lunedì 30 gennaio 2017

La bisbetica domata di William Shakespeare, recensione di Emanuele Scaduto


Scrivere una recensione dignitosa su uno dei molti testi di Shakespeare è un’operazione complicata e non priva di imprevisti. I lettori del grande drammaturgo inglese si dividono in due categorie: quelli che lo leggono e quelli che se ne fregano, che cercano altre cose, più contemporanee, più empiriche.
Il titolo dell’opera è, in inglese, The Taming of the Shrew. Nella sua traduzione italiana diventa La bisbetica domata. La commedia apparse per la prima volta nel 1623, nella sua edizione in-folio. Il problema storiografico non è indifferente: è stato accertato che nel 1607 avvenne la pubblicazione dell’omonima commedia (che omonima, nella forma e nello stile, non è) differente dall’originale soltanto per un articolo. Il titolo, infatti, è The Taming of a Shrew. Le differenze tra le due commedie non sono poche: l’originale, infatti, è molto più complessa e articolata. A Shrew è ambientata ad Atene, The Shrew a Padova. L’introspezione psicologica dei personaggi, in The Shrew, è completa e lineare. La bisbetica ha dunque due sorelle nella “falsa” commedia e una, Bianca, in quella “vera”. Le ipotesi più affidabili sottolineano l’importanza (marginale) della commedia storpia per capire al meglio la datazione delle commedie Shakespeariane all’interno di quella piccolissima parentesi storica. A Shrew, infine, potrebbe essere non altro che una semplice fonte, o protostoria, da cui Shakespeare avrebbe potuto attingere.
La dimensione matrimoniale di cui si parla possiede qualcosa di inquietante: la donna-oggetto, quella petulante e cattiva, capace di muovere accuse contro ricchi gentiluomini che, certamente, si muovono in un ambiente di totale superiorità intellettuale e fisica. Non c’è bisogno di andare oltre, la presentazione degli altri personaggi è superflua. La commedia intera si muove a stento, fatica a trovare qualcosa di meritevole nei suoi principali interlocutori. E’ il limbo geniale e ustionante di una strada a senso unico: l’ironia. La conversazione è a volte obliqua, non di facile comprensione; i monologhi di Caterina arrivano a superare la pagina. L’unico elemento inequivocabile risiede nella fotografia letteraria che Shakespeare ci ha gentilmente regalato: l’eleganza della sorpresa, il gusto delicato di un colpo di scena che non ti prende alla sprovvista. Il problema dei sessi è affrontato con audacia. Sembra che la censura non abbia intaccato il lavoro del commediografo e questa, signori miei, è pura tristezza. Le donne come anti-eroe, così tanto tralasciate da permettere alla società civile di non porsi valide domande sui trattamenti che venivano riservati all'altro sesso in un’epoca, quella di Elisabetta, la regina vergine, in cui (ecco il paradosso) il rispetto della vita umana poteva risolversi in modi molto più elegiaci.

"SLY: Bene, bene. Voglio vederla. Andiamo, signora moglie, siedi al mio fianco e lascia che il mondo vada per suo conto. Non saremo mai più giovani di adesso."

Come non pensare, e rimandare, alla Sonata a Kreutzer di papà Tolstoj?

Emanuele Scaduto

giovedì 19 gennaio 2017

IL CARAVAGGIO RUBATO - Teatro Massimo di Palermo



Vado al teatro Massimo per curiosità, danno Il Caravaggio rubato.
Ho già visto il Maestro Giovanni Sollima in un concerto a Milano, l’ho anche visto in Tv, con i suoi 100 violoncellisti, aprire il concerto di Capodanno di qualche anno fa.
Ascoltare un artista di tale livello è a dir poco entusiasmante.
Mi incuriosisce anche il fatto criminoso, il furto del quadro.


L'EVENTO ARTISTICO

Nel campo dell’arte esistono tre categorie di persone: I dilettanti, i professionisti e gli Artisti.
I primi creano opere al disotto delle regole, soddisfacendo il proprio Ego (e forse pochi amici).
I secondi producono opere nel perfetto rispetto delle regole soddisfacendo il proprio Ego e gli addetti ai lavori.
Gli ultimi, invece, producono al disopra delle regole – non fuori dalle regole, ma proprio al disopra, cioè partendo da quelle - aggiungendo, migliorando, magnificando ogni creazione con le proprie capacità fino a creare un’opera del tutto Nuova e con essa nuove regole.
Soddisfano così il proprio Ego, gli addetti ai lavori e pure i profani.
Ecco l’ho detto, se un Artista raggiunge, oltre agli esperti del campo, una moltitudine di profani, allora è certo che rimarrà indimenticabile e indimenticato.
Io sono una profana ed è da profana che vado a vedere lo spettacolo.

