mercoledì 30 marzo 2016

Generazione Corrotta

Trovatemi qualcosa di più corrotto e malato della generazione di oggi. Siamo tutti strani, siamo diversi dagli adolescenti di dieci anni fa. Soffriamo in modo strano e ci divertiamo in modo strano. Ci piace portare ogni singola cosa allo sfinimento e ci piace cercare ininterrottamente di superare il limite. Riconosciamo di sbagliare - ci piace sbagliare - e anche se non lo ammettiamo non ne possiamo fare a meno. Ci affezioniamo agli altri e cerchiamo di fare in modo che gli altri si affezionino a noi. Ridiamo ma passiamo le giornate con la paura di perdere le persone che amiamo. Vorremmo gridare, piangere, ma non ci riusciamo perché ce ne vergogniamo o perché i pensieri sono così fitti e profondi che rimaniamo impantanati. Vorremmo qualcuno che ci guardi negli occhi e legga il dolore che sentiamo ma sappiamo anche che non accetteremmo l'aiuto. Perché siamo incontentabili. 
Perché vorremmo anche potercela fare da soli. 
Vorremmo essere eroi di noi stessi. Eppure giorno dopo giorno falliamo e cadiamo, e anche se a volte vorremmo arrenderci ci rialziamo sempre con qualche livido in più. Perché siamo noi, e siamo così: stupidi, problematici, invincibili, inarrestabili. Siamo la generazione più corrotta, la più malata e forse la peggiore. 
Ma pur sempre la più bella.

Alessandro Accordino

Chissà come dicono minchia in Malesia, recensione di Valeria Balistreri

Minchia, in partenza per la Malesia, un siciliano a vent’anni da solo, in compagnia solo delle sue valigione Paris Hilton e di aspettative non proprio chiare su quello che troverà una volta arrivato. E’ così che comincia questo romanzo, a settemilanovecentoquaranta chilometri da casa, e siamo ancora a metà strada. Anche il lettore non sa bene cosa aspettarsi da questo viaggio, ma si trova subito dentro un incipit fulminante, strampalato e ironico che ci racconta un po’ dell’Italia, di chi siamo. Forse non è qui che il protagonista aveva preventivato di essere ma ci si ritrova in questo momento, davanti l’ignoto. Minchia!, esclama, eppure non si tira indietro. Tutto il viaggio sarà un buttarsi a capofitto nelle cose, dalle partite di pallone sotto la pioggia con i ragazzi del posto ai rapporti con le persone, dalle escursioni al cibo – è lì che cade l’ultima barriera dello schizzinoso protagonista. E non che difficoltà non ce ne siano, ma non c’è tempo per lagnarsi: c’è la vita, la vita da prendere a morsi, così si può anche urlare e correre e prendersi per mano con i compagni di viaggio che per due mesi diventano la famiglia. Questo senso di dinamismo si attacca al lettore, che sente anche lui di dovere muoversi, di dover fare qualcosa: e viene voglia di partire anche a lui. Forse i romanzi belli sono anche quelli che cambiano qualcosa nella tua vita, questo ti mette voglia di partire fin dalla prima descrizione di Kuala Lumpur, la “città-giardino delle luci”, con i ruscelli che scorrono di fianco alla strada e i quartieri tanto diversi fra loro, una città di traffico intenso e toponi che rosicchiano la coda ai gatti ma che contiene luoghi di silenzio, in cui avvicinarsi a una dimensione altra, come le moschee. Spesso, nei vari luoghi che il viaggio tocca, in mezzo al chiasso di un turismo molto occidentale si trovano luoghi come questo, non importa se siano sacri al buddismo, all’islam o all’induismo, si sente di avvicinarsi a qualcosa che non è di questo mondo, che forse è dentro la persona o forse è altro da sé. E la  cosa strana è che questo senso di trascendenza si acquista con un tuffo sempre più a fondo in tutto ciò che è terreno, fisico, come gli odori, le pulsioni, i sapori, la sensazione del caldo, del fresco, dell’acqua sulla pelle. Ed è proprio l’acqua che fa la magia: attraverso l’abluzione è come se si ritornasse a uno stadio primitivo, puro, così spogliati è naturale l’unione carnale con una terra che il protagonista riesce a possedere alla fine. La sua pelle, il suo interno sono stati lavati più volte, adesso è pronto per affrontare tutto con una consapevolezza nuova.

