Si sente dire in giro che ci ha fatto una bella figura, ha
recuperato il suo ruolo di leader e, finalmente, l’America ritorna ad essere la
punta dell’ago che indica la via da seguire. Lo fa senza chiedere il permesso a
nessuno, come esattamente fa chi è abituato ad agire, sempre e comunque, senza aver
bisogno di consultarsi con i suoi legittimi alleati. Certo è questione di
gusti, c’è infatti chi preferisce il culo alla faccia, e c’è chi pensa di aver
ricevuto da Dio il compito di guida, non sul monte Sinai, ma nello Stato di
Washington, sulla costa del Pacifico, che una volta apparteneva agli indiani
Siux, uno degli ultimi gruppi ( o nazioni) ad arrendersi alla colonizzazione
britannica, dopo lo sterminio dei tutto il loro popolo.
Visualizzazione post con etichetta rosa la camera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rosa la camera. Mostra tutti i post
lunedì 10 aprile 2017
giovedì 30 marzo 2017
FrattoX. Recensione di Rosa La Camera
Ha tolto le tende martedì 28 marzo, il gruppo minimale
di Antonio Rezza e Ivan Bellavista, poeti dell’assurdo, che hanno riportato al Biondo di Palermo, con
“Frattox”, un tipo di teatro che avevamo conosciuto con il Living e che mi
suggerisce un cambiamento di stile nel teatro, che chiede di ritornare
probabilmente ad essere anticonvenzionale e irrequieto, come i suoi attori e
registi. Irrequieti come bambini affetti da mancata scolarizzazione, con le loro
macchine-giocattolo e quei sproloqui brevi, fitti e raffinati, giochi di stile,
che si tessono sottilmente dentro le orecchie dello spettatore, intanto
catturato anche dal movimento sulla scena, spoglia ed essenziale (la scenografia era di Flavia Mastrella che ho incontrato
all’ingresso e che come ultimo regalo alla città, distribuiva biglietti
gratuiti ai ragazzi che si erano raccolti in fila per entrare).
Sbalorditi e divertiti, gli spettatori hanno creato a loro
volta un sottofondo di risate sottovoce, per l’agilità, il piglio complice e
nello stesso tempo irriverente degli attori sulla scena, che mi suggeriva l’atteggiamento dei bambini
che spesso vogliamo recuperare da un disagio di iperattività, eliminandolo, e
che, però, non ci importa indagare. C’era qualcosa di profondo in quella
balbuzie artefatta, qualcosa di viscerale .
Rezza e Ivan esprimono e non raccontano, denunciano e
sorridono, balbettano e discutono, con frasi brevi e scoppiettanti come petardi
e con due corpi da pupi molli e versatili, saltimbanchi che mi hanno riportato
alle fiere della vecchia Inghilterra, alle piazze oltre il Tamigi, e mi hanno
fatto sentire ancora ragazza.
lunedì 1 agosto 2016
La Frontiera
E’ stata replicata l’opera di Maurizio Padovano “La Frontiera”
interpretata da un gruppo di studenti del Liceo Classico “
Francesco Scaduto” di Bagheria con l’eccellente regia di Rinaldo
Clementi. Questa seconda volta è andata pure meglio della Prima che
era stata rappresentata nella Cavea dell’Istituto il mese scorso. A
mio giudizio l’opera ha reso di più, è andata ben oltre, la
funzione didattica che molti gli hanno, probabilmente, attribuito (considerando la presenza del pubblico formato prevalentemente da
insegnanti dell’Istituto e dai parenti dei ragazzi protagonisti).