La scaletta prevede un monologo del giornalista Attilio Bolzoni, la proiezione di alcune foto di Letizia Battaglia e la proiezione di un cortometraggio di Igor Renzetti, tutto sulle musiche scritte ed eseguite dal Maestro Giovanni Sollima che dirigerà anche l'orchestra.
Per gestire gli elementi di queste arti tanto diverse tra loro, occorre una regia capace di far interagire intelligentemente tutte le opere.
C'era.
Una straordinaria Cecilia Ligorio, regista veronese.
Bolzoni comincia il monologo parlando della nascita di suo figlio, dicendo dei suoi piedi nudi, parla poi della nascita, in latitanza, dei figli di Riina, nati a piedi nudi anch'essi. Prosegue spiegando come, da bambino, gli sia stato insegnato a riconoscere i piedi di "quelli", i mafiosi: scarpe belle e sporche di cantiere.
Parla del giornale L'ora.
Ai tempi del suo arrivo in redazione, la sala, piena di fumo e bottiglie di liquore, era bazzicata dalla Battaglia in carne e ossa e dal fantasma di Mauro De Mauro.
Cita le stragi di mafia, quella di Viale Lazio... quella di Capaci.
" Il cratere di Capaci è troppo grande per una piccola aula di giustizia"
Il coro intona:
Et in Terra Pax homnibus banae voluntatis...

Bolzoni riprende riferendo un aneddoto accaduto a Buenos Aires, durante una lezione di giornalismo dove il reporter Clarin sta spiegando la regola del cinque. Dice che il pezzo deve rispondere sempre alle cinque domande: Chi, come, quando, dove e perché. Dal fondo dell'aula si alza la voce dello studente Kiki: Io non sono d'accordo - esordisce - per noi che siamo nati qui deve sempre rispondere alle domande: Perché, perché, perché, perché, perché.
Citare tutto il monologo non è possibile in un pezzo da blog, ma posso dire che le parole, come una palla da bowling scivolavano sulla corsia del passato, ne scandivano i tempi, quello di Caravaggio, della Natività, della nascita dei bambini, dell'avvento della mafia fino ad arrivare dentro la Palermo con le lenzuola a terra, con il sangue che scappava a fare i rivoli sotto i marciapiedi. Ricordando le madri dei nascituri, dei morti, degli assassini.
Alle spalle del narratore gigantografie in bianco e nero. Raffigurano madri che tengono in braccio, anzi in mano, bambini appena nati. Sono mani importanti, la regia ce le lascia vedere falange per falange, riusciamo a sentirne la forza. Reggono la vita, tanta vita nuova, poi... la morte, asciugano il pianto, accompagnano l'urlo del dolore, reggono foto di chi non c'è più... sparito.
Sono immagini di una potenza infinita.
Letizia Battaglia un Artista che conoscevo solo di nome - che brutta cosa per una palermitana come me.
Imperdonabile non conoscere chi della tua città, ha immortalato tutto, bellezza ed orrore, incidendone le immagini sulla carta fotografica con la stessa intensità di un pittore.
Per me, proprio da questa sera, Letizia Battaglia è il Caravaggio della fotografia.
Tutto piano piano diluisce, chiudendosi con il filmato di Igor Renzetti ci mostra la Palermo di oggi, attraverso gli occhi di chi viene da "fuori". Le vecchie case del centro storico, la porta del Capo, le luminarie, le facce della gente comune. Timidi sorrisi, piccole speranze.

Palermo è pronta a rinascere.

GIOVANNI SOLLIMA E IL SUO
IL CARAVAGGIO RUBATO

Se nel pezzo precedente non ho ancora accennato al Maestro Giovanni Sollima è solo perché non ho le stesse capacità della regista Ligorio e allora le note non so lasciarle insinuare tra le parole e le foto, tra le foto e il filmato. Eppure senza queste musiche tutto sarebbe rimasto meno comprensibile o meglio avrebbe scavato meno dentro la memoria.
So che il Maestro suona un violoncello Francesco Ruggeri fatto a Cremona nel 1679. Per aver letto qualche notizia so che per questo spettacolo ha riscritto il Gloria di Guillaume de Machaut, compositore medioevale. Ne ha ribaltato i ruoli vocali originali ed allargato l'immagine sonora.
Poi ha scelto i sublimi versi di Carlo Gesualdo  da Venosa per raccontare l'assenza.

Beltà, poi che t'assenti,
come ne porti il cor
porta i tormenti.
Ché tormentato cor
può ben sentire
la doglia del morire,
e un'alma senza core
non può sentir dolore.

Potrei aggiungere altri particolari che però i profani come me non capirebbero e allora riferisco dell'unica cosa che ho percepito nettamente, il Maestro Sollima ha creato una musica - lo dice lui stesso - che può essere interpretata liberamente (l'Artista raggiunge così il profano).
A me è arrivata come una melodia poeticamente contraddittoria così come è tutta la storia della mia città.
Con le sue note, il Maestro, ha fatto strada agli eventi: la nascita della Natività del Caravaggio, quelle dei bambini, fino a quella della mafia. Lo ha fatto con passaggi diversi, diversi ritmi. 
Sono passaggi armoniosi, ma anche lugubri, percepisco perfino note nerissime.
Ostentato e incalzante è il ritmo della Mafia, quando uccide senza sosta. Le percussioni hanno tutto il crescendo degli eventi e mentre le foto scorrono sembrano prendere voce e tutto ti entra nel petto e precipiti.
Potrai dire di essere stata lì in mezzo, dietro le corone di fiori che accompagnavano i morti.
I morti nati bambini, senza scarpe, alcuni liberi, altri già latitanti.  