Valeria Balistreri


Fia [...] inizia a muoversi all'interno della grotta, le punte dei piedi allungate, il peso sulle dita. E le mani verso l'alto. Somiglia a un albero, le braccia sono le foglie. Volteggia e sorride. Balla la vita. Oltre Murugan e le altre divinità. Abbracciando la terra. E la vedo volare, uscire da un cerchio aperto nel tetto della roccia formatasi oltre quattrocento milioni di anni prima. Inizia a piovere e l'odore della terra bagnata ci avvolge. Tutto fradicio mi guardo in uno specchio vicino il tempio e vedo una scia rossa sulla mia fronte. Non è ancora stata sciolta dall'acqua, anzi risplende.
(Gualtiero Sanfilippo, Chissà come dicono minchia in Malesia)

martedì 29 marzo 2016

In ricordo di Franco vigile del fuoco

Franco faceva il suo lavoro di vigile del fuoco con entusiasmo e professionalità, lavorare insieme a lui ti dava tranquillità e sicurezza, e nei momenti di attesa tra un intervento e l'altro, sapeva stare in compagnia, si parlava e scherzava ed il tempo volava via.
Il rapporto umano in questo frangente, era molto importante. In quel periodo, lavorando insieme a 120 km di distanza da casa, alle dodici ore dei turni di servizio dovevi aggiungere le tre ore di viaggio in autostrada tra andata e ritorno, quindi per tredici-quattordici giorni al mese passare tutto questo tempo insieme non era uno scherzo, neanche fossimo stati marito e moglie!
Un giorno decidemmo così quasi per gioco, di partecipare ad un concorso interno per Operatori nei CED di nuova apertura, era il mese di novembre del 1986 e passammo insieme due giorni intensi a Roma per le selezioni. 
Durante il volo di ritorno, ricordo, mi disse: "ma ci pensi che superare la selezione significherebbe anche smetterla di fare i pendolari, e dal 1 febbraio del 1987 essere per sempre a casa, un sogno!” Una frase che in quel momento sembrava quasi insignificante, ma che poco tempo dopo sarebbe divenuta tragicamente importante!
Per vari motivi che non vale la pena elencare, lo svolgimento delle graduatorie concorsuali ritardava, nel frattempo il nostro servizio continuava serenamente e regolarmente. Era la sera del 28 gennaio del 1987, l'indomani come al solito ci saremmo visti di prima mattina per andare al lavoro, ma un improvviso malessere mi costrinse a prendere la giornata libera e Franco andò solo.

29 gennaio 1987, circa le 17:00
Da un vecchio oleificio abbandonato, esce un filo di fumo da una finestra posta a una decina di metri di altezza, i vigili del fuoco come sempre danno il via alle sirene e partono con un'autobotte ed un'autoscala, quest'ultima avrei dovuto guidarla io se non avessi preso il giorno libero.
Il mezzo si ferma sotto la finestra da cui continua ad uscire un sottile filo di fumo, la scala si allunga velocemente verso l’alto e verso il fumo, Franco sale in cima ad essa, “è solo uno stupido, maledetto, filo di fumo, forzo la finestra e vediamo cosa c'è dietro” magari sta pensando, ma improvvisamente una violenta esplosione, inaspettata, devastante!
E' una costruzione antica, i muri perimetrali formati da massi di grandezza superiore al metro cubo, si abbattono sui Vigili del Fuoco, non credo che Franco abbia avuto il tempo di capire. Il suo corpo venne recuperato, era appeso in modo innaturale ad un gradino di quel che rimaneva dell'autoscala accartocciata su se stessa dall'impatto del crollo. Un altro operatore venne tirato fuori dalle macerie un'ora dopo, anche per lui non c'era niente da fare. Il collega che mi aveva sostituito alla guida dell’automezzo, aveva un braccio rotto e altri quattro Vigili rimasero feriti, ma per fortuna sopravvissero!
Furono funerali di stato, Nico, la moglie di Franco che poi divenne una mia carissima amica, con il piccolo Fabrizio di due anni in braccio, distrutta dal dolore, una scena che non dimenticherò mai.
Il primo di Febbraio del 1987, la salma di Franco veniva tumulata in un cimitero di Palermo ... per sempre! 
Il primo di febbraio, il giorno in cui aveva sognato di ritornare in città, anche se in modo molto diverso appena qualche mese prima.
Ed io, al momento della disgrazia, avrei dovuto essere li, con loro.
Cosa mi sarebbe successo, non mi è dato sapere, ma il fatto di non esserci stato in quei momenti, non so se riuscirò mai a perdonarmelo, per questo voglio ricordare con onore un amico come lui, insieme a tutti i miei colleghi che hanno lasciato questo mondo per proteggere gli altri.

