giovedì 16 novembre 2017

Recensione del libro Un uomo di Oriana Fallaci




Storia di un amore e di una guerra. 
L'amore: quello tra l'autrice e l'eroe solitario Alexandros Panagulis, Alekos. 
La guerra: quella tra Panagulis e la dittatura dei colonnelli nella Grecia negli anni '70, contro Papadopulos. 
Eppure il romanzo non è soltanto questo. Nel susseguirsi delle pagine troviamo anche la guerra dell'amore, la difficoltà di vivere in serenità un rapporto quando si ha un forte e lucido senso di giustizia che rende insopportabile i soprusi, le prevaricazioni e la necessità di lottare diventa insostituibile; e Panagulis si getta a capofitto nella lotta fino all'estremo sacrificio, ma solo per scoprire che anche nella democrazia esiste il sopruso, la prevaricazione, la dittatura.
Dittatura è il potere stesso. 
E dittatura sarebbe stato anche l'amore, se lui non avesse incontrato Oriana "l'unica compagna possibile". 
Ogni eroe è eroe da solo e quando due eroi si incontrano allora la solitudine non si annulla anzi si amplifica senza che però l'amore tra i due finisca. 
La Fallaci ha il potere di unire due meravigliose caratteristiche della parola scritta: l'obiettività giornalistica e la fantasia letteraria. Un linguaggio semplice e ricco di metafore che non distraggono, anzi meglio esprimono, spiegano: azioni pensieri e sentimenti, la storia. 
Leggere un suo libro (e questo in particolare) è come ascoltare una musica e riuscire a distinguere ogni singolo accordo, ogni nota emessa dal violino, dalla chitarra, dal tamburo, dall'oboe... 
Ogni sfumatura è ed ha un sentimento proprio che include e prende il lettore coinvolgendolo emotivamente, senza risparmiargli assolutamente nulla.

Adelaide J. Pellitteri



lunedì 23 ottobre 2017

Una vita come tante di Hanya Yanagihara

Recensione






Da tempo non leggevo un romanzo tanto vasto, una storia di tragica e antica attualità, impossibile da dimenticare.
Abusi (danni difficili da riparare o forse impossibili) e amicizia (la fune che occorre per risalire dai propri baratri). Poi c'è l'amore (questo sconosciuto) che si accompagna a una bellezza infinita e storpiata;  un corpo che troppo presto a perso la sua integrità e che alle cicatrici aggiunge cicatrici, unico modo che conosce per potere vivere con la speranza folle di riuscire a morire.
Tutte le gradazioni della rabbia, del dolore, dell'affetto, dove il sesso non è fonte di gioia tra due amanti. Un romanzo che ti stringe tra le sue giornate, difficili, piene di sentimento, ostinazione, volontà, odio, conquiste inimmaginabili e ricadute rovinose, giornate imprevedibili.
Non è una passeggiata - la lettura -, ma se cerchiamo libri che servano a qualcosa, che ci ricordino cosa è e di cosa è capace l'uomo, allora questo romanzo assolve egregiamente il compito.
Oserei dire che da tempo, in qualità di lettrice, non riuscivo a sentirmi così "viva".
Oltre mille pagine che potrebbero inibire il più volenteroso, ma prendere il volume tra le mani, concedersi l'incipit e da quello proseguire senza più fermarsi per me è stato un tutt'uno.
Adelaide J. Pellitteri

martedì 10 ottobre 2017

Recensione del libro Consigli pratici per uccidere mia suocera di Giulio Perrone




Ho incontrato Giulio Perrone all'evento Una Marina di libri di quest'anno, è arrivato a Palermo in doppia veste, presenta il suo nuovo libro pubblicato da Rizzoli ed ha il banchetto dove sono impilate le opere prodotte dalla sua casa editrice (la Giulio Perrone Editore, appunto).
Credo che imbattersi in un editore che scrive e pubblica con qualcuno diverso da se stesso sia già di per sé interessante. Penso al rapporto amore-odio tra le due anime (autore/editore) e decido di scoprirne il frutto. Scarico la copia del libro sul mio kindle quindi niente autografo ma risolvo con un selfie che carico sulla mia bacheca facebook.
Bene: detto, fatto.
Quando scrivo la recensione di un libro ho sempre paura di svelare troppo (come succede spesso nelle presentazioni ufficiali, che ci manca solo lo spoiler e poi ti hanno detto tutto. Alla fine ti chiedi: ma che mi compro a fare?)
Consigli pratici per uccidere mia suocera suggerisce l'idea di una divertente commedia eppure il titolo, che solitamente è una micro-sintesi di tutto il lavoro, in questo caso c'entra poco o comunque è assai relativo.
La storia è ambientata a Roma, la città eterna, così come eterni sembrano essere i dilemmi di un uomo indeciso, mentre due donne tengono ben salde le redini della propria vita nonché quella del personaggio in questione.
La vita un'occasione per cambiare se stessi sembra offrirla sempre, anche nelle situazioni più rocambolesche, pericolose o strampalate, sta solo a noi saperla cogliere, sfruttarla e infine decidere di intraprendere, oppure no, una nuova strada.
Il romanzo si legge in fretta tra un sorriso e una riflessione, tra un compatimento e una speranza - speranza proprio per il personaggio uomo, che quella è sempre l'ultima a morire - .
C'è molta verità in queste pagine e la verità è proprio ciò che si cerca in un libro di fantasia.

Adelaide J. Pellitteri

mercoledì 14 giugno 2017

Una Marina di libri 2017

                     


Orto botanico/Una marina di libri = paradiso terreste per anime in pena: autori, editori e lettori.