Il Caravaggio Rubato non è un semplice spettacolo teatrale, non avrebbe potuto esserlo con Artisti come Sollima, Battaglia, (eccellenze palermitane), Bolzoni (palermitano di adozione) è un evento artistico-culturale che spero venga riproposto.
Fa ricordare, riflettere, sperare e infine lascia orgogliosi.
Palermo è anche la meraviglia dell'arte.
Al Teatro Massimo è andata in scena stasera.
Palermo 5 marzo 2016

L'EVENTO CRIMINOSO

Il quadro del Caravaggio venne  rubato a Palermo dall’Oratorio San Lorenzo nel 1969. Stava lì da 360 anni e cioè da quando il pittore, fuggito da un carcere maltese - incolpato di avere ammazzato un uomo - venne a rifugiarsi in Sicilia, a Palermo.
Durante la sua latitanza dipinge... dipinge, è quello che sa fare.
Magari è da allora che la latitanza è diventata habitué palermitana.
L'artista - dicevo - crea la Natività, ci sono la Madonna, il bambinello, San Giuseppe, che si vede solo di spalle, e poco vicino San Francesco con il suo compagno di fede, fra’ Leone, poi anche un angelo, il piede che si vede è nudo.
Il furto avviene tra il 17 e il 18 di ottobre. Data imprecisata.
Sebbene già allora il quadro fosse stimato all’incirca un miliardo di lire (oggi varrebbe molto di più) non era custodito da niente e da nessuno.
Il primo giornalista che si occupa del fattaccio è Mauro De Mauro.
Sparirà anche lui come il quadro un anno dopo.
Anche la sparizione habitué palermitana.
Dell'opera non si parlerà più fino agli anni ottanta; i peggiori anni che Palermo abbia mai vissuto.
Ne riparleranno i pentiti di mafia.
Brusca dice che lo hanno rubato i Corleonesi per barattarlo con un alleggerimento del 41 bis.
Marino Mannoia riferisce che manacce sporche lo arrotolarono malamente, come fosse un tappeto, rovinando la tela.
Altri che fu seppellito con i tesori del boss Gerlando Alberti.
Altri ancora che si trovasse in casa del boss Gaetano Badalamenti.
"Fu un atto dimostrativo di potere", dicono pure.
Spatuzza sostiene che la tela fu abbandonata in una stalla in attesa di un piazzamento sul mercato nero. Lì fu rosicchiata da topi e maiali.
Ecco, una stalla, la Natività, magari, l'hanno voluta tenere nell'ambiente naturale che riproduceva.
Il quadro piaceva tantissimo ad Andreotti, anche questo lo ha detto un pentito (ma non riesco a ritrovare l'articolo dove ho letto anche il nome del pentito).
Tante verità, troppe.
E penso che tutte insieme facciano una sola grande bugia.
Il furto, iscritto sulla lista dell'FBI, risulta ancora oggi tra i primi dieci crimini d'arte.
Il mistero rimane ed è tanto interessante che la Sellerio - che della Sicilia e di Palermo in particolare cura ogni memoria - pubblica il libro dal titolo Il Caravaggio rubato - appunto - scritto di Luca Scarlini. Nel libro ne viene citato un altro, Una storia semplice di Leonardo Sciascia, ispirato proprio al furto.
Allo stesso caso viene dedicato ancora un altro libro, scritto questa volta dal giornalista inglese Peter Wtason, pubblicato nell'84. Narra di un incontro con Rodolfo Siviero (agente segreto, esperto d'arte e intellettuale italiano, morto nell'81). Questi pare abbia confidato al giornalista di avere ricevuto la proposta d'acquisto della Natività. L'incontro con i trafficanti è fissato per la sera del 23 novembre del 1980, ma il terremoto dell'Irpinia manda a monte l'operazione.
Oggi all'Oratorio San Lorenzo in Via Immacolatella 3, a due passi dalla Chiesa San Francesco, tra gli impareggiabili stucchi del Serpotta, l'opera è tornata a vivere. Questo grazie ad un progetto di Sky Arte che ha commissionato la riproduzione del dipinto ad un laboratorio specializzato di Madrid.
L'opera realizzata - costata 100.000 euro - è stata donata da Sky alla Presidenza della Repubblica e il Capo di Stato, Sergio Mattarella (eccellenza palermitana anche questa), l'ha donata a sua volta all'Oratorio San Lorenzo, riportando così il quadro, sebbene frutto di tecnologia, al suo posto originario intatto nella sua bellezza. 
Ovunque abbia tenuto, sotterrato o perso il Caravaggio, la mafia non ha dimostrato un atto di potere ma solo la solita ottusa ignoranza.


