispetto agli uomini- e privati – ai pasti, la moglie serve il marito e aspetta che lui finisca di mangiare per poi sedersi e cibarsi a sua volta - e temute per la loro presunta familiarità col demonio (anche per costituzione fisiologica, la sessualità femminile è un mistero diabolico). Da subito sembra di stare in mezzo alle pagine del libro e di poter comprendere i meccanismi mentali di un’epoca tanto lontana dalla nostra nel tempo e nella logica. 

Il libro si apre sulla descrizione di un quadro, la crocifissione di Cristo. In poche pagine Saramago dà un assaggio di quello che sarà l’intero romanzo: non è uno storico dell’arte a illustrare le immagini, ma un uomo che vedendo i personaggi li descrive in base a ciò che gli rimandano i suoi occhi oltre alle sue conoscenze religiose – i santi si riconoscono dall’aureola; a cingere la testa di Cristo una corona di spine, “come ce l’hanno, senza saperlo, anche quando non sanguinano all’esterno del corpo, quegli uomini cui non è permesso di essere re di se stessi” -. I dubbi sulla veridicità di quanto sappiamo dai vangeli tradizionali, Saramago lo insinua subito: nel quadro, Maria Maddalena potrebbe essere la donna più scollata oppure quella bionda, visto che all’epoca si credeva che il biondo fosse indice di tentazione; il soldato che offre la mistura di acqua e aceto sarà biblicamente accusato di avere inferto l’ultimo sfregio a Gesù, quando il gesto avrebbe potuto essere pietoso, considerato che la mistura in questione è un ottimo rimedio per l’arsura. Questi sono solo pochi esempi che dovrebbero già indurre anche il lettore più irrigidito nella tradizione cattolica a porsi delle domande.

Per la cultura dell’epoca narrata, non è straordinario che Maria riceva la visita soprannaturale dell’angelo, che si presenta sotto le spoglie di un mendicante a comunicarle la nascita di Gesù. Il motivo per cui la donna ne resta turbata sembra piuttosto il dubbio che l’angelo le insinua per il fatto di avere indovinato il suo stato interessante a discapito di Giuseppe, che in quanto marito avrebbe dovuto capirlo da sé.
Il personaggio di Giuseppe non ha le virtù che gli si attribuiscono biblicamente: qui è un giovane falegname senza grande inclinazione e merito nel suo lavoro, che non gode di grande stima da parte degli altri uomini perché non è dotato nemmeno di acume, ingegno o dialettica. Un uomo qualunque, insomma. La sua paternità sarà maledetta da un incubo ricorrente, dovuto alla strage degli innocenti. Qui la vicenda della “sacra” famiglia s’intreccia con la storia del re Erode, altro personaggio superstizioso che decide le sorti del suo popolo in base a sogni, scaramanzie e rituali. “Le colpe dei padri ricadranno sui figli”ecco perché vedremo, più in là nella storia, l’incubo di Giuseppe tormentare anche Gesù, così come vedremo che a entrambi, forse per lo stesso motivo, Saramago dedica la stessa sorte: morire in croce, il primo per un errore umano, l’altro per un errore divino. Giuseppe aveva cominciato ad avere il suo incubo alla nascita di Gesù, per il senso di colpa di non avere impedito l’uccisione dei bambini di Betlemme, Gesù lo erediterà alla morte del padre.

