Un
garofano all’occhiello a dispetto del grigio, della polvere e del
pallore della morte. E’ necessario sopravvivere al desiderio di
lasciarsi morire, di essere risucchiati nei fossi che tracimano di
corpi, di piangere come se fosse la propria ogni madre uccisa lungo
strade polverose, o i propri figli e fratelli quelli ammassati come
bestiame di ultima scelta in treni scalcinati e fetidi. Ripeto il mio
nome, mi ripeto vivi e non dimenticare nessuno dei nomi e a quelli
che non sai, dai il tuo. Basterà scrivere: Un popolo sulla lapide, e
non sarebbe ancora sufficiente per fare l’appello dei morti.
Porto
la mia macchina fotografica ed è faticoso, non è una digitale,
siamo solo all’inizio del secolo, ed io sono un uomo armato di
buona volontà e qualcuno dirà di coraggio. Sono un uomo, giusto?
Saranno altri a sancirlo non sono niente, adesso invece. Sono una
mosca sul culo di non so quale Dio. So che per voi è difficile
pensare a un signore vecchio stampo che si esprima così. Un
prussiano purosangue che si reca a implorare la salvezza per un
popolo che non è il proprio, (nessuno può pensare che un popolo gli
appartenga e farne ciò che vuole) che pensa di poter dialogare con
il Presidente degli Stati Uniti e con quel folle di Hitler, il primo
m’ignorerà il secondo cercherà di uccidermi. Percorrere la strada
dell’esilio e accettare che nessuna terra ci appartiene davvero,
apparteniamo all’idea di giustizia, agli ultimi e al dolore degli
innocenti. La verità è negli occhi sbarrati che non hanno capito,
nelle donne in ginocchio che implorano per i propri figli, ma la
pietà è un sentimento strano, legato a logiche spesso
incomprensibili.
Armin
T. Wegner
