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lunedì 30 gennaio 2017

La bisbetica domata di William Shakespeare, recensione di Emanuele Scaduto


Scrivere una recensione dignitosa su uno dei molti testi di Shakespeare è un’operazione complicata e non priva di imprevisti. I lettori del grande drammaturgo inglese si dividono in due categorie: quelli che lo leggono e quelli che se ne fregano, che cercano altre cose, più contemporanee, più empiriche.
Il titolo dell’opera è, in inglese, The Taming of the Shrew. Nella sua traduzione italiana diventa La bisbetica domata. La commedia apparse per la prima volta nel 1623, nella sua edizione in-folio. Il problema storiografico non è indifferente: è stato accertato che nel 1607 avvenne la pubblicazione dell’omonima commedia (che omonima, nella forma e nello stile, non è) differente dall’originale soltanto per un articolo. Il titolo, infatti, è The Taming of a Shrew. Le differenze tra le due commedie non sono poche: l’originale, infatti, è molto più complessa e articolata. A Shrew è ambientata ad Atene, The Shrew a Padova. L’introspezione psicologica dei personaggi, in The Shrew, è completa e lineare. La bisbetica ha dunque due sorelle nella “falsa” commedia e una, Bianca, in quella “vera”. Le ipotesi più affidabili sottolineano l’importanza (marginale) della commedia storpia per capire al meglio la datazione delle commedie Shakespeariane all’interno di quella piccolissima parentesi storica. A Shrew, infine, potrebbe essere non altro che una semplice fonte, o protostoria, da cui Shakespeare avrebbe potuto attingere.
La dimensione matrimoniale di cui si parla possiede qualcosa di inquietante: la donna-oggetto, quella petulante e cattiva, capace di muovere accuse contro ricchi gentiluomini che, certamente, si muovono in un ambiente di totale superiorità intellettuale e fisica. Non c’è bisogno di andare oltre, la presentazione degli altri personaggi è superflua. La commedia intera si muove a stento, fatica a trovare qualcosa di meritevole nei suoi principali interlocutori. E’ il limbo geniale e ustionante di una strada a senso unico: l’ironia. La conversazione è a volte obliqua, non di facile comprensione; i monologhi di Caterina arrivano a superare la pagina. L’unico elemento inequivocabile risiede nella fotografia letteraria che Shakespeare ci ha gentilmente regalato: l’eleganza della sorpresa, il gusto delicato di un colpo di scena che non ti prende alla sprovvista. Il problema dei sessi è affrontato con audacia. Sembra che la censura non abbia intaccato il lavoro del commediografo e questa, signori miei, è pura tristezza. Le donne come anti-eroe, così tanto tralasciate da permettere alla società civile di non porsi valide domande sui trattamenti che venivano riservati all'altro sesso in un’epoca, quella di Elisabetta, la regina vergine, in cui (ecco il paradosso) il rispetto della vita umana poteva risolversi in modi molto più elegiaci.

"SLY: Bene, bene. Voglio vederla. Andiamo, signora moglie, siedi al mio fianco e lascia che il mondo vada per suo conto. Non saremo mai più giovani di adesso."

Come non pensare, e rimandare, alla Sonata a Kreutzer di papà Tolstoj?