Adelaide Jole Pellitteri

lunedì 16 gennaio 2017

Elephant man

"Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono"
( Joseph Merrick )

Escrescenze ovunque. Masse compatte multiformi, sovrapposizioni di immagini: un parto, elefanti che le respirano sul ventre, un vagito, due o tre barriti, Africa nera. Nascere con pezzi di carne in più, pregiudizi attaccati a zampe di pidocchi che i parassiti epidermici non assottigliano gli strati adiposi, ti succhiano il sangue e le diversità gestite con superficialità anche quello. Mostruoso per i veri mostri che lo guardano sconvolti: Elephant man lo chiamano. 
Il film (e anche il libro) narrano la storia vera di un uomo affetto dalla Sindrome di Proteo, una malattia che sviluppa palle di carne, - immagina tuberi e pezzi enormi dalla forma di zenzero fresco sulla testa, sul corpo; prova a sentire raccapricciante poi accattivante deformità, ecco ti sentirai nei suoi panni. Joseph rincorre il sogno di dormire a faccia in su, che a guardare col naso al cielo brillano le stelle, le puoi vedere anche cadere, esprimere il desiderio che gli esseri umani siano tutti uguali o pronti per amare le diversità altrui, arricchirsene; morire felice perché adesso lui è amato, nonostante le anomale differenze. Una serata al teatro, un applauso, una stella - O Romeo, Romeo ! perché sei tu Romeo, rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome... Un fenomeno da baraccone per la gente, ( lui copre la testa e il viso con un sacco di tela ) costretto a mostrarsi al circo. - Venghino Signori, venghino! Puoi vederlo anche tu, pagare una manciata di soldi così da specchiarti e trovarti bello anzi bellissimo più che mai. Se avrai il coraggio di fissare i suoi tuberi, le tue escrescenze ti sembreranno inesistenti, i tuoi villi intestinali corrosi dalla bile di una esistenza inutile a mostrare sorrisi e denti bianchi. La sua bocca storta proferirà parole chiare di semplice pronunzia ma che ti stupiranno, il suo annuire gelerà il meccanismo del comprendonio secondo la lunghezza d'onda della normalità ( banale classificazione ), Joseph arriva a capire nonostante l'ossigeno al cervello gli arrivi a tratti, la sua intelligenza trova spazio tra le gallerie tuberose di tumori e carne viva anche se di troppo. L'essere in più travalica il resto, sconvolge e terrorizza gli altri, chi ha ben poco da mostrare ( mandibola regolare, viso dai tratti anatomici perfetti ). Lui si adagia su se stesso tutto storto e i pomfi sotto le piante dei piedi gli regalano una andatura irregolare che scappa davanti agli occhi strabici di chi vede le cose come stanno - L'uomo dal fiore in bocca ne godrebbe alla vista. Elephant man va oltre, naso in alto al cielo, stella, afferra il suo desiderio, chiude gli occhi felice. Respira a stento, sceglie di morire. Il viso di sua madre gli sorride, la foto al centro del tavolino ritrae beltà sotto vetro di un tempo passato, la cornice annerita dall'umidità, lucida la mancanza di momenti; e mentre gira la giostra della sua vita schizzata di dolore per la sua incurabile malattia, ne interrompe il meccanismo e stabilisce di non aspettare la morte naturale per liberarsi da un destino ineluttabile. La sua fine nella fine del film e un pensiero per noi spettatori. Ascolta - "L'acqua scorre, il vento soffia, le nuvole fuggono, il cuore batte". Niente muore.