Roberto Ardizzone


mercoledì 23 marzo 2016

Il Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov - recensione


"...dunque chi sei?"
"Sono una parte di quella forza che
eternamente vuole il male 
ed eternamente opera il bene"
 Goethe - Faust 


Dicono che al diavolo sia stato dato un tempo. Alla fine degli anni trenta Bulgakov in questo romanzo lo ha già piazzato a Mosca come a mostrarci che l'inferno è sulla terra, proprio lì e ce ne racconta la storia in un linguaggio freddo, a volte pesante. Scritto sicuramente da un genio che si scontra con un potere ostico che non consente la libera manifestazione della creatività e racconta di un Dio, di una verità falsata dalla perdita di identità, di Pilato.

martedì 22 marzo 2016

Giulia Maria Crespi

La chiamavano la Zarina, e non certo per farle un complimento.
Perfino sul profilo Wikipedia si legge: dispotica e arrogante.
Lei dice solo di non essere mai stata una diplomatica. 
Ha 92 anni, ed è storia di questi giorni la pubblicazione del suo libro Il filo rosso, un'autobiografia di lungo respiro.
L'Italia è cambiata sotto i suoi occhi, ma è cambiato anche il mondo, le persone... le sue idee.
Oggi (18 marzo 2016) è ospite alla trasmissione Pane quotidiano. 
Esile, ma con voce ferma e chiara parla di cose che subito scopro interessantissime. 

giovedì 17 marzo 2016

LE SCIACALLE nr 19 : Una sciacalla vede un video di auguri e muore

Rileviamo che oggi, 17/3/2016, è morta una sciacalla dopo aver visto un video in cui vengono fatti gli auguri al sindaco Patrizio Cinque.
Ognuno può fare gli auguri a chi gli pare, ma alla sciacalla - ricordando il sostegno del videasta in questione al sindaco in occasione delle visite de Le Iene - gli venne uno stinnicchio totale, non ci puatti nienti, mancu i gocci ri micoren, manco na scuossa elettrica, insomma, stiamo andando a bruricare la sciacalla.
Nel giorno di San Patrizio si consuma un grave lutto.

Giorgio D'Amato

JE SUIS CUFFARO



Applausi! La presentazione del suo libro al Don Bosco, acclamata da gran folla. Dopo anni di carcere, ci regala la sua fatica letteraria sull'onestà della parola. Che il carcere ti cambia la vita.
Da sette anni scrivo, e nessuno mi pubblica, nessuno mi legge.

mercoledì 16 marzo 2016

Totò, ti vogliamo bene!

Tutto è pieno. La sala è piena, il crocifisso è al muro e un santo sporge il viso. Mi guardo intorno e dico minchia, saranno mille. Poi li abbiamo contati: erano mille. C’è chi ha il muso schiacciato, qualcuno mi ha ricordato gli anni ’70. Altri, i fedelissimi, sono eccitati all’idea di potere incontrare il loro salvatore. La sala è stretta, le gambe mi passano vicino e il mio disagio aumenta. Sono io e sono i miei amici che ci sentiamo piangere addosso. La presentazione inizia: applausi. 

Totò, ti vogliamo bene! Totò, Totò, Totò!

Nomi come Pietrangelo Buttafuoco, Renato Schifani, Saverio Romano. Mi sento dritto. Un’analisi superficiale degli avvenimenti dimostrerebbe che Totò Cuffaro abbia scontato gli anni del carcere con assoluta sincerità. Dovevate vederlo, mentre i settantenni di sotto applaudivano e la Sicilia esplodeva.

Totò ci sei mancato!

Dio spacca le anime e le divide a metà: le carceri italiane sono posti in cui ognuno di noi dovrebbe soggiornare per un po’. Sodoma, ormai, è solo un ricordo. Vorrei essere più spontaneo e dedicarmi ad un’analisi critica ed equilibrata di questa spettacolare performance teatrale. Le nostre anime, quelle dei malpensanti, verranno sventrate dalla sfiducia e dall’odio per coloro che invece si pentono. 

Hai visto? Una bella rimpatriata, tutti amici siamo.