Emanuele Scaduto

mercoledì 7 dicembre 2016

Cernia Tossica - Recensione di Adelaide J. Pellitteri

Leggere il libro di un autore che si conosce personalmente, comporta le sue difficoltà.
Fin dalla prima pagina senti la sua voce, riconosci le parole che usa più spesso e fai fatica ad entrare nella storia. Soprattutto se il personaggio narrante è una donna e l'autore un uomo.
Allora, per questa recensione, comincio proprio da lui, l'autore. 
Il nome, Giorgio D'Amato, è uno sparo di luce. 
È riportato in bianco sulla copertina a campo nero. Spicca più del titolo stesso, Cernia tossica, che comunque non potrebbe passare inosservato. 
Il libro prenderebbe subito il lettore, ma io ho ancora la voce di Giorgio alle orecchie, mi servono 50 pagine prima di "liberarmi" di lui. 
Però - perché c'è un però - a quel punto scopro che è stato merito suo se alla fine è sparito dalla storia. Il personaggio, anzi i personaggi, hanno preso vita propria, faccia, personalità.
La storia incalza ed è una bella storia. 
Si potrebbe parlare di diavolo ed acqua santa, per dire che è l'incontro sfortunato tra chi ha intelligente cultura e aspirazioni letterarie e chi, invece, altro non è che un becero materialista: un arruffone della peggiore specie. 
Rosanna detta Rosà, involontariamente diventa facile preda dell'uomo illetterato e avido; farà di lei un suo strumento. 
La storia si evolve spiegando molti dei meccanismi che da decenni affliggono la nostra economia, mortificano la nostra cultura e demoliscono il nostro futuro. 
Siamo al dunque come epoca e come sentimenti.
Giorgio D'Amato, secondo me, nel sottotesto ci dice anche come gli zoticoni abbiamo un bisogno estremo dei "colti" che senza la loro collaborazione non andrebbero da nessuna parte, non saprebbero neppure "presentarsi". 
Ed ecco che allora anche una storia d'amore fatta di attrazione animalesca, trasforma i due personaggi in braccio e mente, ma qui la sorpresa, la mente e l'avido, il braccio la letterata. E i loro sentimenti (se pure diversi) viaggiano in "tandem" diventano veicolo per loschi traffici e grandi affari.
Un’escalation di truffe e raggiri, partendo dal gradino più basso, il riciclaggio di denaro sporco, poi i diplomi regalati, gli agganci con i Ministri e via via in un crescendo semplice e pedissequo, quanto perverso e, soprattutto, accompagnato da belle lettere di presentazione.  
Un spaccato d'Italia, ancora sotto in nostri occhi.
Un libro che stupisce per i suoi giochi di "potere" visti sotto una luce che non ti aspetti.

Adelaide J. Pellitteri

giovedì 29 settembre 2016

Vanità Soldi Fango, di Alessio Castiglione - recensione di Adelaide J.Pellitteri

Per me che amo i mallopponi (del genere “Un cappello pieno di ciliegie” di Oriana Fallaci, 859 pagine) trovarmi in mano il libro di Alessio Castiglione mi lascia perplessa. È un romanzo breve, lo sapevo, ma guardo il dorso e non arriva nemmeno a un centimetro (a casa ne avrò la conferma, poco più di mezzo centimetro)! La curiosità vince. Conosco Alessio per via della mia passione letteraria, ho partecipato ad un paio di incontri di scrittura en plein air. Esperienza fantastica (ma questo è un altro discorso).
Proprio in quelle occasioni ho avuto modo di ascoltare i suoi racconti, scritti in meno di un'ora, con uno spunto dettato all'ultimo momento. Alessio mi conquista subito con una sensibilità fuori dal comune. I suoi racconti ti lasciano sempre qualcosa addosso, come una coperta, una sensazione, una speranza; qualcosa che gratifica l'ascolto, puntualmente. 
Leggo il suo libro Vanità soldi fango in poco più di un paio d'ore, e non riesco a credere che un romanzo tanto breve non abbia bisogno nemmeno di una sola pagina in più.
È bellissimo per l'orrore che descrive, in così poco inchiostro c'è tutto un mondo, una didascalia di sentimenti infinita.
Nonostante il "fango" percepisci il distacco del personaggio principale, e la morbosità descritta - noti - non è quella dell'autore, ma dei loschi individui che si muovono all'interno delle pagine. Un pregio unico, che hanno solo gli scrittori (quelli veri, intendo).
Forse questo romanzo farà parte della nuova letteratura, quella breve che al momento ci fa amare i racconti, i testi brevi che prima si snobbavano. 
Un grosso in bocca al lupo ad Alessio Castiglione, e grazie per averci regalato un testo come questo.