Il luogo ideale per provare a conquistarsi, gli uni gli altri, a vicenda. 
I lettori - gente come me, abitualmente insonne - annusa copertine, allunga lo sguardo bramoso ora su questo ora sull'altro banchetto, i libri vorticano loro davanti e la scelta si fa complicata. Sanno di poter spaziare tra generi, autori, volumi e volumetti. Bisogna decidersi, ma alla fine - non ci sono dubbi - ognuno riuscirà a fare la propria scorta di provviste; che almeno la notte non devi alzarti dal letto per gustarti un altro pezzo di vita.  
Con voracità agguanteranno di tutto, opuscoli, brochure, bigliettini da visita e segnalibri. 
Conoscersi, conoscere, farsi conoscere: l'eterna questione autore/editore, editore/lettore. Il primo deve conquistare il secondo, il secondo deve sedurre il terzo, così che il primo espugni il terzo. Sembra un'equazione matematica: lo è.
I mestieri cambiano, il mondo va avanti, si trasforma, ed io che leggo mediamente un libro a settimana, per la prima volta nella mia vita assisto ad una presentazione senza mettermi in fila per il firma copie. Non l'ho presa, la copia, ho il kindle (confesso, non avrei mai voluto, ma dovevo pur evitare la bancarotta).
Lo cerco prima della presentazione, gli vado incontro con il mio sorriso che spero non gli sembri eccessivo, lui non sa quanto mi abbia stimolato e spinto verso altri mille traguardi; ha pubblicato diversi miei racconti, le mie poesie. Non pretendo si ricordi di me, anche se più volte ci siamo scambiati messaggi, non può con precisione, e - se devo dirla tutta - penso che non abbia mai letto nulla di mio; si sa per le antologie di autori vari fa tutto la Redazione. 
Parlo di Giulio Perrone è qui in doppia veste: Editore e Scrittore. E io dico: Bingo! 
Presenta il suo secondo libro, pubblicato dalla Rizzoli:Consigli pratici per uccidere mia suocera. 
No, questa non è una recensione, il libro non l'ho ancora letto, ma lo farò. So che è un libro divertente e questo già basterebbe, so che è una bella storia - e questo è ciò che un lettore cerca -, e poi lo ha scritto lui, il primo editore che mi ha pubblicata.
Durante la presentazione dice che al liceo ha avuto un professore d'eccezione, il critico letterario Walter Mauro. Uaoh! Ecco, l'ho sempre detto: un buon professore è come un buon medico, può salvarti la vita. 
Giulio sembra un po' Kabir Bedi, ma io non sono la perla di Labuan, meno che mai in campo letterario, ahahaha. Eppure sono una persona felice, felice di avere partecipato a questa nuova Edizione di Una Marina di libri con Apertura a Strappo, di essere riuscita a salire sul palco portando a termine la performance de "L'Amleto riscritto dalle governanti", con soddisfazione di pubblico. 
Ci abbiamo lavorato sei mesi, noi di apertura a Strappo, collegandoci tramite il web quando non ci si poteva incontrare, scrivendo e riscrivendo, provando e riprovando. Con fatica, con timore, togliendo - per necessità di copione - cose venute bene, la mannaia inclemente (e sapiente): Giorgio D'Amato. Ideatore, motore propulsivo, vulcano in eterna eruzione che, come lava, a volte fa deserto, poi fertilizza. 
Dovrei citare tutti i miei compagni di avventura, ma basta seguire il blog per saperne di più, molto di più di ognuno di loro, tutti speciali, tutti unici.
È l'ultima sera, vorrei godermela fino in fondo, ma sono costretta ad abbandonare il mio Eden proprio quando Alessio Castiglione sta per presentare la nostra nuova raccolta, la prima come NewBookClub, dal titolo Lettere alla libertà; mio marito batte l'indice sull'orologio, dice: è tardi, dobbiamo andare. Ha molta pazienza, lui, e non posso pretendere di più.
Una marina di libri: Un'esperienza indimenticabile.

Adelaide J. Pellitteri


lunedì 10 aprile 2017

Domenica di Palme e Razzi


Si sente dire in giro che ci ha fatto una bella figura, ha recuperato il suo ruolo di leader e, finalmente, l’America ritorna ad essere la punta dell’ago che indica la via da seguire. Lo fa senza chiedere il permesso a nessuno, come esattamente fa chi è abituato ad agire, sempre e comunque, senza aver bisogno di consultarsi con i suoi legittimi alleati. Certo è questione di gusti, c’è infatti chi preferisce il culo alla faccia, e c’è chi pensa di aver ricevuto da Dio il compito di guida, non sul monte Sinai, ma nello Stato di Washington, sulla costa del Pacifico, che una volta apparteneva agli indiani Siux, uno degli ultimi gruppi ( o nazioni) ad arrendersi alla colonizzazione britannica, dopo lo sterminio dei tutto il loro popolo.

giovedì 30 marzo 2017

FrattoX. Recensione di Rosa La Camera


Ha tolto le tende martedì 28 marzo, il gruppo minimale di Antonio Rezza e Ivan Bellavista, poeti dell’assurdo,  che hanno riportato al Biondo di Palermo, con “Frattox”, un tipo di teatro che avevamo conosciuto con il Living e che mi suggerisce un cambiamento di stile nel teatro, che chiede di ritornare probabilmente ad essere anticonvenzionale e irrequieto, come i suoi attori e registi. Irrequieti come bambini affetti da mancata scolarizzazione, con le loro macchine-giocattolo e quei sproloqui brevi, fitti e raffinati, giochi di stile, che si tessono sottilmente dentro le orecchie dello spettatore, intanto catturato anche dal movimento sulla scena, spoglia ed essenziale  (la scenografia  era di Flavia Mastrella che ho incontrato all’ingresso e che come ultimo regalo alla città, distribuiva biglietti gratuiti ai ragazzi che si erano raccolti in fila per entrare).
Sbalorditi e divertiti, gli spettatori hanno creato a loro volta un sottofondo di risate sottovoce, per l’agilità, il piglio complice e nello stesso tempo irriverente degli attori sulla scena, che mi suggeriva l’atteggiamento dei bambini che spesso vogliamo recuperare da un disagio di iperattività, eliminandolo, e che, però, non ci importa indagare. C’era qualcosa di profondo in quella balbuzie artefatta, qualcosa di viscerale .
Rezza e Ivan esprimono e non raccontano, denunciano e sorridono, balbettano e discutono, con frasi brevi e scoppiettanti come petardi e con due corpi da pupi molli e versatili, saltimbanchi che mi hanno riportato alle fiere della vecchia Inghilterra, alle piazze oltre il Tamigi, e mi hanno fatto sentire ancora ragazza.


giovedì 23 febbraio 2017

Recensione del libro Chissà come dicono minchia in Malesia di Gualtiero Sanfilippo Ediz. Polindromo