 Dopo la morte di Giuseppe, un evento straziante per la donna che si ritrova a dover tirare su nove figli da sola e senza altro introito economico che non i pochi proventi dovuti alla cardatura della lana, Maria si vedrà abbandonare anche dal primogenito. Saramago ricontestualizza alcune frasi famose in certi passi biblici in altri periodi: non sulla croce, ma quando scopre la colpa di Giuseppe, Gesù grida al cielo “padre, padre mio, perché mi hai abbandonato?”.
Il sentimento di Gesù verso Maria è di odio e amore. Con i giudizi trancianti e assoluti propri dell’adolescenza, il ragazzino condanna la madre tanto quanto il padre per la morte dei bambini e decide di andarsene di casa e accompagnarsi a Pastore, che è l’angelo che aveva annunciato la sua nascita. Pastore inizia Gesù a una concezione della vita diversa dai dettami e dai dogmi appresi in sinagoga, gli insegna la compassione e gli insinua il germe del dubbio verso il credo in un dio vanaglorioso che Gesù conoscerà quattro anni più tardi. La scelta di sacrificare una pecora a Dio gli costerà l’abbandono del suo primo enigmatico maestro, del quale si ha il dubbio che sia un angelo o un diavolo.
L’immagine che emerge di Cristo, man mano che cresce, è quella di un uomo comune, sottomesso ai dettami religiosi del suo tempo, che un giorno incontra un dio che gli promette il potere e la gloria in cambio della sua vita – quest’ultima è un’imposizione, non c’è nessun arbitrio nell’uomo.
Così, il giovane si ritrova a compiere controvoglia dei miracoli che gli procurano un seguito di accoliti. Conoscerà l’amore con Maria, la reietta di Magdala, la prostituta più anziana di lui nella quale il ragazzo proietta l’amore materno, oltre a quello sensuale. Infine, immerso nelle nebbie del lago – deserto dell’anima di un uomo SOLO – sarà a colloquio con Dio. Gli sarà concessa la conoscenza degli eventi sanguinari che seguiranno alla sua morte, le guerre ideologiche, le persecuzioni e le torture con un elenco lunghissimo di uomini e donne che daranno la vita per appagare la sete di potere di un Dio volubile e cruento. Al dialogo sarà presente Pastore - finalmente si svela la sua identità - colui che, davvero compassionevole nei confronti dell’umanità, avrà l’ardire di tentare Dio per salvare gli uomini. È come se da lì in poi i ruoli di dio e del diavolo si capovolgessero, d’altronde, come aveva detto Pastore a Gesù durante l’apprendistato: “forse dovremmo (…) tagliare un re per vedere se c’è un altro re dentro la pancia, e bada che se incontrassimo il Diavolo e lui ci permettesse di aprirlo, forse avremmo la sorpresa di veder balzare fuori Dio.”


Alla tirata delle somme, si comprende bene che il fulcro del discorso saramaghiano non è eretico né blasfemo. Usare protagonisti biblici è un pretesto per suscitare la riflessione su Che cosa è giusto? Che cosa è sbagliato? Il GREGGE di cui facciamo parte ha capacità di discernimento? Siamo davvero liberi di costruire il nostro destino? Capovolgere quello in cui si crede per fede o per tradizione non può che essere un pungolo a cambiare prospettiva, a imparare a guardare ciò che si considera VERITÀ sotto una luce diversa, aprirsi a comprendere e a conoscere altro che non sia quello che già sappiamo. Le radici culturali ed emotive influenzano e si ripercuotono sul vissuto di ognuno, si può scegliere di tranciarle, ma la cicatrice che resta ce le ricorderà per sempre.