Peppa Pig e George Orwell? Ve le spiego io le convergenze: ne La fattoria degli animali, i porci sono troppo uguali tra di loro. Nella realtà, però, esistono eccezioni. Ho una gran voglia di accendere una sigaretta e gettare fumo e catrame. Un signore alla mia destra vuole sapere per quale giornale scrivo. Blog letterario. Che cosa potrei dire? La letteratura, in quella enorme stanza, non esiste. Si va incontro alla giustizia con le proprie gambe, e la pretesa dell’innocenza è più forte delle colpe. Lui è la mafia buona, quella delle cartolarizzazioni che non fanno male a nessuno. 

Totò, vengo con te in Burundi, ti voglio bene!

Marmo. Le statue, gli imperatori, le dominazioni, la clientela, la miscredenza, le targhe commemorative. In mezzo alla folla mi sento unico, un pezzo di marmo a cui nessun tipo di cemento può tendere la mano. I profumi bisbigliano, e Totò alza la voce: Poi sono uscito e ho scoperto che il verso della mia storia non è quella che hanno scritto le sentenze, e il verso della storia di un uomo non può essere scritta soltanto nelle sentenze di un tribunale. Il verso della mia storia io l’ho incontrato nei vostri occhi, nei vostri cuori e nei vostri sorrisi. Sono stato un re perché voi mi avevate fatto credere che fossi un re.

La storia è una ricca palla piena di brufoli e buchi neri. La fortuna, a volte, imprime alla società civile una spinta che gli uomini e le donne di questo pianeta non possono ignorare. La mafia, come la vita, si ciba di morte. L’esistenza di Cosa nostra (lo dico io, perché nessuno lì l’ha detto) è fatto ormai noto. Questa terra desolata (e la città irreale che si porta dietro) regge il peso - con decadenza e disastro - delle ombre che brancolano nel buio e accettano gli omicidi. 

La mafia, e adesso lo sappiamo, possiede i microfoni.

Totò, Totò, vieni qua, fatti abbracciare.

Persone di Valencia - Laura Xerra







Incontri spagnoli, Laura Xerra - 2016

martedì 15 marzo 2016

Cronache dal sotto…Bosco. Tutti con Cuffaro scrittore!