Non occorreva certo il libro di Gualtiero Sanfilippo per portare la parola Minchia alla ribalta, lo era già da tempo, grazie a Camilleri e al suo Montalbano.
A dire il vero a renderla famosa, già molto tempo prima, era stato il film Il padrino. Sebbene pronunciata una sola volta in tutta la pellicola, tanto bastò a renderla di conoscenza planetaria.
Il titolo del libro di Gualtiero è: Chissà come dicono minchia in Malesia. E ci si domanda: ma perché questo titolo? È una questione fondamentale sapere come lo dicono in Malesia? 
Beh, se è vero che un libro deve fare pensare ecco che oggi rifletto proprio sulla parola Minchia.
Infranta la barriera che la vedeva in uso solo tra il popolaccio di sesso maschile nato e cresciuto nella Sicilia biedda, oggi è diventata quasi un vezzo; superato lo Stretto ha raggiunto comodamente le Alpi e superate anche queste.
Di per sé va oltre ogni e qualsiasi superlativo assoluto. Infatti posso affermare, senza correre il pericolo di essere smentita, che essa è un passepartout per ogni occasione. Può spaziare agevolmente dai complimenti per un compleanno - magari con molte candeline (minchia novant'anni?) - al rammarico per una morte prematura (minchia muriu!). 
E adesso torniamo al libro di Gualtiero partendo proprio dal titolo, vero spunto per questa mia personale riflessione. 
Mi viene da pensare che l’autore, esprimendo questa curiosità, abbia voluto farci arrivare un messaggio sublimale. 
In questo romanzo, infatti, la parola Minchia mi sembra un ponte con il quale lo stesso Gualtiero  - il libro è autobiografico - arriva all'altro capo del mondo, in Malesia per l'appunto. È un ponte tirato su senza cemento e senza ferro, ma solido - come dovrebbero essere tutti i ponti del mondo - e sotto il quale si mescolano più fiumi; quello della giovinezza, ad esempio - capace di non temere ogni sconosciuto - quello della bellezza - come certi paesaggi esotici che l'autore descrive - quello dell'amicizia - con i tanti i ragazzi che incontra - della ricchezza interiore - perché il volontariato è questo che in fondo regala. 
E così alla fine, non hai dubbi, comprendi: se non sai come si dice Minchia in Malesia in realtà non sai un vera Minchia di niente. 

Adelaide J. Pellitteri


lunedì 30 gennaio 2017

La bisbetica domata di William Shakespeare, recensione di Emanuele Scaduto


Scrivere una recensione dignitosa su uno dei molti testi di Shakespeare è un’operazione complicata e non priva di imprevisti. I lettori del grande drammaturgo inglese si dividono in due categorie: quelli che lo leggono e quelli che se ne fregano, che cercano altre cose, più contemporanee, più empiriche.
Il titolo dell’opera è, in inglese, The Taming of the Shrew. Nella sua traduzione italiana diventa La bisbetica domata. La commedia apparse per la prima volta nel 1623, nella sua edizione in-folio. Il problema storiografico non è indifferente: è stato accertato che nel 1607 avvenne la pubblicazione dell’omonima commedia (che omonima, nella forma e nello stile, non è) differente dall’originale soltanto per un articolo. Il titolo, infatti, è The Taming of a Shrew. Le differenze tra le due commedie non sono poche: l’originale, infatti, è molto più complessa e articolata. A Shrew è ambientata ad Atene, The Shrew a Padova. L’introspezione psicologica dei personaggi, in The Shrew, è completa e lineare. La bisbetica ha dunque due sorelle nella “falsa” commedia e una, Bianca, in quella “vera”. Le ipotesi più affidabili sottolineano l’importanza (marginale) della commedia storpia per capire al meglio la datazione delle commedie Shakespeariane all’interno di quella piccolissima parentesi storica. A Shrew, infine, potrebbe essere non altro che una semplice fonte, o protostoria, da cui Shakespeare avrebbe potuto attingere.
La dimensione matrimoniale di cui si parla possiede qualcosa di inquietante: la donna-oggetto, quella petulante e cattiva, capace di muovere accuse contro ricchi gentiluomini che, certamente, si muovono in un ambiente di totale superiorità intellettuale e fisica. Non c’è bisogno di andare oltre, la presentazione degli altri personaggi è superflua. La commedia intera si muove a stento, fatica a trovare qualcosa di meritevole nei suoi principali interlocutori. E’ il limbo geniale e ustionante di una strada a senso unico: l’ironia. La conversazione è a volte obliqua, non di facile comprensione; i monologhi di Caterina arrivano a superare la pagina. L’unico elemento inequivocabile risiede nella fotografia letteraria che Shakespeare ci ha gentilmente regalato: l’eleganza della sorpresa, il gusto delicato di un colpo di scena che non ti prende alla sprovvista. Il problema dei sessi è affrontato con audacia. Sembra che la censura non abbia intaccato il lavoro del commediografo e questa, signori miei, è pura tristezza. Le donne come anti-eroe, così tanto tralasciate da permettere alla società civile di non porsi valide domande sui trattamenti che venivano riservati all'altro sesso in un’epoca, quella di Elisabetta, la regina vergine, in cui (ecco il paradosso) il rispetto della vita umana poteva risolversi in modi molto più elegiaci.

"SLY: Bene, bene. Voglio vederla. Andiamo, signora moglie, siedi al mio fianco e lascia che il mondo vada per suo conto. Non saremo mai più giovani di adesso."

Come non pensare, e rimandare, alla Sonata a Kreutzer di papà Tolstoj?

Emanuele Scaduto

giovedì 19 gennaio 2017

IL CARAVAGGIO RUBATO - Teatro Massimo di Palermo



Vado al teatro Massimo per curiosità, danno Il Caravaggio rubato.
Ho già visto il Maestro Giovanni Sollima in un concerto a Milano, l’ho anche visto in Tv, con i suoi 100 violoncellisti, aprire il concerto di Capodanno di qualche anno fa.
Ascoltare un artista di tale livello è a dir poco entusiasmante.
Mi incuriosisce anche il fatto criminoso, il furto del quadro.


L'EVENTO ARTISTICO

Nel campo dell’arte esistono tre categorie di persone: I dilettanti, i professionisti e gli Artisti.
I primi creano opere al disotto delle regole, soddisfacendo il proprio Ego (e forse pochi amici).
I secondi producono opere nel perfetto rispetto delle regole soddisfacendo il proprio Ego e gli addetti ai lavori.
Gli ultimi, invece, producono al disopra delle regole – non fuori dalle regole, ma proprio al disopra, cioè partendo da quelle - aggiungendo, migliorando, magnificando ogni creazione con le proprie capacità fino a creare un’opera del tutto Nuova e con essa nuove regole.
Soddisfano così il proprio Ego, gli addetti ai lavori e pure i profani.
Ecco l’ho detto, se un Artista raggiunge, oltre agli esperti del campo, una moltitudine di profani, allora è certo che rimarrà indimenticabile e indimenticato.
Io sono una profana ed è da profana che vado a vedere lo spettacolo.