Serena Giattina 

martedì 24 marzo 2015

Il sognalibro

… quando l’ozio non è padre del vizio

Mi chiamo Serena, ho 33 anni. Sono una mamma. Casalinga non per scelta, ma perché dopo una laurea in Lingue e Letterature Straniere, saltellando tra un lavoretto e l’altro, troppo indecisa su “cosa farò da grande”, non ho fatto niente. Almeno finora… Questo c’entra e non c’entra col club perché, se avessi avuto un lavoro vero (o meglio, un lavoro considerato tale) forse oggi Il Sognalibro non esisterebbe.
Essendo mamma e casalinga, non ho molto tempo per guardare la tv. In realtà l’accendo di rado, sia perché non mi piace (ebbene sì: casalinga non equivale necessariamente a cerebrolesachesistordisceconladursoeaffini) sia perché, nella maggior parte dei casi, è sintonizzata su canali di cartoni animati (ebbene sì: mamma non equivale solo a daigiochiamotuttoilgiornotuttiigiorniinmodosanoecostruttivo).
Un pomeriggio di circa un anno fa, però, mia figlia – stranamente – dormiva. Io – stranamente – non avevo niente da fare e – ancor più stranamente – ho acceso il televisore. Ho cominciato a fare zapping alla ricerca annoiata e sfiduciata di un film. Mi sono imbattuta in un filmetto, credo americano (ho riconosciuto il viso di un’attrice che probabilmente faceva una sit-com secoli fa), che aveva per protagonisti degli studenti universitari. Una di loro (quella forsedellasit) s’incontra con delle amiche per il consueto appuntamento del club del libro e invita un tizio, il tipico collega sfigato-ma-carino e per di più amante della lettura proprio come lei (che nella vita reale è l’utopia di molte secchione carine-ma-sfigate). Per me il film, che doveva essere iniziato da più di mezz’ora, e che di certo aveva ben altra trama che il club del libro, comincia e finisce qui. Faccio ancora un po’ di zapping, dopo 3 o 4 minuti la grossa cornice di plastica nera e materiali non meglio identificati appesa al muro smette di esercitare su di me ogni fascino, la spengo e mi dedico ad altro.
Qualche giorno dopo mi collego a Facebook e leggo la consueta impersonale domanda che si pretende intima e amichevole: - A cosa stai pensando? – ci rifletto un attimo e poi scrivo sul mio diario virtuale: - A tutti i miei contatti: mi frulla per la testa di organizzare un club del libro… - e spiego anche come lo vorrei impostare. Avrò ricevuto sì e no 2 o 3 mi piace e un paio di commenti insulsi. Solo una persona – vera, in carne e ossa – di cui posso affermare l’esistenza oltre lo schermo perché si tratta di una mia ex-compagna di liceo, si mostra entusiasta dell’idea. Con un’altra, che aveva messo solo il mi piace, ho dovuto combattere per convincerla a superare la timidezza. Ancora l’idea del club era piuttosto fumosa, ma l’unica certezza era che volevo un gruppo di persone VERE, da incontrare fisicamente e con le quali avere uno scambio dal vivo.
Passa qualche altro giorno, il mio post giace nell’indifferenza dei miei circa 100 contatti. Posto di nuovo lo stesso stato. Stavolta all’entusiasmo della prima amica che aveva già commentato in precedenza, si uniscono altre due (la timida, di cui sopra, e l’accollativa). Creo l’evento su Facebook, ci diamo da fare, invitando un gran numero di gente, tra amici e amici degli amici. Nel frattempo abbiamo usato il passaparola con altri conoscenti allergici alle “reti sociali”, ma fiduciosi in un percorso di lettura condivisa.
Il luogo scelto per il primo incontro, quello che ho chiamato “Per rompere il ghiaccio…” è La Feltrinelli a Palermo, il posto ideale per abbozzare il futuro del club, respirando gli odori provenienti dalla caffetteria e buttando lo sguardo verso qualche titolo sugli scaffali che accomuni questo gruppo di quasi-estranei. Quel giorno siamo in 8. Le prime regole su cui ci troviamo tutti d’accordo sono poche: si sceglie un libro, lo si legge (ognuno per conto proprio), dopo un mese ci s’incontra e lo si commenta, per poi sceglierne un altro e così via.
Pian piano abbiamo aggiunto e modificato le regole, per esempio il metodo per scegliere il libro da leggere: per un periodo ognuno ne proponeva 3 in base al gusto personale, purché fossero testi che nessuno avesse già letto (compreso il proponente) e poi si faceva il sorteggio di un titolo tra tutti quelli nella lista risultante. Col passare del tempo, visto che la fortuna premiava spesso le stesse persone, si è pensato che, per dare a tutti il piacere di condividere una propria preferenza, ma anche per allargare l’orizzonte letterario di tutti e conoscere generi che magari singolarmente non si erano mai affrontati, abbiamo deciso che a turno fosse un solo socio a candidare tre titoli da mettere ai voti.
Forse, detta così, sembra una faccenda seriosa e arzigogolata, ma in realtà è tutto molto divertente: siamo un gruppo eterogeneo, persone accomunate dall’interesse per la lettura che condividono del tempo di qualità. C’è l’appassionato di noir, l’amante del fantasy, quella che predilige i romanzi d’amore, l’altra che ripete “per me va bene tutto purché sia scorrevole”, la bulimica che ha sempre fame delle letture più disparate… C’incontriamo a casa, di volta in volta chi vuole ospita il gruppo e ci si confronta sui libri, su cosa ci hanno lasciato, sullo stile in cui sono scritti, se sono attuali… che bella cosa! Sapete quante chiavi di lettura si possono avere di un solo libro? Non amo le frasi fatte, ma devo ammettere che davvero la condivisione arricchisce tantissimo (parola di una che non guadagna un soldo!).
Noi, il nome al club lo abbiamo dato quasi subito, dopo il primo incontro. Sembra una banalità, ma è importante identificare il gruppo cui si dà vita, si sente di appartenere a qualcosa di meno astratto e si ha un maggiore senso di responsabilità verso gli altri componenti. Ci chiamiamo Il Sognalibro, siamo una ventina e il 30 marzo compiremo un anno.
Ricordatevi che, per organizzare un club del genere, non bisogna essere degli intellettuali. Ognuno contribuisce con la propria sensibilità e capacità, senza grosse pretese o aspettative.
 In ultimo voglio sottolineare che l’uso dei social network è utile e positivo se finalizzato a creare legami sociali REALI, anziché luoghi virtuali dove si è soli, sebbene si abbiano centinaia di amici che sono solo contatti fantomatici ed evanescenti che spariscono appena ci disconnettiamo.