Un ottimo prodotto questo lavoro, anche per l’impegno dei ragazzi stessi, bravi tutti, in particolare gli interpreti maggiori: Francesco Carollo e Francesca Padovano, rispettivamente per il personaggio del Giudice e della Donna indigena che lui accoglie e cura nella sua casa (che rappresenterà agli occhi di chi poi lo accuserà di tradimento, testimonianza della sua colpevolezza). La Frontiera è una riflessione articolata sugli eventi drammatici che si stanno accumulando sulla nostra contemporaneità, le guerre del Medio Oriente, con le sue tragiche conseguenze sulla popolazione di quei luoghi; conseguenze che producono fenomeni a catena che non si fermano sulle coste dell’Africa, come tanti vorrebbero. La catena degli eventi è trascinata non dalle notizie (che per la maggioranza dei casi ci lasciano indifferenti) di uomini privati della libertà, confinati in corridoi di terra, privati perfino di uno stato e di una cittadinanza, torturati e resi prigionieri, ma ci arrivano insieme agli uomini fuggiti, per fortuna e per paura, per speranza forse, imbarcati su relitti di barche, su legni e gommoni, che si disperdono e che si annegano e dei quali spesso ci giungono gli stracci, le scarpe - più resistenti dei loro corpi umani che necessitano del respiro per sopravvivere. Nell’opera, la colpa del Giudice consiste nel non voler riconoscere in questi uomini e in queste donne che si accalcano alla Frontiera dei nemici, ma solo persone in cerca di un luogo più sicuro in cui poter vivere. Emerge con forza nel testo l’inganno a cui noi contemporanei, partecipi della tragedia che si sta consumando nel mediterraneo siamo soggetti, costretti a guardare questi uomini e queste donne che lottano contro la morte e provano a raggiungere le nostre coste, se mai le raggiungeranno, come nemici, ora, perfino come terroristi. Un racconto convincente, quasi una profezia. Esso ci mostra in che modo il volto pacifico del nomade, in quel caso, si trasforma, (attraverso le parole pronunciate dal generale ), nel volto minaccioso del barbaro che ci insidia, che minaccia la nostra pace, la nostra cultura, il nostro paese; e come sia sbagliato innalzare noi stessi, i nostri corpi e le nostre menti, in forza a questa menzogna, come muro. Padovano si è fatto aiutare da Eschilo, per dirci questo. L’antico drammaturgo, ci dice il coro, ci annuncia che se perdere la memoria ha una sua ragione, pure nella memoria si cela la risposta alle nostre domande, lei ci viene in soccorso per smascherare l’insidia più grande che trasforma le vittime in colpevoli e i popoli inermi in eserciti agguerriti. Ho visto sfilare davanti a me una tesi insolita, da tempo evitata, la “questione palestinese” ormai sembra cosa superata, annullata da altre storie di ghetti e di massacri. E mi è sembrato di intravedere in questo, se non l'origine, almeno il fondo. Nessuno parla più di Palestina e dei palestinesi. L’onda si allarga e i colpevoli sono “loro” i migranti verso cui impareremo a costruire una nuova frontiera, un muro più poderoso di quello che serviva a fermare il comunismo russo. E questo mi serve per dire che su quella scena ho visto aggirarsi, fra gli studenti del Liceo, nientepopodimeno meno che Brecht! che ci ricorda che lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione. (ahimè, l'ho fatto!) Era presente ovunque nella narrazione infarcita di numerosi elementi parodistici che accompagnavano la sceneggiatura “estraniante” tipica del “teatro epico” che il drammaturgo tedesco riteneva essere necessaria per attivare il “distacco” critico. Bello spettacolo, insomma, per me, oltre che interessante. Mi ha ricordato una poesia che vorrei aggiungere a questo commento, una poesia che parla di migranti e che ho sentito evocare sulla scena, quando si fa menzione alle “scarpe” che galleggiano nel mediterraneo.
