martedì 12 aprile 2016

Cattedrale, di Raymond Carver

C’è un bioparco e ci sono i lettori. Ci si arriva in maniera graduale: l’elemento esotico che caratterizza il paesaggio svanisce, e tutti i palazzi, i contenitori del bello e del brutto, perfino un pavone dentro un soggiorno cessa di essere interessante. Le dinamiche della scrittura carveriana vengono continuamente sottoposte ad una notevole indifferenza per la vita, un albero che divide in due un veicolo è destinato a rimanere lì, e sviluppare frutti in orizzontale. Nel racconto Una cosa piccola ma buona l’attaccamento dei genitori per il figlio che viene investito da un pirata della strada è subordinato all’insistenza del pasticciere che alza la cornetta e compone, in maniera quasi convulsiva, il numero dei coniugi. Seguono parole poco piacevoli, deliri e una verità che viene spezzettata, a cui non si vuole credere. Non c’è posto per i miracoli. Lo specchio sul quale facciamo affidamento è evidente nella rappresentazione di una catarsi alternativa, fuori da ogni comune intendimento. E’ la convulsione della letteratura, o di uno spasmo emotivo che ti porta lontano. Le sequenze sono ambigue e tempestate di flashback che sembrano tracciare un compromesso tra la situazione attuale (sempre peggiore) dei personaggi e quella passata. Che aspetto ha una cattedrale? E’ il peso del buio e di una mano che cerca di interpretarlo. Il paesaggio letterario dell’ultimo ventennio è tutto suo; scorre sempre la retorica della Lish Operation o, per meglio dire, il massiccio editing che Gordon Lish, editor dello stesso Carver, adoperò a più della metà delle opere. E’ lecito affermare, in ogni caso, che non si tratta di un autore mutilato. Ma questa è un’altra storia. Quello che è doveroso affermare, lo troviamo nella pagine nude che si sovrappongono. Carver scrive di vite tagliate a metà: spetta al mondo ritrovare l’altra parte.


Emanuele ScadutoCon Carver si sta bene. <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<