Serena Giattina

venerdì 13 marzo 2015

Un cuore così bianco

Ho vergogna di avere un cuore così bianco – diceva Lady Macbeth riferendosi alla propria innocenza/ingenuità/ignoranza quando seppe dell’assassinio del re da parte del marito.

Fino a quando un cuore è bianco? Finché ignora il peccato altrui, dal quale si è contagiati anche solo attraverso la conoscenza, che è già partecipazione.
Nella tradizione teatrale giapponese Nō il colore bianco è associato al lutto. La morte è paragonata ad una pagina bianca, mentre la vita è l’inchiostro nero che riempie e anima quel nulla.
La sensazione di morte aleggia nell’atmosfera del romanzo da subito, da prima che il protagonista nasca (sia nell’ambito del tempo della narrazione, sia nella mente del narratore – che dice di non costruire mai una mappa delle storie che scriverà, ma si fa condurre dai personaggi man mano che escono dalla sua penna).
Il primo capitolo è dedicato, infatti, al suicidio della bambina-non più bambina che non poté mai essere la zia del protagonista. Dopo questa breve e intensissima scena, all’inizio del secondo capitolo (in realtà non ci sono capitoli: il libro è diviso in parti non numerate né titolate) nel giro di mezza pagina il lettore viene informato dei personaggi principali, dei rapporti familiari che intercorrono fra loro e dello stato d’animo predominante del protagonista: l’angoscia dovuta a “presentimenti funesti” che lo accompagnano fin dalla vigilia del proprio matrimonio (avvenuto poco più di un anno prima del momento in cui si svolgono i fatti).
Si è subito coinvolti nella sua inquietudine e titubanza attraverso un linguaggio pieno di “forse”, di “se”, di verbi al condizionale, di atteggiamenti misteriosi di alcuni personaggi che sembra vogliano dire e non dicono (almeno fino a un certo punto), in primis Ranz, il padre del protagonista (del quale scopriremo il nome – Juan – ben oltre la metà del libro).
Ranz, nonostante la somiglianza estetica col figlio, ha un carattere nettamente diverso: a differenza di Juan, che è estremamente razionale e sembra non lasciarsi coinvolgere mai più di tanto dal punto di vista emotivo (per gran parte del libro ci si chiede se e quali sentimenti nutra nei confronti di chi lo circonda), Ranz ha verve, i suoi occhi “limpidi come grandi gocce di liquore o di aceto” sono animati dal fuoco della passione, è un amante dell’arte – ha lavorato per tutta la vita nei musei, arricchendosi grazie tanto alla sua arguzia quanto a dei sapienti magheggi in combutta con un amico falsario – e proprio il giorno delle nozze di suo figlio, ha con lui un dialogo ambiguo a proposito dei segreti che esistono e si mantengono tra marito e moglie, che instilla nel lettore curiosità: - Sei sposato. E adesso? …Da questo momento si sviluppa una curiosità crescente non solo verso Ranz, ma anche verso Luisa, la moglie di Juan. Si è portati a dubitare di tutti i personaggi. Chi nasconde segreti? Chi ha fatto o farà qualcosa di terribile? I presentimenti funesti di Juan hanno ragione d’esserci? 
L’atmosfera inquieta è accompagnata dalle superstizioni: le donne cantano tra i denti la canzone che gli cantava sua nonna da bambino per mettergli “allegramente” paura – è come se le donne partecipassero di segreti iniziatici e magici che agli uomini sono preclusi – Ranz era considerato sfortunato dalla suocera, per la sua triplice vedovanza; per la stessa ragione, invece, il suocero lo guardava con sospetto superstizioso, appunto e con un timore forse irrazionale.