Un ottimo prodotto questo lavoro, anche per l’impegno dei ragazzi stessi, bravi tutti, in particolare gli interpreti maggiori: Francesco Carollo e Francesca Padovano, rispettivamente per il personaggio del Giudice e della Donna indigena che lui accoglie e cura nella sua casa (che rappresenterà agli occhi di chi poi lo accuserà di tradimento, testimonianza della sua colpevolezza). La Frontiera è una riflessione articolata sugli eventi drammatici che si stanno accumulando sulla nostra contemporaneità, le guerre del Medio Oriente, con le sue tragiche conseguenze sulla popolazione di quei luoghi; conseguenze che producono fenomeni a catena che non si fermano sulle coste dell’Africa, come tanti vorrebbero. La catena degli eventi è trascinata non dalle notizie (che per la maggioranza dei casi ci lasciano indifferenti) di uomini privati della libertà, confinati in corridoi di terra, privati perfino di uno stato e di una cittadinanza, torturati e resi prigionieri, ma ci arrivano insieme agli uomini fuggiti, per fortuna e per paura, per speranza forse, imbarcati su relitti di barche, su legni e gommoni, che si disperdono e che si annegano e dei quali spesso ci giungono gli stracci, le scarpe - più resistenti dei loro corpi umani che necessitano del respiro per sopravvivere. Nell’opera, la colpa del Giudice consiste nel non voler riconoscere in questi uomini e in queste donne che si accalcano alla Frontiera dei nemici, ma solo persone in cerca di un luogo più sicuro in cui poter vivere. Emerge con forza nel testo l’inganno a cui noi contemporanei, partecipi della tragedia che si sta consumando nel mediterraneo siamo soggetti, costretti a guardare questi uomini e queste donne che lottano contro la morte e provano a raggiungere le nostre coste, se mai le raggiungeranno, come nemici, ora, perfino come terroristi. Un racconto convincente, quasi una profezia. Esso ci mostra in che modo il volto pacifico del nomade, in quel caso, si trasforma, (attraverso le parole pronunciate dal generale ), nel volto minaccioso del barbaro che ci insidia, che minaccia la nostra pace, la nostra cultura, il nostro paese; e come sia sbagliato innalzare noi stessi, i nostri corpi e le nostre menti, in forza a questa menzogna, come muro. Padovano si è fatto aiutare da Eschilo, per dirci questo. L’antico drammaturgo, ci dice il coro, ci annuncia che se perdere la memoria ha una sua ragione, pure nella memoria si cela la risposta alle nostre domande, lei ci viene in soccorso per smascherare l’insidia più grande che trasforma le vittime in colpevoli e i popoli inermi in eserciti agguerriti. Ho visto sfilare davanti a me una tesi insolita, da tempo evitata, la “questione palestinese” ormai sembra cosa superata, annullata da altre storie di ghetti e di massacri. E mi è sembrato di intravedere in questo, se non l'origine, almeno il fondo. Nessuno parla più di Palestina e dei palestinesi. L’onda si allarga e i colpevoli sono “loro” i migranti verso cui impareremo a costruire una nuova frontiera, un muro più poderoso di quello che serviva a fermare il comunismo russo. E questo mi serve per dire che su quella scena ho visto aggirarsi, fra gli studenti del Liceo, nientepopodimeno meno che Brecht! che ci ricorda che lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione. (ahimè, l'ho fatto!) Era presente ovunque nella narrazione infarcita di numerosi elementi parodistici che accompagnavano la sceneggiatura “estraniante” tipica del “teatro epico” che il drammaturgo tedesco riteneva essere necessaria per attivare il “distacco” critico. Bello spettacolo, insomma, per me, oltre che interessante. Mi ha ricordato una poesia che vorrei aggiungere a questo commento, una poesia che parla di migranti e che ho sentito evocare sulla scena, quando si fa menzione alle “scarpe” che galleggiano nel mediterraneo.
I
Scarpi a mmari
A mmari
ci sunnu pisci strani, su pisci ‘ca un ciatanu, ma parranu.
Arrivanu
ri notti, umma umma, scappati di li peri, senza summa,
Su scarpi, parranu, vu rissi;
Cuntanu
ri peri sanguinanti, ri siti, ri disertu, ri fami e di duluri,
Ri sonnu
persu, e ri vuccuni amari, ri casi sdisulati, ri picciriddi rutti…..
Su scarpi
strani, sti scarpi ammari.
Cuntanu
stori can u’ vogghiu sintiri.
Arrivanu!
Curriti! Rici a genti ri mari, e ‘nveci ri scappari accurrinu chi rriti.
Eppuru
sunnu cosi ri scantari !
Rapunu
vucchi comi piscicani.
Si
mancianu l’aria frisca ra matina, u suli - su come ‘na fucina e abbrucianu lu
cori.
Si li
guardi ti penti ri essiri fra tanti - chiddi chi talianu ri luntanu,
E un
portanu mancu un coppu manu
Talianu e
ricunu: Cu su? Chi bonnu ri nuautri? Chi c’intramu?
A nostra
paci nui nun la pristamu!
Allura i
scarpi ammari s’arrabbianu, tagghianu li riti comu spati e
U sangu
s’arririversa ‘nta li strati.