Adelaide J.Pellitteri


mercoledì 29 giugno 2016

Di Schiena, di Anna Burgio - Recensione

Non è la prima volta che qualcuno scrive della relazione tra Amedeo Modigliani e colei che, in alcuni casi, è stata definita “la moglie”, senza mai esserlo in realtà; essendo lei, Jeanne Hèbuterne, una ragazzina di diciassette anni e la loro una relazione breve, di quattro anni. Questa dev’essere stata la considerazione di chi ha scritto le tante biografie su Modigliani, biografie che generalmente trattano la Hèbuterne come un personaggio di contorno, meno importante di altre figure,  come, ad esempio, il mercante d’arte Zborowski e gli altri artisti che vivevano attorno a Modigliani e  come lui a Parigi : Guillaume Apollinaire, Maurice Utrillo, Moise Kisling, Chaim Soutine e tanti altri - i così detti “artisti maledetti”; se non fosse che Jeanne si sia uccisa lasciandosi cadere giù da una finestra della casa dei suoi genitori due giorni dopo la morte di lui, che avesse già partorito una bambina, che non viveva più con loro, e che fosse incinta di nove mesi quando si suicidò.
“Di Schiena” è il titolo del libro dove Anna Burgio prova a ricostruire questa relazione; stavolta, però il tentativo viene fatto usando un punto di vista diverso; non quello dei tanti biografi dell’artista, ma di una scrittrice che partendo dai brevi e frammentari riferimenti prova ad entrare nel personaggio, nell'esperienza di Jeanne, a parlarne entrando dentro la sua testa. Non posso dire che ci sia riuscita del tutto; mi sarei aspettata una scrittura diversa nei paragrafi in cui compie questa operazione di introspezione, avrei preferito che fosse più suggestiva e meno esplicita su argomenti che in realtà può solo immaginare. Per il resto, invece, penso che abbia fatto molto bene il suo lavoro di ricerca e di ricostruzione, tirando fuori un saggio molto particolare: un misto di analisi e di notizie; offrendoci di Jeanne una figura a tutto tondo, ma anche informazioni e ambienti.
La cosa che più mi è piaciuta di questo libro - la stessa che poi mi ha spinto a scrivere questa recensione - è una breve ma importante considerazione che fa l’autrice sul silenzio di Jeanne. Risulta un elemento significativo, questo silenzio, perché anomalo rispetto alla personalità di Jeanne, altrimenti volitiva, caparbia, colta e intraprendente, essa stessa un’artista, una pittrice. Il silenzio è lo stesso; è quello di tante donne, quelle che assumono un ruolo e lo portano avanti fino in fondo, senza recriminare.
Jeanne avrebbe - se avesse potuto - usato la sua arte per comunicare, quella che fu sicuramente una esperienza inenarrabile, per fissarla magari e nello stesso tempo per potersene liberare. Perché Jeanne non l’avesse fatto, resta una domanda sospesa che si lega al ricordo di una donna altrettanto caparbia e volitiva alla quale una volta ho sentito dire che “le cose peggiori sono quelle che non puoi raccontare, forse perché non le capisci, forse perché te ne vergogni” sono quelle le cose di cui si muore e di cui profondamente si vive, attorno a cui si costruiscono le esistenze, si formano caratteri e sensibilità, a volte perfino i lineamenti del viso, le fattezze dei corpi e la loro andatura, perché il silenzio agisce come uno scalpello.

Rosa La Camera

lunedì 27 giugno 2016

Occhi di cane azzurro - G.García Márquez, Recensione

Una ventata leggera di piombo, un universo stravolto da elementi letterari insoliti che un mondo fantastico salva; l'invenzione letteraria riesce a soffiare un vento liberatorio e ci porta oltre il testo, nel cosmo della fantasia. Non una parola di troppo nel testo, acerbo, pieno di elementi arcani. 
Undici racconti dove alla narrazione si mescolano simbologia e magia, realismo e mondo fiabesco, che supera tutto il resto, la fantasia come via d'uscita, valvola di sfiato, superamento dell'esistenza stessa dell'essere, elementi macabri, allegorie intrise di morte, sonno, sogni, sdoppiamenti, nevrosi e solitudine, che il Marquez porterà nei suoi Cent'anni di solitudine.
...Aveva dedicato la sua vita a cercarmi nella realtà, mediante quella frase identificatrice: Occhi di cane azzurro. E per la strada la diceva ad alta voce, il che era una maniera per dire all'unica persona che avrebbe potuto intenderla: - Io sono colei che arriva ogni notte nei tuoi sogni e ti dice: occhi di cane azzurro. In Eva sta dentro il suo gatto, una bellezza crollata duole come un tumore, la trasformazione e la difficoltà della rassegnazione di essere una bestia vinta che miagola e sente il ripugnante desiderio di mangiare un topo.
Non si può non pensare alla Pioggia nel Pineto mentre si legge il Monologo di Isabel che guarda piovere sulla città di Macondo, ...senza che ce ne accorgessimo, la pioggia stava penetrando troppo a fondo nei nostri sensi. Nei racconti trovano spazio allucinazioni, angoscia, nevrosi, follia, una morte dopo l'altra; alla fine il mondo nevrotico muore e vince quello magicamente fantastico - nel sogno di essere.
Nina Tarantino



