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venerdì 30 gennaio 2015

Il fuoco dei giusti - Armenia genocidio negato

Un garofano all’occhiello a dispetto del grigio, della polvere e del pallore della morte. E’ necessario sopravvivere al desiderio di lasciarsi morire, di essere risucchiati nei fossi che tracimano di corpi, di piangere come se fosse la propria ogni madre uccisa lungo strade polverose, o i propri figli e fratelli quelli ammassati come bestiame di ultima scelta in treni scalcinati e fetidi. Ripeto il mio nome, mi ripeto vivi e non dimenticare nessuno dei nomi e a quelli che non sai, dai il tuo. Basterà scrivere: Un popolo sulla lapide, e non sarebbe ancora sufficiente per fare l’appello dei morti.
Porto la mia macchina fotografica ed è faticoso, non è una digitale, siamo solo all’inizio del secolo, ed io sono un uomo armato di buona volontà e qualcuno dirà di coraggio. Sono un uomo, giusto? Saranno altri a sancirlo non sono niente, adesso invece. Sono una mosca sul culo di non so quale Dio. So che per voi è difficile pensare a un signore vecchio stampo che si esprima così. Un prussiano purosangue che si reca a implorare la salvezza per un popolo che non è il proprio, (nessuno può pensare che un popolo gli appartenga e farne ciò che vuole) che pensa di poter dialogare con il Presidente degli Stati Uniti e con quel folle di Hitler, il primo m’ignorerà il secondo cercherà di uccidermi. Percorrere la strada dell’esilio e accettare che nessuna terra ci appartiene davvero, apparteniamo all’idea di giustizia, agli ultimi e al dolore degli innocenti. La verità è negli occhi sbarrati che non hanno capito, nelle donne in ginocchio che implorano per i propri figli, ma la pietà è un sentimento strano, legato a logiche spesso incomprensibili.
Armin T. Wegner