Rosa La Camera
mercoledì 29 giugno 2016
Di Schiena, di Anna Burgio - Recensione
Non è la prima volta che qualcuno scrive della relazione tra Amedeo Modigliani e colei che, in alcuni casi, è stata definita “la moglie”, senza mai esserlo in realtà; essendo lei, Jeanne Hèbuterne, una ragazzina di diciassette anni e la loro una relazione breve, di quattro anni. Questa dev’essere stata la considerazione di chi ha scritto le tante biografie su Modigliani, biografie che generalmente trattano la Hèbuterne come un personaggio di contorno, meno importante di altre figure, come, ad esempio, il mercante d’arte Zborowski e gli altri artisti che vivevano attorno a Modigliani e come lui a Parigi : Guillaume Apollinaire, Maurice Utrillo, Moise Kisling, Chaim Soutine e tanti altri - i così detti “artisti maledetti”; se non fosse che Jeanne si sia uccisa lasciandosi cadere giù da una finestra della casa dei suoi genitori due giorni dopo la morte di lui, che avesse già partorito una bambina, che non viveva più con loro, e che fosse incinta di nove mesi quando si suicidò.
“Di Schiena” è il titolo del libro dove Anna Burgio prova a ricostruire questa relazione; stavolta, però il tentativo viene fatto usando un punto di vista diverso; non quello dei tanti biografi dell’artista, ma di una scrittrice che partendo dai brevi e frammentari riferimenti prova ad entrare nel personaggio, nell'esperienza di Jeanne, a parlarne entrando dentro la sua testa. Non posso dire che ci sia riuscita del tutto; mi sarei aspettata una scrittura diversa nei paragrafi in cui compie questa operazione di introspezione, avrei preferito che fosse più suggestiva e meno esplicita su argomenti che in realtà può solo immaginare. Per il resto, invece, penso che abbia fatto molto bene il suo lavoro di ricerca e di ricostruzione, tirando fuori un saggio molto particolare: un misto di analisi e di notizie; offrendoci di Jeanne una figura a tutto tondo, ma anche informazioni e ambienti.
“Di Schiena” è il titolo del libro dove Anna Burgio prova a ricostruire questa relazione; stavolta, però il tentativo viene fatto usando un punto di vista diverso; non quello dei tanti biografi dell’artista, ma di una scrittrice che partendo dai brevi e frammentari riferimenti prova ad entrare nel personaggio, nell'esperienza di Jeanne, a parlarne entrando dentro la sua testa. Non posso dire che ci sia riuscita del tutto; mi sarei aspettata una scrittura diversa nei paragrafi in cui compie questa operazione di introspezione, avrei preferito che fosse più suggestiva e meno esplicita su argomenti che in realtà può solo immaginare. Per il resto, invece, penso che abbia fatto molto bene il suo lavoro di ricerca e di ricostruzione, tirando fuori un saggio molto particolare: un misto di analisi e di notizie; offrendoci di Jeanne una figura a tutto tondo, ma anche informazioni e ambienti.
La cosa che più mi è piaciuta di questo libro - la stessa che poi mi ha spinto a scrivere questa recensione - è una breve ma importante considerazione che fa l’autrice sul silenzio di Jeanne. Risulta un elemento significativo, questo silenzio, perché anomalo rispetto alla personalità di Jeanne, altrimenti volitiva, caparbia, colta e intraprendente, essa stessa un’artista, una pittrice. Il silenzio è lo stesso; è quello di tante donne, quelle che assumono un ruolo e lo portano avanti fino in fondo, senza recriminare.
Jeanne avrebbe - se avesse potuto - usato la sua arte per comunicare, quella che fu sicuramente una esperienza inenarrabile, per fissarla magari e nello stesso tempo per potersene liberare. Perché Jeanne non l’avesse fatto, resta una domanda sospesa che si lega al ricordo di una donna altrettanto caparbia e volitiva alla quale una volta ho sentito dire che “le cose peggiori sono quelle che non puoi raccontare, forse perché non le capisci, forse perché te ne vergogni” sono quelle le cose di cui si muore e di cui profondamente si vive, attorno a cui si costruiscono le esistenze, si formano caratteri e sensibilità, a volte perfino i lineamenti del viso, le fattezze dei corpi e la loro andatura, perché il silenzio agisce come uno scalpello.