Nina Tarantino

venerdì 13 gennaio 2017

L'importanza dei cardini in Cernia Tossica, di Clotilde Alizzi

Al suo secondo romanzo per Mesogea per la collana Petrolio, Giorgio D'Amato, scrittore porticellese dopo L'Estate che sparavano, sempre per Mesogea,  ci porta con questo suo Cernia Tossica nelle atmosfere degli anni '80, in quel passaggio di  impegno, che ha contraddistinto gli anni '70, verso l'edonismo reaganiano. L'impegno antimafia profuso a piene mani prosegue abilmente in questa sua ultima fatica, anche se chiamerei questo suo ultimo per Mesogea, non un romanzo di Formazione o di Impegno, quanto un romanzo psicologico, lasciando sullo sfondo l'intrigo e il malaffare.
Sembra un'accelerazione o un'evoluzione che l'autore presenta. Il profilo dei personaggi e la storia del rapporto tre i due, Rosanna e Germano, non è lo sfondo al tema principale trattato, quanto viceversa. L'autore ci delizia con mille riferimenti letterari, complice il personaggio colto e curioso di Rosanna alle prese dapprima con la sua tesi di laurea, poi con i suoi interessi culturali, dandocene una profusa dimostrazione tra le pagine finali. Lì, quando il rapporto si è sfilacciato tra le delusioni e i mille intrighi dell'uomo, tra il plagio e l' inconsistente capacità della donna ad arginare la propria deriva intellettuale ed l'esistenziale, l'autore riunisce i riferimenti alla poetica dei cardini di Virginia Woolf, peraltro argomento della tesi in Letteratura di Rosanna, alla amara costatazione di questa, riflessa dentro la tesi aerea dei cardini. Quando scardinare significa aprire nuovi spazi alla coscienza e alla mente, offre libertà, apre porte chiuse, gabbie, illusioni. E' qui che Rosanna scardina la sua vita ingabbiata, debole animale che non ha aperto le ali ad altri spazi e ad altre possibilità. Si ribella, scardina lo spazio chiuso ove ha maturato odio, macinato e disperso ogni sua potenzialità vitale e fugge da Germano. Andrà via, colpevole della complicità maturata con l'uomo ai suoi intrighi e malaffari. La consistenza psicologica del Romanzo ruota così sull'importanza dei cardini nella vita e nella Letteratura, e sul pescatore di Cernie che diverrà l'uomo del malaffare.
E' un romanzo d'odio, come ama definirlo lo stesso Autore, da sfondo la Sicilia e i luoghi della politica del malaffare, delle finanziarie e del fumo venduto per oro colato: dalla scuola privata che vende diplomi facili, ai derivati che le finanziarie della Mafia riciclano nelle amministrazioni pubbliche, là dove una Legge lo permetterà. La disamina dei fatti raccontati sempre documentale, serissima e condotta nelle ultime pagine del Romanzo con dovizia, fa tuttavia da sfondo ad una rabbia che devasta anime e cuori.  Rovina esistenza e ne fa deriva.
Il linguaggio, lo stile e i numerosi riferimenti letterari ne fanno un Romanzo coltissimo, anche una pagina di Buona Scrittura, citata addirittura in una pagina. Per noi è grande letteratura, notevoli le capacità narrative e l'impatto con il lettore.

Clotilde Alizzi

venerdì 23 dicembre 2016

Il presepe, u ricuttaru e l’umanità ricuttara

C’è anche uno spaccato della società civile (o incivile, dipende dai punti di vista e dall’umore del momento) nelle svariate ricostruzioni dei presepi, viventi e non viventi. Per la santa verità, c’è anche di più. Ogni figura è ben rappresentata, sia antica sia moderna. E così sia. 
Nelle rappresentazioni, storiche e di fantasia, non può mancare u ricuttaru, da pronunciare in stretto siciliano in segno di onorevole rispetto della sacra tradizione.
Proprio così. Anche il presepe contempla questa mitica figura che affonda nella memoria millenaria della tradizione secolare (millennaria? secolare? Boh!).
La Sicilia fa la sua dignitosa parte nella storia presepistica (o presepestica o prosopopestica… Boh! Chiediamo aiuto all’Accademia della Crusca) del Paese, senza alcuna fastidiosa prosopopea, ma con arte vera e con i suoi straordinari interpreti che plasmano i personaggi con la creta o li interpretano in carne ed ossa (attenzione ai cani affamati) su un palcoscenico reale (vedi i presepi viventi come quello dei miei amici di Sutera che mangiano, bevono e lavorano preparando per altri da mangiare e da bere per ore ed ore al freddo e al gelo).
Tanti i personaggi che non possono mancare: il pecoraio soprattutto. Un presepe senza pecorai che presepe è? Non ho mai visto un presepe (o presepio) senza pecore né senza un loro padrone. E se ci sono le pecore non possono mancare pure i cani, e di mannara per giunta, che controllano il gregge dall’ovile al pascolo e viceversa (il viceversa è fondamentale anche nell’immobilità del presepe o presepio).
In tutti i presepi ci sono le pecore e se ci sono le pecore ci sono anche le masserie dove le pecore si mungono e dove il latte si lavora o per lasciarlo latte o per trasformarlo e farne formaggio o ricotta o… boh!
E qui entrano in gioco altri personaggi che arricchiscono la tradizione del presepe o presepio. Chi prepara la ricotta? Chi vende la ricotta? Chi trasporta la ricotta? Chi desidera la ricotta? Chi mangia la ricotta? Chi parla di ricotta? Non certo i Re Magi così intenti a non perdere di vista la stella cometa e a non perdere per strada l’oro, l’incenso e la mirra. Non certo il birraio che porta la birra. Non certo il vinaio che porta la vina. Non certo il salsaio che porta la salsa. E non certo lo sbirro che porta la sbirra alla ricerca di chi in taluni fantasiosi presepi (plurale unico che vale per presepio e per presepe) mette elicotteri, fenicotteri e Maradona che non c’entrano nulla con la tradizione. Si assume una grande responsabilità chi si azzarda a inserire nei presepi personaggi di nuova generazione. Attenzione: il social manager non esisteva due millenni fa, così come non esistevano altri mestieri come l’ottimizzatore di siti internet, come il web influencer ecc. (ma con quali sembianze eventualmente modellarli nella creta?).
U ricuttaru invece c’era e nella sua duplice veste. Anzi triplice. C’era il preparatore e venditore di ricotta e c’era anche u ricuttaru nel suo senso lato, inequivocabile, che cogliamo quando indichiamo un soggetto dicendogli: “Sei tutto ricuttaro”.
U ricuttaru – mi sono informato con stretti familiari originari di un paese del siculo entroterra – designa anche chi si vanta assai assai di essere un conquistatore di donne (nel caso di donne che millantano di essere mangiatrici di uomini si dovrebbe parlare, Crusca insegnando, di ricuttara). 