Mi fa paura questa folla di manichei. Mi fa paura la fierezza di Schifani.
Ci sono vecchi, vecchi dentro e fuori, troppi. Arrivo in ritardo non riuscivo a trovare parcheggio, fuori uno spiegamento di forze di vigili urbani, neanche se ci fosse Mattarella in visita. Dopo un chiaro tentativo di evangelizzazione e di proselitismo libresco è il turno di Pietrangelo Buttafuoco, il giornalista destroide. Non devo distrarmi, ogni tanto lui saluta fa ciao e sorride a qualcuno nel pubblico. La voce insinuante e un po’ sgraziata di Buttafuoco, l'abbraccio della gente. Ma Emanuele, Salvo ed io che cazzo ci facciamo qua? Qualcuno potrebbe fraintendere, mi sento in imbarazzo. Emanuele registra, qualcuno gli chiede: ma le i per quale giornale scrive? Sento la parola sacrificio. Oh, Dio lo faranno santo dinanzi ai miei occhi. Sto assistendo a qualcosa di mirabolante, forse irripetibile. È lui l'agnello, le parole di Pietrangelo (ormai lo sento vicino) sono inzuppate d'acqua santa. 'Lui paga per colpe che gli altri non pagheranno mai'. E che vuol dire? Ha lavato le coscienze altrui’. Ed ecco che tira in ballo la terra. Siamo incapaci di amarla, povera, martoriata, dice. Non ci facciamo carico. Sei un Bu... ffone. Che ipocrisia la politica e i suoi professionisti. E’ andato con i suoi piedi, si è consegnato. Ma un condannato dove avrebbe dovuto recarsi? 
Mafia la parola è stata detta! Lui l'unico a scontare... sto per vomitare sulla signora alla mia destra le rovinerò il portatile. Le sporcherò il suo vestitino chic, eppure sono forte di stomaco. Ecco il nuovo vangelo, buttiamo la Bibbia adesso abbiamo il mendicante. Un colpo contro la Cirinnà ma che cazzo c'entra?Come il cristo con la croce fino al Golgota, ho capito, sto assistendo alla resurrezione in diretta. Lui risorge per questa platea. Adesso la parola Coraggio, quello di affrontare la galera. Se la galera non la provi non la puoi capire. La poesia raggiunge vertici di sublimazione inenarrabile. Mi sento inadeguata. Nessuno dice nulla di diverso. Nessuna voce discorde, Buttafuoco mi dà il voltastomaco. Arridatece Totò perché ce lo avete tolto? Dobbiamo risarcirlo quest’uomo. 
Ho deciso di cambiare posto alla mia sinistra c'è una tizia che batte le mani prima che chiunque finisca di parlare. Ma cosa mai avrà ottenuto?La mafia? ma la sua era la mafia Buona. Mi stai stancando Buttafuoco e non leggerò mai più un tuo libro. Mi sciacquerò le mani prima di toccarne uno e seguirò il tuo consiglio farò lo stesso prima di parlare di Totò Cuffaro, ma adesso basta non invocare più il cielo a fettine, graffi d’anime, che potrebbe cascarci il teatro addosso! Lascia perdere le Madonne. A questo punto ci scappa pure la vasata. Appena comincia a parlare Saverio Romano a me comincia a bruciare il naso. Aria pesante, dico a me stessa che è perché siamo troppi. Mi sento scomoda sulla sedia. Come può la Sicilia privarsi di un cavallo di questa razza? Immagina un ritorno trionfale in politica, se soltanto lui volesse, sì che ci salverebbe dall'abisso. 
Oh, il libro ogni tanto ci si ricorda che siamo qui per un libro. E passiamo all'infanzia all'arresto alla consapevolezza dello scontare tutta la pena. E a 'ridaje con il papà e la mamma perché sono le leve giuste... e lui adesso dà voce ai detenuti si fa verbo per loro, e questo io potrei anche accettarlo e sarebbe lodevole, ma è un discorso diverso. Saverio lo sappiamo che il carcere non è una passeggiata e che le carceri in Italia hanno grossi problemi. Il carcere è la conseguenza inevitabile di scelte evitabili. Non l’ho capita quella degli occhiali... adesso l'apoteosi, il primo leccaculo che grida dalla platea, e la sua voce oh mamma l'avevo scordata... l'accento agrigendino, i sendimendi. Parla di carcere, di pregiudizio, però ci rassicura: non è stato sodomizzato, la signora alla mia sinistra tira un sospirone di sollievo, anch’io (non oso immaginare il tono che avrebbe assunto la sua voce in quel caso). Non trascina non ha mordente, mi annoia. Parla di anime del buono che c’è in ognuno (anche in Riina e altri poveracci che scontano le pene?). Ecco un’altra parola magica: Papa. Non so in realtà, quanto la platea voglia ascoltare questi discorsi tristi. Restano incollati alle sedie. Per quanto mi concentri non riesco ad ascoltare Romano. Ah, parla di carceri. Delle diseguaglianze carcerarie. Non tutti scrivono libri in galera. Fuori non troveranno lavoro. Vuole garanzie, piene riabilitazioni per gli imputati, per chi sconta con dignità la pena. Un condannato per mafia ha diritto a candidarsi, no alle discriminazioni sociali. Basta! Applauso! Boato! Per capire le carceri bisogna viverle. E allora, amici politici, provare per credere. Un po’ di carcere fa bene a tutti. Grida e gridando perde un po’ di inflessione. Volete scrivere un buon libro? andate in cella. Il carcere gli ha insegnato a parlare con la sua anima... è là che l'ha trovata. E quella gli ha pure risposto. Qualcuno si commuove, io ho deciso di strozzare la signora alla mia sinistra o potrei tagliarle le mani che mi perforano i timpani. Quando dice che in galera guardava Peppa pig il mio odio cresce a dismisura, tirare in ballo un cartone animato. Boh! Non vuol chiedere perdono, scusa invece sì, per i danni. Qualcuno dice che gli vuol bene. Io mastico un chewing-gum antiemetico occasionale. 
"Siamo nati così... in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi, in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo" - C. Bukowski Parla di rispetto della sentenza, del diritto oltre al dovere di rispettare la giustizia. In noi ha trovato la forza, e noi lo abbiamo aiutato. Noi che lo avevamo fatto Re e una sentenza ha osato detronizzarlo. L'afflato e i baci della gente sono stati il balsamo, il lenimento, la cura e poi i cancelli del carcere che lo hanno reso mendico, puro. Umano. Rifarebbe tutto dall’inizio alla fine. Forse glielo ha suggerito qualcuno, quel cristo che ci rivela ha visto scendere dalla croce, là a Re-bibbia. La signora alla mia sinistra piange. E io a 'sto punto cosa posso aggiungere? 

Adele Musso