Rosa La Camera
venerdì 26 febbraio 2016
Siamo tutti coinvolti - I bagheresi vergini
Mi sono stufata di leggere lettere mielose di dissenso; tutti a decantare le grandi potenzialità di
questa cittadina che è stata offesa dal comportamento di un Sindaco che si è
fatto sbattere su tutti i giornali della nazione, per aver mentito, per aver
avuto comportamenti non consoni al suo ruolo di Sindaco, per aver rivolto
parole impronunciabili – ridicolo - dato
che è un bagherese per bene, addirittura un pubblico ufficiale. Strano che in
queste lettere che trasudano perbenismo
spicciolo, superficiale, non venga fatto
cenno alla fatica che si è assunto il giovane ragazzo di trent’anni che si è messo al timone di questa nave ormai
alla deriva, con tanti aspiranti capitani e nessuno veramente capace di
smuoverla dalla palude in cui è incagliata.
La verità è che
neppure era riuscita a salpare, in quanto faceva acqua da tutte le parti per le
sue numerose falle, che subito è stata assalita da coloro che , in un modo o
nell’altro, erano rimasti a riva a guardare, e tutti ad affilare le armi per
iniziare l’arrembaggio, una battaglia
che non intendeva risparmiargli colpi; figurarsi se qualcuno era disposto a
cedere per il bene di questa città che era cittadella assediata.
Quelle lettere che prendono le distanze dalle cose
"sgradevoli" che avvengono in questa città mi sembrano delle
ipocrisie, un modo per mettersi al disopra e al difuori; io invece penso che
siamo sempre tutti coinvolti, anche quelli che se ne stanno rinchiusi nelle
loro case, anche coloro che non ci hanno mai messo un dito; il coinvolgimento, è risaputo, prima di tutto
nasce dal fatto che dei fatti passati abbiamo accettato le conseguenze senza
parlare, ci faceva comodo, e non abbiamo
mai scritto lettere così cariche di disprezzo per quegli individui. Forse
che essi non erano sotto la luce
del sole ( e dei riflettori)? Chi l’ha fatto si è buscato querele. Abbiamo convissuto all'ombra di misfatti
efferati, con padrini e affini, forse che non ci coinvolgevano personalmente ?
In seconda , il coinvolgimento nasce dal fatto che molti
nostri comportamenti sono illegali e
fuori dalle regole e non ci poniamo il problema di capire almeno il perché, se
possiamo porvi rimedio, se possiamo cambiarle queste regole, o forse, se
possiamo cambiare noi.
Ora abbiamo affidato
la guida della città ( scaricandoci spalle e coscienza) a un giovane di 30
anni, ci meravigliamo che lui non accetti le “regole" e si comporti in
modo insolito e a volte inappropriato al suo ruolo di Sindaco. Mi è sembrato di
capire che lui intendesse rompere con le apparenze, con le “correttezze” di
facciata e si è dato in pasto alla opinione pubblica decantando le sue
intenzioni di rompere con talune procedure; insomma, ha provato a sperimentare un “metodo”.
Abbiamo capito insieme a lui che non funziona e lo invitiamo, ancora una volta,
a provare ad essere un po’ più ortodosso, sperando che questo lo renda non tanto più “ presentabile” alla platea dei
suoi giudici, ma più efficace nel suo lavoro.
Io mi preoccupo; soprattutto mi preoccupo del fatto che quando prova a mettere mano ai
problemi trova ostacoli enormi di tipo
politico, che nonostante la legge gli imponga di prendersi tutte le
responsabilità non abbia poi la libertà di fare le scelte che ritiene più
opportune, che nell'opposizione consiliare trova solo "opposizione" e
ostacoli. E spero, spero in una riconciliazione con coloro che devono
collaborare con lui, una presa di coscienza: dimenticatevi che questo Sindaco
viene dal M5S e pensate invece che dobbiamo rimettere in piedi questa barca che
traballa, diamo tutti una spinta, quella giusta, per rimetterla in viaggio.