Una delle caratteristiche di questo libro stra-ordinario che mi ha colpita è la ripetitività, anch’essa inquietante, delle azioni compiute da personaggi diversi e distanti nel tempo, nello spazio e nei rapporti. Proprio come una cantilena di sottofondo, le parole o le azioni dapprima si ripetono in modo apparentemente casuale, come se solo Juan le notasse grazie alla sua particolare sensibilità (o deformazione professionale) dovuta anche al suo mestiere: è interprete e traduttore, come sua moglie, dunque attento alle sfumature di significato tanto delle parole e dei silenzi, quanto delle azioni. Man mano che ci si addentra nella storia, questa ripetitività si fa più marcata e frequente, fino a giungere al suo apice nel racconto-fiume di Ranz. A questo punto ci si immedesima sia con chi, dopo aver taciuto per troppo tempo, non può frenare la lingua, sia con l’ascoltatrice (Luisa) che aveva insistito tanto per SAPERE, ma quando sarà costretta ad ascoltare, vorrebbe tornare indietro, infatti è quasi un’implorazione la sua gentile e ripetuta frase: - Non me lo racconti se non vuole – Ma è troppo tardi: non può scegliere di non sentire.
Qui, con la mediazione di Juan, che ascolta il dialogo tra suo padre e sua moglie dalla camera da letto, senza sapere se i due sanno della sua presenza (altra fase d’incertezza), l’autore riunisce tutti i fili che finora sembravano isolati in un’unica tela e dimostra – come farà dire a Juan quasi alla fine della storia – quanto sia inutile stabilire CHI dica COSA o chi non lo dica né faccia: il mondo è fatto di storie che si ripetono identiche a se stesse, per quanto chi le viva si affanni, scegliendo – o credendo di farlo – ed è come se niente di ciò che succede succeda davvero.
Gloria, Teresa, Juana, Luisa, Miriam, Berta, Nieves, Juan, Ranz, Guillermo, Custardoy, Villalobos, Bill… sono solo nomi! L’azione del singolo è irrilevante. Ciascuno potrà fare domani ciò che uno ha fatto oggi. È pur vero che tutto ciò potrebbe essere un modo dell’autore per dire che tutti i personaggi esprimono pensieri dell’autore stesso, da qui l’irrilevanza della loro individualità e la possibilità di creare azioni ripetute.
Alla trama, splendidamente strutturata, con un senso d’inquietudine e di catastrofe imminente, che spinge a sfogliare le pagine voracemente, fanno da contraltare le molte divagazioni del protagonista, mai dovute a un mero sfoggio intellettuale, ma circostanziate alle situazioni e ai ruoli; queste costringono a rallentare la lettura per comprendere e metabolizzare i concetti profondi sulle dinamiche interpersonali espressi da Marias, sempre con un tono riflessivo e mai saccente. È il caso, per esempio, del dialogo sull’amore - la gente ama perché la si obbliga ad amare - tra la statista inglese (che sarà riproposto anche da Berta e Bill) e l’alto funzionario spagnolo, o quello centrale a proposito della citazione shakespeariana del titolo.
Alla fine, dopo tanti presagi oscuri, dopo tanta incertezza è come se Yin e Yang tornassero in equilibrio. Non è detto che ci sia un happy ending, una fine non c’è. Semplicemente la vita dei personaggi va avanti, con tutto il carico di dubbi nei confronti del futuro che le persone reali hanno nella vita quotidiana. Se si chiude l’ultima pagina con un senso di amarezza e di sconfitta è perché viene il dubbio di essere noi lettori, personaggi di un libro. Che anche noi non stiamo recitando un copione già agito da altri?


Serena Giattina