mercoledì 18 maggio 2016

I santi di Collerognone, di Letizia Lipari

Inutile negarlo, Letizia deve la sua ispirazione a Santa Madre TiVù. 
E per questo le toccherà ringraziarla tutti i santi giorni. 
Io, intanto, ringrazio Letizia per questo paio d’ore che mi ha fatto trascorrere nel paese dei miracoli e più precisamente a Collerognone.
Lì si aggira un ispettore che - come giusto che sia - raccogliendo di bocca in bocca notizie sulla morta (il delitto è d’obbligo, se no a che cosa serve un ispettore?) trarrà le sue esatte conclusioni.
La verità di tutte le verità verrà a galla, perché alla fine è solo tutto quello che combacia a dire le cose come stanno, ed è una soluzione davvero inaspettata che - per quanto fosse lì sotto gli occhi - sono sicura, nessuno l’avrà seriamente tenuta in conto. Proprio così, ogni lettore avrà usato il proprio ingegno per andare oltre la barriera delle parole dette, trastullandosi con la fantasia, istruendo congetture buone per un processo, per una arringa accusatoria, ma…
Un ispettore serio, non sbaglia un colpo, e sebbene questo sia solo il suo primo caso, a me pare di intravedere, in tale esordio Lipariano, una carriera di scoperte in grado di spiegare molte e molte cose e non solo di Collerognone, ma anche di quell’hinterland che gli contende la leggenda di Garibaldi. 
Con questa tecnica potrebbero uscire dalla bocca di tanti, mille verità, ed essere risolti molti delitti, chissà; ai tempi di Calvino si scriveva di guerra, partigiani e di nidi di ragni, oggi, quest’altro filone, che - se si scava bene - potrebbe rivelarsi una miniera di pepite d’oro.
No, non vi dico altro, aggiungo solo che i personaggi, diversi per cultura e per mestiere, sono un coro unanime e allora quando si dice Voce di popolo… vuol dire che la verità è solo quella e, per davvero, non ci sono Santi!


Adelaide Jole Pellitteri


martedì 12 aprile 2016

Cattedrale, di Raymond Carver

C’è un bioparco e ci sono i lettori. Ci si arriva in maniera graduale: l’elemento esotico che caratterizza il paesaggio svanisce, e tutti i palazzi, i contenitori del bello e del brutto, perfino un pavone dentro un soggiorno cessa di essere interessante. Le dinamiche della scrittura carveriana vengono continuamente sottoposte ad una notevole indifferenza per la vita, un albero che divide in due un veicolo è destinato a rimanere lì, e sviluppare frutti in orizzontale. Nel racconto Una cosa piccola ma buona l’attaccamento dei genitori per il figlio che viene investito da un pirata della strada è subordinato all’insistenza del pasticciere che alza la cornetta e compone, in maniera quasi convulsiva, il numero dei coniugi. Seguono parole poco piacevoli, deliri e una verità che viene spezzettata, a cui non si vuole credere. Non c’è posto per i miracoli. Lo specchio sul quale facciamo affidamento è evidente nella rappresentazione di una catarsi alternativa, fuori da ogni comune intendimento. E’ la convulsione della letteratura, o di uno spasmo emotivo che ti porta lontano. Le sequenze sono ambigue e tempestate di flashback che sembrano tracciare un compromesso tra la situazione attuale (sempre peggiore) dei personaggi e quella passata. Che aspetto ha una cattedrale? E’ il peso del buio e di una mano che cerca di interpretarlo. Il paesaggio letterario dell’ultimo ventennio è tutto suo; scorre sempre la retorica della Lish Operation o, per meglio dire, il massiccio editing che Gordon Lish, editor dello stesso Carver, adoperò a più della metà delle opere. E’ lecito affermare, in ogni caso, che non si tratta di un autore mutilato. Ma questa è un’altra storia. Quello che è doveroso affermare, lo troviamo nella pagine nude che si sovrappongono. Carver scrive di vite tagliate a metà: spetta al mondo ritrovare l’altra parte.