La scaletta prevede un monologo del giornalista Attilio Bolzoni, la proiezione di alcune foto di Letizia Battaglia e la proiezione di un cortometraggio di Igor Renzetti, tutto sulle musiche scritte ed eseguite dal Maestro Giovanni Sollima che dirigerà anche l'orchestra.
Per gestire gli elementi di queste arti tanto diverse tra loro, occorre una regia capace di far interagire intelligentemente tutte le opere.
C'era.
Una straordinaria Cecilia Ligorio, regista veronese.
Bolzoni comincia il monologo parlando della nascita di suo figlio, dicendo dei suoi piedi nudi, parla poi della nascita, in latitanza, dei figli di Riina, nati a piedi nudi anch'essi. Prosegue spiegando come, da bambino, gli sia stato insegnato a riconoscere i piedi di "quelli", i mafiosi: scarpe belle e sporche di cantiere.
Parla del giornale L'ora.
Ai tempi del suo arrivo in redazione, la sala, piena di fumo e bottiglie di liquore, era bazzicata dalla Battaglia in carne e ossa e dal fantasma di Mauro De Mauro.
Cita le stragi di mafia, quella di Viale Lazio... quella di Capaci.
" Il cratere di Capaci è troppo grande per una piccola aula di giustizia"
Il coro intona:
Et in Terra Pax homnibus banae voluntatis...

Bolzoni riprende riferendo un aneddoto accaduto a Buenos Aires, durante una lezione di giornalismo dove il reporter Clarin sta spiegando la regola del cinque. Dice che il pezzo deve rispondere sempre alle cinque domande: Chi, come, quando, dove e perché. Dal fondo dell'aula si alza la voce dello studente Kiki: Io non sono d'accordo - esordisce - per noi che siamo nati qui deve sempre rispondere alle domande: Perché, perché, perché, perché, perché.
Citare tutto il monologo non è possibile in un pezzo da blog, ma posso dire che le parole, come una palla da bowling scivolavano sulla corsia del passato, ne scandivano i tempi, quello di Caravaggio, della Natività, della nascita dei bambini, dell'avvento della mafia fino ad arrivare dentro la Palermo con le lenzuola a terra, con il sangue che scappava a fare i rivoli sotto i marciapiedi. Ricordando le madri dei nascituri, dei morti, degli assassini.
Alle spalle del narratore gigantografie in bianco e nero. Raffigurano madri che tengono in braccio, anzi in mano, bambini appena nati. Sono mani importanti, la regia ce le lascia vedere falange per falange, riusciamo a sentirne la forza. Reggono la vita, tanta vita nuova, poi... la morte, asciugano il pianto, accompagnano l'urlo del dolore, reggono foto di chi non c'è più... sparito.
Sono immagini di una potenza infinita.
Letizia Battaglia un Artista che conoscevo solo di nome - che brutta cosa per una palermitana come me.
Imperdonabile non conoscere chi della tua città, ha immortalato tutto, bellezza ed orrore, incidendone le immagini sulla carta fotografica con la stessa intensità di un pittore.
Per me, proprio da questa sera, Letizia Battaglia è il Caravaggio della fotografia.
Tutto piano piano diluisce, chiudendosi con il filmato di Igor Renzetti ci mostra la Palermo di oggi, attraverso gli occhi di chi viene da "fuori". Le vecchie case del centro storico, la porta del Capo, le luminarie, le facce della gente comune. Timidi sorrisi, piccole speranze.

Palermo è pronta a rinascere.

GIOVANNI SOLLIMA E IL SUO
IL CARAVAGGIO RUBATO

Se nel pezzo precedente non ho ancora accennato al Maestro Giovanni Sollima è solo perché non ho le stesse capacità della regista Ligorio e allora le note non so lasciarle insinuare tra le parole e le foto, tra le foto e il filmato. Eppure senza queste musiche tutto sarebbe rimasto meno comprensibile o meglio avrebbe scavato meno dentro la memoria.
So che il Maestro suona un violoncello Francesco Ruggeri fatto a Cremona nel 1679. Per aver letto qualche notizia so che per questo spettacolo ha riscritto il Gloria di Guillaume de Machaut, compositore medioevale. Ne ha ribaltato i ruoli vocali originali ed allargato l'immagine sonora.
Poi ha scelto i sublimi versi di Carlo Gesualdo  da Venosa per raccontare l'assenza.

Beltà, poi che t'assenti,
come ne porti il cor
porta i tormenti.
Ché tormentato cor
può ben sentire
la doglia del morire,
e un'alma senza core
non può sentir dolore.

Potrei aggiungere altri particolari che però i profani come me non capirebbero e allora riferisco dell'unica cosa che ho percepito nettamente, il Maestro Sollima ha creato una musica - lo dice lui stesso - che può essere interpretata liberamente (l'Artista raggiunge così il profano).
A me è arrivata come una melodia poeticamente contraddittoria così come è tutta la storia della mia città.
Con le sue note, il Maestro, ha fatto strada agli eventi: la nascita della Natività del Caravaggio, quelle dei bambini, fino a quella della mafia. Lo ha fatto con passaggi diversi, diversi ritmi. 
Sono passaggi armoniosi, ma anche lugubri, percepisco perfino note nerissime.
Ostentato e incalzante è il ritmo della Mafia, quando uccide senza sosta. Le percussioni hanno tutto il crescendo degli eventi e mentre le foto scorrono sembrano prendere voce e tutto ti entra nel petto e precipiti.
Potrai dire di essere stata lì in mezzo, dietro le corone di fiori che accompagnavano i morti.
I morti nati bambini, senza scarpe, alcuni liberi, altri già latitanti.  