Con questa definizione definiamo pure – ed è un’aulica sfumatura metaforica – quelle persone a cui piace essere omaggiate, di doni verbali e di doni materiali. C’è anche il caso, non raro, di un ricuttaru tuttu ricuttaru, un preparatore di ricotta a cui piace ricevere pure i regali, anche in ricotta.
Constatazione conclusiva. Considerato che a tutto il genere umano piace ricevere regali, soprattutto a Natale e sotto l’albero, ergo siamo tutti ricuttari.
Sereno Natale, con o senza ricotta.

Raimondo Moncada

mercoledì 21 dicembre 2016

Una cosa divertente che non farò mai più - Recensione

Se mai doveste avere intenzione di leggere Wallace in pubblico, accertatevi almeno che non ci siano più di cinque o sei fan degli Stati Uniti d’America all’interno della stanza dove, appunto, state leggendo. Le tre reazioni più comuni alla descrizione fosteriana degli ambienti e dei contesti contemporanei americani potrebbero essere così suddivise: a) aumento, generalmente brusco, della temperatura corporea; b) smorfie letteralmente extraterrestri che condannano apertamente il disgusto per l’isteria di massa nella società americana; c) caos, patriottismo, morte. Una cosa divertente che non farò mai più comincia con una data: 18 Marzo. Il primo elemento degno di presentazione è, com’è ovvio, la volontà dell’autore rispetto al dato reale, inconfutabile, magnetizzato della crociera 7NC, sulla quale ha svolto un reportage in qualità di pseudogiornalista nautico. Il patto con il lettore è pieno di ostacoli e le immagini così chiare da dimenticare la propria, ordinaria identità. Capitan Video, Dermatitis, la cabina 1009 dove lo scrittore soggiornerà per sette giorni di fila donano la capacità di rielaborare i percorsi del divertimento organizzato con una lucidità mentale folle in grado di mettere in discussione i canoni dell’ozio e del servilismo moderno. L’odio è capovolto, è una parentesi che non tocchi mai veramente; il tocco, in questo resoconto, è destinato al fastidioso panorama borghese di cinquecento americani benestanti che si sparpagliano, in file ordinate, lungo due o tre versanti in attesa di salpare verso un’illusione corale e spasmodica costruita su decine di muri di ottone, piscine olimpioniche, bibite d’occasione con prezzi esorbitanti e tornei di tiro a piattello con ex militari in vacanza. E’ un ritmo che grugnisce. Wallace ha indetto una riunione straordinaria sull’infelicità terrestre e si è buttato a capofitto sulla scrivania. Diventa quasi impossibile assorbire dal testo una sensazione unitaria che riesca tirar fuori un verdetto lucido e privo di intoppi dialogici. Non c’è posto per pensieri straordinari, non una rivoluzione. La ricaduta dei geni, la deficienza del globo, la macchia nell’agglomerato umano.

“[…]Ora sono le 11.32, e l’imbarco comincia alle 14 in punto e neanche un secondo prima; l’altoparlante dichiara gentilmente ma con fermezza la serietà della Celebrity per quanto riguarda queste cose. La voce di donna lascia immaginare che dietro ci sia una top model inglese. Ognuno tiene ben stretta la sua tessera numerata neanche fossero i documenti d’identità al Checkpoint Charley. In quest’ansiosa attesa di massa c’è un clima da Ellis Island/pre-Auschwitz, ma è con disagio che faccio questa analogia. Tante delle persone che aspettano- nonostante la tenuta caraibica – mi sembrano ebree, e mi vergogno di sorprendermi a pensare di poter stabilire se uno è ebreo dall’aspetto. Credo di poter calcolare in due terzi le persone che sono sedute sulle sedie arancioni. Il pre-imbarco al molo 21 nell’hangar per dirigibili non è terribile come, diciamo, la Grand Central Station alle 17.15 del venerdì, ma si avvicina poco ai dettagli su vizi e servizi senza stress pubblicizzati nella brochure della Celebrity – brochure che non sono il solo a sfogliare e a rileggere con una certa malinconia. Molti, poi, leggono il Fort Lauderdale Sentinel o fissano gli altri con lo sguardo vuoto da metropolitana.”