Emanuele ScadutoCon Carver si sta bene. <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<

mercoledì 30 marzo 2016

Chissà come dicono minchia in Malesia, recensione di Valeria Balistreri

Minchia, in partenza per la Malesia, un siciliano a vent’anni da solo, in compagnia solo delle sue valigione Paris Hilton e di aspettative non proprio chiare su quello che troverà una volta arrivato. E’ così che comincia questo romanzo, a settemilanovecentoquaranta chilometri da casa, e siamo ancora a metà strada. Anche il lettore non sa bene cosa aspettarsi da questo viaggio, ma si trova subito dentro un incipit fulminante, strampalato e ironico che ci racconta un po’ dell’Italia, di chi siamo. Forse non è qui che il protagonista aveva preventivato di essere ma ci si ritrova in questo momento, davanti l’ignoto. Minchia!, esclama, eppure non si tira indietro. Tutto il viaggio sarà un buttarsi a capofitto nelle cose, dalle partite di pallone sotto la pioggia con i ragazzi del posto ai rapporti con le persone, dalle escursioni al cibo – è lì che cade l’ultima barriera dello schizzinoso protagonista. E non che difficoltà non ce ne siano, ma non c’è tempo per lagnarsi: c’è la vita, la vita da prendere a morsi, così si può anche urlare e correre e prendersi per mano con i compagni di viaggio che per due mesi diventano la famiglia. Questo senso di dinamismo si attacca al lettore, che sente anche lui di dovere muoversi, di dover fare qualcosa: e viene voglia di partire anche a lui. Forse i romanzi belli sono anche quelli che cambiano qualcosa nella tua vita, questo ti mette voglia di partire fin dalla prima descrizione di Kuala Lumpur, la “città-giardino delle luci”, con i ruscelli che scorrono di fianco alla strada e i quartieri tanto diversi fra loro, una città di traffico intenso e toponi che rosicchiano la coda ai gatti ma che contiene luoghi di silenzio, in cui avvicinarsi a una dimensione altra, come le moschee. Spesso, nei vari luoghi che il viaggio tocca, in mezzo al chiasso di un turismo molto occidentale si trovano luoghi come questo, non importa se siano sacri al buddismo, all’islam o all’induismo, si sente di avvicinarsi a qualcosa che non è di questo mondo, che forse è dentro la persona o forse è altro da sé. E la  cosa strana è che questo senso di trascendenza si acquista con un tuffo sempre più a fondo in tutto ciò che è terreno, fisico, come gli odori, le pulsioni, i sapori, la sensazione del caldo, del fresco, dell’acqua sulla pelle. Ed è proprio l’acqua che fa la magia: attraverso l’abluzione è come se si ritornasse a uno stadio primitivo, puro, così spogliati è naturale l’unione carnale con una terra che il protagonista riesce a possedere alla fine. La sua pelle, il suo interno sono stati lavati più volte, adesso è pronto per affrontare tutto con una consapevolezza nuova.