Il Caravaggio Rubato non è un semplice spettacolo teatrale, non avrebbe potuto esserlo con Artisti come Sollima, Battaglia, (eccellenze palermitane), Bolzoni (palermitano di adozione) è un evento artistico-culturale che spero venga riproposto.
Fa ricordare, riflettere, sperare e infine lascia orgogliosi.
Palermo è anche la meraviglia dell'arte.
Al Teatro Massimo è andata in scena stasera.
Palermo 5 marzo 2016

L'EVENTO CRIMINOSO

Il quadro del Caravaggio venne  rubato a Palermo dall’Oratorio San Lorenzo nel 1969. Stava lì da 360 anni e cioè da quando il pittore, fuggito da un carcere maltese - incolpato di avere ammazzato un uomo - venne a rifugiarsi in Sicilia, a Palermo.
Durante la sua latitanza dipinge... dipinge, è quello che sa fare.
Magari è da allora che la latitanza è diventata habitué palermitana.
L'artista - dicevo - crea la Natività, ci sono la Madonna, il bambinello, San Giuseppe, che si vede solo di spalle, e poco vicino San Francesco con il suo compagno di fede, fra’ Leone, poi anche un angelo, il piede che si vede è nudo.
Il furto avviene tra il 17 e il 18 di ottobre. Data imprecisata.
Sebbene già allora il quadro fosse stimato all’incirca un miliardo di lire (oggi varrebbe molto di più) non era custodito da niente e da nessuno.
Il primo giornalista che si occupa del fattaccio è Mauro De Mauro.
Sparirà anche lui come il quadro un anno dopo.
Anche la sparizione habitué palermitana.
Dell'opera non si parlerà più fino agli anni ottanta; i peggiori anni che Palermo abbia mai vissuto.
Ne riparleranno i pentiti di mafia.
Brusca dice che lo hanno rubato i Corleonesi per barattarlo con un alleggerimento del 41 bis.
Marino Mannoia riferisce che manacce sporche lo arrotolarono malamente, come fosse un tappeto, rovinando la tela.
Altri che fu seppellito con i tesori del boss Gerlando Alberti.
Altri ancora che si trovasse in casa del boss Gaetano Badalamenti.
"Fu un atto dimostrativo di potere", dicono pure.
Spatuzza sostiene che la tela fu abbandonata in una stalla in attesa di un piazzamento sul mercato nero. Lì fu rosicchiata da topi e maiali.
Ecco, una stalla, la Natività, magari, l'hanno voluta tenere nell'ambiente naturale che riproduceva.
Il quadro piaceva tantissimo ad Andreotti, anche questo lo ha detto un pentito (ma non riesco a ritrovare l'articolo dove ho letto anche il nome del pentito).
Tante verità, troppe.
E penso che tutte insieme facciano una sola grande bugia.
Il furto, iscritto sulla lista dell'FBI, risulta ancora oggi tra i primi dieci crimini d'arte.
Il mistero rimane ed è tanto interessante che la Sellerio - che della Sicilia e di Palermo in particolare cura ogni memoria - pubblica il libro dal titolo Il Caravaggio rubato - appunto - scritto di Luca Scarlini. Nel libro ne viene citato un altro, Una storia semplice di Leonardo Sciascia, ispirato proprio al furto.
Allo stesso caso viene dedicato ancora un altro libro, scritto questa volta dal giornalista inglese Peter Wtason, pubblicato nell'84. Narra di un incontro con Rodolfo Siviero (agente segreto, esperto d'arte e intellettuale italiano, morto nell'81). Questi pare abbia confidato al giornalista di avere ricevuto la proposta d'acquisto della Natività. L'incontro con i trafficanti è fissato per la sera del 23 novembre del 1980, ma il terremoto dell'Irpinia manda a monte l'operazione.
Oggi all'Oratorio San Lorenzo in Via Immacolatella 3, a due passi dalla Chiesa San Francesco, tra gli impareggiabili stucchi del Serpotta, l'opera è tornata a vivere. Questo grazie ad un progetto di Sky Arte che ha commissionato la riproduzione del dipinto ad un laboratorio specializzato di Madrid.
L'opera realizzata - costata 100.000 euro - è stata donata da Sky alla Presidenza della Repubblica e il Capo di Stato, Sergio Mattarella (eccellenza palermitana anche questa), l'ha donata a sua volta all'Oratorio San Lorenzo, riportando così il quadro, sebbene frutto di tecnologia, al suo posto originario intatto nella sua bellezza. 
Ovunque abbia tenuto, sotterrato o perso il Caravaggio, la mafia non ha dimostrato un atto di potere ma solo la solita ottusa ignoranza.


Adelaide Jole Pellitteri

lunedì 16 gennaio 2017

Elephant man

"Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono"
( Joseph Merrick )

Escrescenze ovunque. Masse compatte multiformi, sovrapposizioni di immagini: un parto, elefanti che le respirano sul ventre, un vagito, due o tre barriti, Africa nera. Nascere con pezzi di carne in più, pregiudizi attaccati a zampe di pidocchi che i parassiti epidermici non assottigliano gli strati adiposi, ti succhiano il sangue e le diversità gestite con superficialità anche quello. Mostruoso per i veri mostri che lo guardano sconvolti: Elephant man lo chiamano. 
Il film (e anche il libro) narrano la storia vera di un uomo affetto dalla Sindrome di Proteo, una malattia che sviluppa palle di carne, - immagina tuberi e pezzi enormi dalla forma di zenzero fresco sulla testa, sul corpo; prova a sentire raccapricciante poi accattivante deformità, ecco ti sentirai nei suoi panni. Joseph rincorre il sogno di dormire a faccia in su, che a guardare col naso al cielo brillano le stelle, le puoi vedere anche cadere, esprimere il desiderio che gli esseri umani siano tutti uguali o pronti per amare le diversità altrui, arricchirsene; morire felice perché adesso lui è amato, nonostante le anomale differenze. Una serata al teatro, un applauso, una stella - O Romeo, Romeo ! perché sei tu Romeo, rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome... Un fenomeno da baraccone per la gente, ( lui copre la testa e il viso con un sacco di tela ) costretto a mostrarsi al circo. - Venghino Signori, venghino! Puoi vederlo anche tu, pagare una manciata di soldi così da specchiarti e trovarti bello anzi bellissimo più che mai. Se avrai il coraggio di fissare i suoi tuberi, le tue escrescenze ti sembreranno inesistenti, i tuoi villi intestinali corrosi dalla bile di una esistenza inutile a mostrare sorrisi e denti bianchi. La sua bocca storta proferirà parole chiare di semplice pronunzia ma che ti stupiranno, il suo annuire gelerà il meccanismo del comprendonio secondo la lunghezza d'onda della normalità ( banale classificazione ), Joseph arriva a capire nonostante l'ossigeno al cervello gli arrivi a tratti, la sua intelligenza trova spazio tra le gallerie tuberose di tumori e carne viva anche se di troppo. L'essere in più travalica il resto, sconvolge e terrorizza gli altri, chi ha ben poco da mostrare ( mandibola regolare, viso dai tratti anatomici perfetti ). Lui si adagia su se stesso tutto storto e i pomfi sotto le piante dei piedi gli regalano una andatura irregolare che scappa davanti agli occhi strabici di chi vede le cose come stanno - L'uomo dal fiore in bocca ne godrebbe alla vista. Elephant man va oltre, naso in alto al cielo, stella, afferra il suo desiderio, chiude gli occhi felice. Respira a stento, sceglie di morire. Il viso di sua madre gli sorride, la foto al centro del tavolino ritrae beltà sotto vetro di un tempo passato, la cornice annerita dall'umidità, lucida la mancanza di momenti; e mentre gira la giostra della sua vita schizzata di dolore per la sua incurabile malattia, ne interrompe il meccanismo e stabilisce di non aspettare la morte naturale per liberarsi da un destino ineluttabile. La sua fine nella fine del film e un pensiero per noi spettatori. Ascolta - "L'acqua scorre, il vento soffia, le nuvole fuggono, il cuore batte". Niente muore.