Emanuele Scaduto 

martedì 13 dicembre 2016

SANTA LUCIA

Il 13 Dicembre è il giorno più corto che ci sia, lo dice un proverbio. Mancano solo diciotto giorni alla fine dell'anno. Santa Lucia è la protettrice degli occhi, vergine martire siracusana raffigurata con una lampada simbolo di luce e una palma, metafora del martirio, e un evidente messaggio a non guardare persone e cose nocive e consigli per votare ( no olio, no ex, si agli ex voto con gli organi d'argento mantenuti o ritrovati ).

venerdì 9 dicembre 2016

Cernia Tossica - Recensione di un libro letto

Una sfida farne la recensione. Recensione di un libro letto e reinterpretato, già so cosa direte - solo tu potevi trovarci certe sfumature. Io ci ho cercato il sesso, nel senso che mi sono subito interrogata se il libro fosse più facilmente indirizzabile a un pubblico femminile o se si trattasse di un libro adatto ai masculi; certo parla di finanza, di economia, di problematiche sociali forti, di pesca subacquea - un libro dai forti interrogativi tipo sott'acqua ci sta meglio un uomo? Gli affari finanziari solo per masculi, le femmine si occupano di borse e bilanci, che i conti è dimostrato che li sa fare meglio una donna dal pescivendolo. Cernia Tossica è "un libro ermafrodita", così lo voglio definire, il libro è suo, di Giorgio D'Amato, ma la recensione è mia! Al maschile o al femminile è libro che va a letto subito, non ci sono santi che sudano, (lo taglierebbe) ma pesci morti, tracce di autobiografia sospetta, carne trita e mozzarella a fili lunghi lunghi dentro al riso, che sua madre è brava a fare le arancine; ci stanno i cani e rampicanti intorno alla ringhiera che forse è la stessa e "cernie offese" a pendolare alle sbarre del cancello non se ne vedono più da anni - ora ci appendono il sacchetto con il pane (io l'ho visto). Che bel tronco di uomo questo Germano, lo immagino così muscoloso, bello, sicuro, alto, furbo, protagonista ambizioso, narciso, quanti gradevoli  aggettivi che lo scrittore in questione me li editerebbe tutti; come resistere a occhi azzurri dalle sfumature cangianti, al protagonista maschile forzuto e padrone della scena! siamo già innamorate di lui e lo scrittore ce lo fa vedere correre nudo tra i prati - Rosà ti strappo le mutande! In tante potremmo essere Rosanna, Candy Candy nell'intimo che una "vasata  terensiaca" a Germano gliela daremmo, pagine che ci fanno sognare, rimandi pittoreschi con "riferimenti heidiani"...solo piena natura su sfondo di monti e bestiame, e Germano stuzzica il masculo, il Peter che si nasconde dentro di voi; e potete tirare fuori la lingua con Cernia Tossica in mano, un libro anche al femminile che tutte noi donne amiamo il tipo bad boy, e Germano lo è: tipo tosto, duro al punto giusto e cattivo perso, e quindi nella fantasia femminile da cambiare, da riportare sulla giusta strada, anche se qui di conversione l'autore non ne parla, (al liceo lui preferiva leggere Kundera piuttosto che Manzoni) non parla delle suore crudeli a cui avrebbe voluto  pisciare in faccia alle elementari e della sua sindrome da filo interdentale, ma solo di pesci ammazzati, di gabbie dorate, di macchine di lusso, notti da sballo in un paese vuoto, ruote di motorino bucate, corse pazze, tuffi dall'alto del muretto, tazzine di caffè da lavare, scavazzo di limoni ( no forse scritto nel romanzo precedente o nel prossimo ) nel mentre raggiunge l'apice dell'ermafroditismo: lei legge, intellettuale diversa non cessa, in realtà dei pesci ne fa acquerelli, lui scrive, è uno che conta e le derivate le cerca tra le parole o traccia su un foglio da disegno. " Lo so, è terribile. " Provate a trovarci altro.