Valeria Balistreri


Fia [...] inizia a muoversi all'interno della grotta, le punte dei piedi allungate, il peso sulle dita. E le mani verso l'alto. Somiglia a un albero, le braccia sono le foglie. Volteggia e sorride. Balla la vita. Oltre Murugan e le altre divinità. Abbracciando la terra. E la vedo volare, uscire da un cerchio aperto nel tetto della roccia formatasi oltre quattrocento milioni di anni prima. Inizia a piovere e l'odore della terra bagnata ci avvolge. Tutto fradicio mi guardo in uno specchio vicino il tempio e vedo una scia rossa sulla mia fronte. Non è ancora stata sciolta dall'acqua, anzi risplende.
(Gualtiero Sanfilippo, Chissà come dicono minchia in Malesia)

lunedì 14 marzo 2016

Il diario intimo di Sally Mara - Recensione

Sally Mara, Joël Mara, la madre che imbastisce calze per il marito in cerca di fiammiferi, la signora Killarney. La poetica intertestuale diventa forte esplicitando il ruolo della voce narrante. I periodi vengono incastrati alla perfezione in un labirinto di contrapposizioni: Sally, diciassette anni, ritiene che la verginità possa essere applicata ai campi che non sono stati ancora arati (lei, da brava cattolica, utilizza solo il vocabolario). La percezione della vertigine si può toccare: lo stile camaleontico ma raffinato, la ripetizione di eventi quotidiani e il rifiuto per la società tradizionalista che percepisce in ogni abitazione irlandese è la diretta conseguenza di un’ibridazione tra uno scritto epistolare e un romanzo di formazione. La ricomposizione di una ingenuità velata è sempre presente all'interno del testo e dell'idealizzazione di una vita puritana che aspetta un abbandono immediato. Queneau applica al testo un mosaico fisico che tocca, arrivando al cuore del problema, la desolazione dell'uomo e la deriva materialistica del genere umano, integrando contesti familiari estranei alle sovversioni (quasi) contemporanee della sfera femminile.

"Vuole," ho continuato, "sollevarmi la gonna, abbassarmi le mutandine e farmi il culo rosso?"
"Oh! Che parola orrenda! Sally, non si vergogna? La punirò doppiamente."
E si agitava tutto paonazzo sulla sedia, ma senza saper più cosa fare.
"È così dunque? Vuole sculacciarmi?"
"È così," ha mormorato timidamente.
"Ebbene," gli ho risposto, "niente da fare."
Dapprima non ha saputo cosa replicare, poi timidamente:
"E se usassi la forza?"
"Ci provi."

Emanuele Scaduto 

lunedì 21 dicembre 2015

Corto Viaggio Sentimentale - Italo Svevo

Alla stazione. Il Signor Aghios si separa dalla moglie per un viaggio di lavoro. Da Milano a Trieste. Il treno diventa il luogo della narrazione e un "piccolo mondo" da cui guardare l'altro, staccandosene. Ecco perché il protagonista affronta il viaggio da solo e assapora la libertà.

lunedì 5 ottobre 2015

Amori e innamoramenti. Un viaggio tra i pensieri di Javier Marías

Molti lettori affermano che “Gli innamoramenti” sia uno dei libri più belli di Javier Marías, lo scrittore madrileno che l’anno scorso, proprio con questo testo, vinse il premio letterario internazionale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa” e che, ai Giardini Reali di Palermo, ebbi anche la fortuna di conoscere. Una persona dalla grande intelligenza e cultura, che si colgono all’istante, sia leggendolo sia ascoltandolo.

lunedì 21 settembre 2015

Recensione: Cuore di cane, Michail Bulgakov

Che cosa succederebbe se un medico eugenetico decidesse di impiantare un’ipofisi umana nel cervello di un cane? Secondo Bulgakov il cane si umanizzerebbe sia fisicamente che psicologicamente. E ciò rappresenterebbe di certo un salto enorme per la scienza, ma se l’ipofisi usata per l’esperimento fosse appartenuta a un controrivoluzionario, per lo più dedito all’alcol, la faccenda sfuggirebbe senz'altro di mano e il comportamento del mutante diventerebbe imbarazzante, provocando situazioni imprevedibili e costringendo lo scienziato-padre della creatura a optare per soluzioni drastiche e moralmente discutibili – se già di per sé l’esperimento non avesse turbato il comune senso etico -.