Nina Tarantino

venerdì 13 gennaio 2017

L'importanza dei cardini in Cernia Tossica, di Clotilde Alizzi

Al suo secondo romanzo per Mesogea per la collana Petrolio, Giorgio D'Amato, scrittore porticellese dopo L'Estate che sparavano, sempre per Mesogea,  ci porta con questo suo Cernia Tossica nelle atmosfere degli anni '80, in quel passaggio di  impegno, che ha contraddistinto gli anni '70, verso l'edonismo reaganiano. L'impegno antimafia profuso a piene mani prosegue abilmente in questa sua ultima fatica, anche se chiamerei questo suo ultimo per Mesogea, non un romanzo di Formazione o di Impegno, quanto un romanzo psicologico, lasciando sullo sfondo l'intrigo e il malaffare.
Sembra un'accelerazione o un'evoluzione che l'autore presenta. Il profilo dei personaggi e la storia del rapporto tre i due, Rosanna e Germano, non è lo sfondo al tema principale trattato, quanto viceversa. L'autore ci delizia con mille riferimenti letterari, complice il personaggio colto e curioso di Rosanna alle prese dapprima con la sua tesi di laurea, poi con i suoi interessi culturali, dandocene una profusa dimostrazione tra le pagine finali. Lì, quando il rapporto si è sfilacciato tra le delusioni e i mille intrighi dell'uomo, tra il plagio e l' inconsistente capacità della donna ad arginare la propria deriva intellettuale ed l'esistenziale, l'autore riunisce i riferimenti alla poetica dei cardini di Virginia Woolf, peraltro argomento della tesi in Letteratura di Rosanna, alla amara costatazione di questa, riflessa dentro la tesi aerea dei cardini. Quando scardinare significa aprire nuovi spazi alla coscienza e alla mente, offre libertà, apre porte chiuse, gabbie, illusioni. E' qui che Rosanna scardina la sua vita ingabbiata, debole animale che non ha aperto le ali ad altri spazi e ad altre possibilità. Si ribella, scardina lo spazio chiuso ove ha maturato odio, macinato e disperso ogni sua potenzialità vitale e fugge da Germano. Andrà via, colpevole della complicità maturata con l'uomo ai suoi intrighi e malaffari. La consistenza psicologica del Romanzo ruota così sull'importanza dei cardini nella vita e nella Letteratura, e sul pescatore di Cernie che diverrà l'uomo del malaffare.
E' un romanzo d'odio, come ama definirlo lo stesso Autore, da sfondo la Sicilia e i luoghi della politica del malaffare, delle finanziarie e del fumo venduto per oro colato: dalla scuola privata che vende diplomi facili, ai derivati che le finanziarie della Mafia riciclano nelle amministrazioni pubbliche, là dove una Legge lo permetterà. La disamina dei fatti raccontati sempre documentale, serissima e condotta nelle ultime pagine del Romanzo con dovizia, fa tuttavia da sfondo ad una rabbia che devasta anime e cuori.  Rovina esistenza e ne fa deriva.
Il linguaggio, lo stile e i numerosi riferimenti letterari ne fanno un Romanzo coltissimo, anche una pagina di Buona Scrittura, citata addirittura in una pagina. Per noi è grande letteratura, notevoli le capacità narrative e l'impatto con il lettore.