Nina Tarantino

mercoledì 7 dicembre 2016

Cernia Tossica - Recensione di Adelaide J. Pellitteri

Leggere il libro di un autore che si conosce personalmente, comporta le sue difficoltà.
Fin dalla prima pagina senti la sua voce, riconosci le parole che usa più spesso e fai fatica ad entrare nella storia. Soprattutto se il personaggio narrante è una donna e l'autore un uomo.
Allora, per questa recensione, comincio proprio da lui, l'autore. 
Il nome, Giorgio D'Amato, è uno sparo di luce. 
È riportato in bianco sulla copertina a campo nero. Spicca più del titolo stesso, Cernia tossica, che comunque non potrebbe passare inosservato. 
Il libro prenderebbe subito il lettore, ma io ho ancora la voce di Giorgio alle orecchie, mi servono 50 pagine prima di "liberarmi" di lui. 
Però - perché c'è un però - a quel punto scopro che è stato merito suo se alla fine è sparito dalla storia. Il personaggio, anzi i personaggi, hanno preso vita propria, faccia, personalità.
La storia incalza ed è una bella storia. 
Si potrebbe parlare di diavolo ed acqua santa, per dire che è l'incontro sfortunato tra chi ha intelligente cultura e aspirazioni letterarie e chi, invece, altro non è che un becero materialista: un arruffone della peggiore specie. 
Rosanna detta Rosà, involontariamente diventa facile preda dell'uomo illetterato e avido; farà di lei un suo strumento. 
La storia si evolve spiegando molti dei meccanismi che da decenni affliggono la nostra economia, mortificano la nostra cultura e demoliscono il nostro futuro. 
Siamo al dunque come epoca e come sentimenti.
Giorgio D'Amato, secondo me, nel sottotesto ci dice anche come gli zoticoni abbiamo un bisogno estremo dei "colti" che senza la loro collaborazione non andrebbero da nessuna parte, non saprebbero neppure "presentarsi". 
Ed ecco che allora anche una storia d'amore fatta di attrazione animalesca, trasforma i due personaggi in braccio e mente, ma qui la sorpresa, la mente e l'avido, il braccio la letterata. E i loro sentimenti (se pure diversi) viaggiano in "tandem" diventano veicolo per loschi traffici e grandi affari.
Un’escalation di truffe e raggiri, partendo dal gradino più basso, il riciclaggio di denaro sporco, poi i diplomi regalati, gli agganci con i Ministri e via via in un crescendo semplice e pedissequo, quanto perverso e, soprattutto, accompagnato da belle lettere di presentazione.  
Un spaccato d'Italia, ancora sotto in nostri occhi.
Un libro che stupisce per i suoi giochi di "potere" visti sotto una luce che non ti aspetti.

Adelaide J. Pellitteri

lunedì 5 dicembre 2016

Saltatempo, di Stefano Benni, a cura di Adelaide J. Pellitteri

Ci sono libri che ti fanno venire la voglia di imparare a scrivere, poi ci sono altri che ti dicono di smettere, perché - se pure ritenevi di avere un po’ di stoffa (magari solo per un buon trafiletto, scritto sotto dettatura di qualche spirito vagante) - prendi coscienza: la tua stoffa (cioè la mia) è veramente poca. Ok, dopo un libro così mi sento felicemente a pezzi.
Ho ascoltato il consiglio di un giovane universitario, l'ho sempre detto: ascoltare i giovani fa bene.
Così, ho appena finito di leggere il libro ed è stato un viaggio bellissimo.
Per recensire un autore come Benni ci vorrebbe almeno un millesimo della sua fantasia, ma questa è spropositata, quindi, io posso solo provare a farvi venire appena-appena un po' di curiosità (ci provo).
Se avete voglia di spaziare tra mille generi insieme beh, non avete che prendere Saltatempo e tuffarvi nel primo fiume che vi viene tra le dita. Gnomi, dee e gnocche stratosferiche sono alcuni degli ingredienti, poi c'è la politica, l'amicizia... aspettate sto facendo un po' di confusione.
Partiamo da principio (sempre che un "principio" ci sia, nel senso di uno solo). Ok: un ragazzino che abita in un minuscolo paese dominato da un bosco, scarpagna verso valle per andare a scuola.
Sono - e saranno - gli stessi passi che muoverà verso la vita. Scarpagnando sempre, saltellando tra fossi e collinette, una strada sempre accidentata, a volte sorprendente a volte pericolosa.
Attraverserà il tempo con il suo orobilogio, saltandolo e ritrovandolo, sperimentando il sesso, l'amore, l'affiatamento, la giustizia, la rabbia, la vendetta.
Vedrà la sua valle e tutti i dintorni messi a soqquadro dall'allettante futuro, cioè la corruzione, l'interesse personale, l'ottusità.
Attraverserà la storia del suo "paese" quale è stato anche il nostro, l'Italia (in seno all'Europa).
Le stragi di Piazza Fontana, le scuole occupate, la libertà sessuale, le molotov, le vincite al totocalcio, le frane, gli arresti, la droga.
Ma se pensate che per argomenti del genere occorra un linguaggio adatto - cioè serio e profondo - vuol dire che non vi ho ancora spiegato come l'autore scriva e descriva ( e infatti come faccio a spiegare la scrittura di Stefano Benni?). Avete presente la ricerca ossessiva degli aggettivi corretti? Ecco, lui fa l'esatto contrario, solo che l'aggettivo - che non ci azzecca nulla - lo azzecca perfettamente. Rendo l'idea?
Nel corollario ci sono i lucci con i piercing e i musi segnati dai pescatori. Poi gli elfi e la strega Berega, il Dio allegro, lo gnomo Boleto...
Il libro è un fantasy umoristico esilarante, ma a tratti anche un thriller, un giallo, un libro di memorie, o sulle questioni pubbliche e anche private, molto private, e poi c'è la morte, quella giusta e quella ingiusta come è la morte da sempre, ma poi c'è anche la vita, quella nuova che cammina sulle scarpe di ginnastica con un viluppo di lacci, color rosso fuoco.