Bulgakov non delude mai. La sua capacità di creare situazioni surreali è inimitabile. Cuore di cane è ambientato negli anni venti, dopo la rivoluzione sovietica e la creazione della NEP (Nuova Politica Economica), e l’autore non perde occasione di fare satira ai nuovi ricchi, che proprio grazie alla rivoluzione hanno scalato i gradini sociali, agli scienziati smaniosi d’innovazioni anche superflue, agli intellettuali e agli idealisti. I personaggi restano impressi nel lettore a prescindere dalla sua conoscenza del periodo storico dileggiato. Per qualche tempo Bulgakov poté vantarsi di essere lo scrittore preferito da Stalin, ciononostante Cuore di cane conobbe la censura e fu pubblicato postumo (nella madrepatria comparve solo nel 1987).

Serena Giattina

giovedì 28 maggio 2015

La città della gioia - Recensione di Serena Giattina

Ma che gioia!?! Generalmente non infierisco contro i libri, nemmeno contro quelli che non mi entusiasmano particolarmente, perché rispetto gli scrittori e cerco di immedesimarmi nello sforzo che compiono per comunicare qualcosa attraverso la loro opera. Ebbene, con Lapierre non ce la faccio. Se lo avessi davanti, gli chiederei: Lapierre, anzi Dominique, perché?
Con tutta la buona volontà, non riesco a trovare niente, ma proprio niente, di salvabile in questa sua fatica. Sì, fatica. Per lo scrittore, che ha partorito il libro in questione a seguito di anni trascorsi in India, e per il lettore che deve fare i conti con un resoconto più noioso di un documentario muto. Almeno, però, in un documentario c’è il gusto di vedere immagini più o meno accurate, nel caso del lavoro di Lapierre, non solo lo scenario che ci si presenta alla vista non riesce a far entrare chi legge nei luoghi descritti, ma ha l’aggravante di un atteggiamento missionario davvero irritante nel suo moralismo.
I poveri indiani, pur non avendo niente, ma proprio niente, riescono a vivere, ad amare e perfino a gioire mentre tu, abbietto uomo occidentale, devi vergognarti del tuo materialismo che t’impedisce di apprezzare i veri valori. In linea di massima il messaggio è questo.

In cosa consiste la trama? Le vicende parallele di due protagonisti, Paul Lambert, un prete francese che si trasferisce a Calcutta per elevarsi spiritualmente stando a contatto con i miseri abitanti di una bidonville (nel libro, tanto per confondere le menti che hanno minor dimestichezza con la terminologia indiana, si chiama slum) e cercando, comunque, di ricambiare gli insegnamenti morali dei poveri, compito che non gli richiede chissà che impegno, perché coloro che si rivelano essere suoi maestri, salvo nei casi medici, rifiutano l’assistenzialismo e vogliono evolversi da sé – come dimostra una giovane coppia che, con grande sacrificio, riesce ad accumulare il necessario per lasciare Calcutta e tornare a vivere nelle campagne bengalesi per condurre una vita contadina, socialmente più dignitosa -. L’altro protagonista è Hasari Pal, un contadino che si trasferisce con la famiglia a Calcutta in seguito alla catastrofe economica che si abbatte nella sua vita per via della prolungata siccità che ha rovinato i suoi campi. Solo sul finire del libro Hasari e Paul s’incontreranno – il contadino che per un periodo ha vissuto sul marciapiede, poi grazie al lavoro di uomo-risciò può permettersi una baracca in una bidonville, questa a sua volta verrà distrutta perché sorgeva sulla futura linea ferroviaria e allora, grazie a un amico, Hasari trova alloggio in una baracca alla Città della Gioia, ovvero la bidonville in cui abita il prete -. Il loro incontro non aggiunge niente di nuovo al racconto. In realtà, la figura stessa di Hasari è superflua: se l’intento dell’autore era quello di offrire due punti di vista diversi – quello occidentale e quello locale – non è andato a buon fine. Il giudizio dello scrittore si sente in entrambe le voci; inoltre ha dato vita a talmente tanti personaggi che raccontano il loro vissuto, non dissimile da quello di Hasari, che il contadino è solo uno in più (e più prolisso). Si giunge faticosamente all'ultima pagina, non perché la narrazione non sia scorrevole, ma perché oltre alla fotografia della miseria non c’è proprio niente, al punto da chiedersi, chiudendo il libro: e allora? Con la sgradevole sensazione di essere stati raggirati nel riguardare lo stemmino Best Seller in copertina.

Serena Giattina