Clotilde Alizzi

venerdì 23 dicembre 2016

Il presepe, u ricuttaru e l’umanità ricuttara

C’è anche uno spaccato della società civile (o incivile, dipende dai punti di vista e dall’umore del momento) nelle svariate ricostruzioni dei presepi, viventi e non viventi. Per la santa verità, c’è anche di più. Ogni figura è ben rappresentata, sia antica sia moderna. E così sia. 
Nelle rappresentazioni, storiche e di fantasia, non può mancare u ricuttaru, da pronunciare in stretto siciliano in segno di onorevole rispetto della sacra tradizione.
Proprio così. Anche il presepe contempla questa mitica figura che affonda nella memoria millenaria della tradizione secolare (millennaria? secolare? Boh!).
La Sicilia fa la sua dignitosa parte nella storia presepistica (o presepestica o prosopopestica… Boh! Chiediamo aiuto all’Accademia della Crusca) del Paese, senza alcuna fastidiosa prosopopea, ma con arte vera e con i suoi straordinari interpreti che plasmano i personaggi con la creta o li interpretano in carne ed ossa (attenzione ai cani affamati) su un palcoscenico reale (vedi i presepi viventi come quello dei miei amici di Sutera che mangiano, bevono e lavorano preparando per altri da mangiare e da bere per ore ed ore al freddo e al gelo).
Tanti i personaggi che non possono mancare: il pecoraio soprattutto. Un presepe senza pecorai che presepe è? Non ho mai visto un presepe (o presepio) senza pecore né senza un loro padrone. E se ci sono le pecore non possono mancare pure i cani, e di mannara per giunta, che controllano il gregge dall’ovile al pascolo e viceversa (il viceversa è fondamentale anche nell’immobilità del presepe o presepio).
In tutti i presepi ci sono le pecore e se ci sono le pecore ci sono anche le masserie dove le pecore si mungono e dove il latte si lavora o per lasciarlo latte o per trasformarlo e farne formaggio o ricotta o… boh!
E qui entrano in gioco altri personaggi che arricchiscono la tradizione del presepe o presepio. Chi prepara la ricotta? Chi vende la ricotta? Chi trasporta la ricotta? Chi desidera la ricotta? Chi mangia la ricotta? Chi parla di ricotta? Non certo i Re Magi così intenti a non perdere di vista la stella cometa e a non perdere per strada l’oro, l’incenso e la mirra. Non certo il birraio che porta la birra. Non certo il vinaio che porta la vina. Non certo il salsaio che porta la salsa. E non certo lo sbirro che porta la sbirra alla ricerca di chi in taluni fantasiosi presepi (plurale unico che vale per presepio e per presepe) mette elicotteri, fenicotteri e Maradona che non c’entrano nulla con la tradizione. Si assume una grande responsabilità chi si azzarda a inserire nei presepi personaggi di nuova generazione. Attenzione: il social manager non esisteva due millenni fa, così come non esistevano altri mestieri come l’ottimizzatore di siti internet, come il web influencer ecc. (ma con quali sembianze eventualmente modellarli nella creta?).
U ricuttaru invece c’era e nella sua duplice veste. Anzi triplice. C’era il preparatore e venditore di ricotta e c’era anche u ricuttaru nel suo senso lato, inequivocabile, che cogliamo quando indichiamo un soggetto dicendogli: “Sei tutto ricuttaro”.
U ricuttaru – mi sono informato con stretti familiari originari di un paese del siculo entroterra – designa anche chi si vanta assai assai di essere un conquistatore di donne (nel caso di donne che millantano di essere mangiatrici di uomini si dovrebbe parlare, Crusca insegnando, di ricuttara). 

Con questa definizione definiamo pure – ed è un’aulica sfumatura metaforica – quelle persone a cui piace essere omaggiate, di doni verbali e di doni materiali. C’è anche il caso, non raro, di un ricuttaru tuttu ricuttaru, un preparatore di ricotta a cui piace ricevere pure i regali, anche in ricotta.
Constatazione conclusiva. Considerato che a tutto il genere umano piace ricevere regali, soprattutto a Natale e sotto l’albero, ergo siamo tutti ricuttari.
Sereno Natale, con o senza ricotta.

Raimondo Moncada

mercoledì 21 dicembre 2016

Una cosa divertente che non farò mai più - Recensione

Se mai doveste avere intenzione di leggere Wallace in pubblico, accertatevi almeno che non ci siano più di cinque o sei fan degli Stati Uniti d’America all’interno della stanza dove, appunto, state leggendo. Le tre reazioni più comuni alla descrizione fosteriana degli ambienti e dei contesti contemporanei americani potrebbero essere così suddivise: a) aumento, generalmente brusco, della temperatura corporea; b) smorfie letteralmente extraterrestri che condannano apertamente il disgusto per l’isteria di massa nella società americana; c) caos, patriottismo, morte. Una cosa divertente che non farò mai più comincia con una data: 18 Marzo. Il primo elemento degno di presentazione è, com’è ovvio, la volontà dell’autore rispetto al dato reale, inconfutabile, magnetizzato della crociera 7NC, sulla quale ha svolto un reportage in qualità di pseudogiornalista nautico. Il patto con il lettore è pieno di ostacoli e le immagini così chiare da dimenticare la propria, ordinaria identità. Capitan Video, Dermatitis, la cabina 1009 dove lo scrittore soggiornerà per sette giorni di fila donano la capacità di rielaborare i percorsi del divertimento organizzato con una lucidità mentale folle in grado di mettere in discussione i canoni dell’ozio e del servilismo moderno. L’odio è capovolto, è una parentesi che non tocchi mai veramente; il tocco, in questo resoconto, è destinato al fastidioso panorama borghese di cinquecento americani benestanti che si sparpagliano, in file ordinate, lungo due o tre versanti in attesa di salpare verso un’illusione corale e spasmodica costruita su decine di muri di ottone, piscine olimpioniche, bibite d’occasione con prezzi esorbitanti e tornei di tiro a piattello con ex militari in vacanza. E’ un ritmo che grugnisce. Wallace ha indetto una riunione straordinaria sull’infelicità terrestre e si è buttato a capofitto sulla scrivania. Diventa quasi impossibile assorbire dal testo una sensazione unitaria che riesca tirar fuori un verdetto lucido e privo di intoppi dialogici. Non c’è posto per pensieri straordinari, non una rivoluzione. La ricaduta dei geni, la deficienza del globo, la macchia nell’agglomerato umano.

“[…]Ora sono le 11.32, e l’imbarco comincia alle 14 in punto e neanche un secondo prima; l’altoparlante dichiara gentilmente ma con fermezza la serietà della Celebrity per quanto riguarda queste cose. La voce di donna lascia immaginare che dietro ci sia una top model inglese. Ognuno tiene ben stretta la sua tessera numerata neanche fossero i documenti d’identità al Checkpoint Charley. In quest’ansiosa attesa di massa c’è un clima da Ellis Island/pre-Auschwitz, ma è con disagio che faccio questa analogia. Tante delle persone che aspettano- nonostante la tenuta caraibica – mi sembrano ebree, e mi vergogno di sorprendermi a pensare di poter stabilire se uno è ebreo dall’aspetto. Credo di poter calcolare in due terzi le persone che sono sedute sulle sedie arancioni. Il pre-imbarco al molo 21 nell’hangar per dirigibili non è terribile come, diciamo, la Grand Central Station alle 17.15 del venerdì, ma si avvicina poco ai dettagli su vizi e servizi senza stress pubblicizzati nella brochure della Celebrity – brochure che non sono il solo a sfogliare e a rileggere con una certa malinconia. Molti, poi, leggono il Fort Lauderdale Sentinel o fissano gli altri con lo sguardo vuoto da metropolitana.”

Emanuele Scaduto 

martedì 13 dicembre 2016

SANTA LUCIA

Il 13 Dicembre è il giorno più corto che ci sia, lo dice un proverbio. Mancano solo diciotto giorni alla fine dell'anno. Santa Lucia è la protettrice degli occhi, vergine martire siracusana raffigurata con una lampada simbolo di luce e una palma, metafora del martirio, e un evidente messaggio a non guardare persone e cose nocive e consigli per votare ( no olio, no ex, si agli ex voto con gli organi d'argento mantenuti o ritrovati ).

venerdì 9 dicembre 2016

Cernia Tossica - Recensione di un libro letto

Una sfida farne la recensione. Recensione di un libro letto e reinterpretato, già so cosa direte - solo tu potevi trovarci certe sfumature. Io ci ho cercato il sesso, nel senso che mi sono subito interrogata se il libro fosse più facilmente indirizzabile a un pubblico femminile o se si trattasse di un libro adatto ai masculi; certo parla di finanza, di economia, di problematiche sociali forti, di pesca subacquea - un libro dai forti interrogativi tipo sott'acqua ci sta meglio un uomo? Gli affari finanziari solo per masculi, le femmine si occupano di borse e bilanci, che i conti è dimostrato che li sa fare meglio una donna dal pescivendolo. Cernia Tossica è "un libro ermafrodita", così lo voglio definire, il libro è suo, di Giorgio D'Amato, ma la recensione è mia! Al maschile o al femminile è libro che va a letto subito, non ci sono santi che sudano, (lo taglierebbe) ma pesci morti, tracce di autobiografia sospetta, carne trita e mozzarella a fili lunghi lunghi dentro al riso, che sua madre è brava a fare le arancine; ci stanno i cani e rampicanti intorno alla ringhiera che forse è la stessa e "cernie offese" a pendolare alle sbarre del cancello non se ne vedono più da anni - ora ci appendono il sacchetto con il pane (io l'ho visto). Che bel tronco di uomo questo Germano, lo immagino così muscoloso, bello, sicuro, alto, furbo, protagonista ambizioso, narciso, quanti gradevoli  aggettivi che lo scrittore in questione me li editerebbe tutti; come resistere a occhi azzurri dalle sfumature cangianti, al protagonista maschile forzuto e padrone della scena! siamo già innamorate di lui e lo scrittore ce lo fa vedere correre nudo tra i prati - Rosà ti strappo le mutande! In tante potremmo essere Rosanna, Candy Candy nell'intimo che una "vasata  terensiaca" a Germano gliela daremmo, pagine che ci fanno sognare, rimandi pittoreschi con "riferimenti heidiani"...solo piena natura su sfondo di monti e bestiame, e Germano stuzzica il masculo, il Peter che si nasconde dentro di voi; e potete tirare fuori la lingua con Cernia Tossica in mano, un libro anche al femminile che tutte noi donne amiamo il tipo bad boy, e Germano lo è: tipo tosto, duro al punto giusto e cattivo perso, e quindi nella fantasia femminile da cambiare, da riportare sulla giusta strada, anche se qui di conversione l'autore non ne parla, (al liceo lui preferiva leggere Kundera piuttosto che Manzoni) non parla delle suore crudeli a cui avrebbe voluto  pisciare in faccia alle elementari e della sua sindrome da filo interdentale, ma solo di pesci ammazzati, di gabbie dorate, di macchine di lusso, notti da sballo in un paese vuoto, ruote di motorino bucate, corse pazze, tuffi dall'alto del muretto, tazzine di caffè da lavare, scavazzo di limoni ( no forse scritto nel romanzo precedente o nel prossimo ) nel mentre raggiunge l'apice dell'ermafroditismo: lei legge, intellettuale diversa non cessa, in realtà dei pesci ne fa acquerelli, lui scrive, è uno che conta e le derivate le cerca tra le parole o traccia su un foglio da disegno. " Lo so, è terribile. " Provate a trovarci altro.

Nina Tarantino

mercoledì 7 dicembre 2016

Cernia Tossica - Recensione di Adelaide J. Pellitteri

Leggere il libro di un autore che si conosce personalmente, comporta le sue difficoltà.
Fin dalla prima pagina senti la sua voce, riconosci le parole che usa più spesso e fai fatica ad entrare nella storia. Soprattutto se il personaggio narrante è una donna e l'autore un uomo.
Allora, per questa recensione, comincio proprio da lui, l'autore. 
Il nome, Giorgio D'Amato, è uno sparo di luce. 
È riportato in bianco sulla copertina a campo nero. Spicca più del titolo stesso, Cernia tossica, che comunque non potrebbe passare inosservato. 
Il libro prenderebbe subito il lettore, ma io ho ancora la voce di Giorgio alle orecchie, mi servono 50 pagine prima di "liberarmi" di lui. 
Però - perché c'è un però - a quel punto scopro che è stato merito suo se alla fine è sparito dalla storia. Il personaggio, anzi i personaggi, hanno preso vita propria, faccia, personalità.
La storia incalza ed è una bella storia. 
Si potrebbe parlare di diavolo ed acqua santa, per dire che è l'incontro sfortunato tra chi ha intelligente cultura e aspirazioni letterarie e chi, invece, altro non è che un becero materialista: un arruffone della peggiore specie. 
Rosanna detta Rosà, involontariamente diventa facile preda dell'uomo illetterato e avido; farà di lei un suo strumento. 
La storia si evolve spiegando molti dei meccanismi che da decenni affliggono la nostra economia, mortificano la nostra cultura e demoliscono il nostro futuro. 
Siamo al dunque come epoca e come sentimenti.
Giorgio D'Amato, secondo me, nel sottotesto ci dice anche come gli zoticoni abbiamo un bisogno estremo dei "colti" che senza la loro collaborazione non andrebbero da nessuna parte, non saprebbero neppure "presentarsi". 
Ed ecco che allora anche una storia d'amore fatta di attrazione animalesca, trasforma i due personaggi in braccio e mente, ma qui la sorpresa, la mente e l'avido, il braccio la letterata. E i loro sentimenti (se pure diversi) viaggiano in "tandem" diventano veicolo per loschi traffici e grandi affari.
Un’escalation di truffe e raggiri, partendo dal gradino più basso, il riciclaggio di denaro sporco, poi i diplomi regalati, gli agganci con i Ministri e via via in un crescendo semplice e pedissequo, quanto perverso e, soprattutto, accompagnato da belle lettere di presentazione.  
Un spaccato d'Italia, ancora sotto in nostri occhi.
Un libro che stupisce per i suoi giochi di "potere" visti sotto una luce che non ti aspetti.

Adelaide J. Pellitteri