Bagheria è la sua città, come è la nostra, e se noi non ci
sentiamo a nostro agio, ora più consapevoli e disposti a cambiare come
sembriamo essere tutti quanti, a leggere queste lettere, sicuramente non può sentirsi a suo agio, lui,
messo al timone di una città come la nostra, il ragazzo di trent’anni che ne ha
assunto il ruolo di Sindaco. Inutile far finta che da noi è”come in qualsiasi
altro posto”, da noi non basta un atto amministrativo per fare scorrere tutto
il processo; da noi è diverso; perché non possiamo dimenticarci che nelle
nostre contrade, a sintesi di tutto, esiste un posto chiamato ICRE : il volto più
crudele e, non possiamo negarlo ancora, il volto più vero di questo territorio.
Come al solito ho parlato troppo; ma volevo condividere con
voi questa mia riflessione.
Rosa La Camera
sabato 20 febbraio 2016
La tesi con Eco
Da ieri sera passano sul web e sugli altri mezzi di comunicazione alcuni frammenti di interviste ad Umberto Eco che è morto ieri a 84 anni; a parte il fatto che, quando muoiono certe persone, che hai conosciuto e che hanno accompagnato la tua vita ti senti morire anche tu un poco, volevo commentare una delle sue affermazioni; quella che la memoria è , in sostanza, la polpa del nostro essere, l’anima, quella cosa, appunto che ci “anima”, ci fa muovere e esistere nel mondo; e che dunque senza memoria saremmo gusci vuoti; è sicuro che lui si riferisce, non solamente alla memoria individuale, ma anche a quella collettiva che ci fa, tutti insieme “anima del mondo”. Ci sono, comunque, ricordi che uniscono e ricordi che separano, quest’ultimi sono secondo me elaborazioni che necessariamente si legano al tempo e allo spazio, alla contingenza, e alla possibilità di ognuno di noi di scegliere i propri punti di approdo e di riferimento. C’è un altro inghippo in questa cosa: le mediazioni che necessariamente si pongono fra noi e le cose, fra noi e la realtà, quando questa non la viviamo in prima persona, ma da lontano; la cosa è addirittura molto più complicata di come io la pongo; anche la cultura accumulata nelle cose che ci circondano possono mentirci a volte, quando alcune cose che noi facciamo smettono di essere quello che noi intendevamo fossero e diventano altro; ad esempio quando le opere d’arte smettono di essere solo arte e diventano merce.
La memoria subisce delle suggestioni che non sempre aiutano, non contribuiscono a fare della memoria un patrimonio necessario a cui attingere; qualcosa di sicuro e di prezioso, come invece può essere la memoria personale, nostra, della nostra famiglia, quella memoria che, più di ogni altra esperienza, ci rende persone pensanti individualmente. Su questo però volevo dire qualcosa: credo che la memoria non basti, non è sufficiente a renderci persone “animate”, in quanto la memoria può passare su di noi, a volte, senza entrarci dentro; proprio come l’acqua che scorre su una superficie liscia e impermeabile; non sono in grado di dire che cosa sia, anche se un’idea me la sono fatta e potrei anche fare riferimenti scientifici a riguardo: c’entra quello che chiamiamo “carattere”, una specie di scorza più o meno porosa che accoglie le nostre impressioni e le elabora in modo individuale contribuendo a rendere ciascuno di noi persone assolutamente “uniche” .
Penso anch'io che la memoria sia la nostra anima; un’anima che difficilmente però può essere pacificata; essa è invece il luogo dei tormenti. Essa è il luogo degli scontri tra le innumerevoli impressioni che ci giungono dal mondo che ci contiene; le mille spade che da bambina vedevo conficcate nel cuore della Madonna la notte del venerdì Santo, quando mia madre restava in veglia con le sue amiche a pregare fino all’alba; lei, inconsapevole di farlo a nome di tutti noi, dedicava quella veglia al suo figlio andato a lavorare in una terra straniera, lontano.
P.S.
Ringrazio Umberto Eco per avermi stamani ispirato questa riflessione, come d’altronde ha fatto in diverse occasioni. Come tanti di voi, il primo libro che ho letto di Eco fu “Il nome della rosa”. Poco tempo dopo, trovandomi a Cambridge, assistetti ad una grande esposizione del suo libro tradotto in inglese all’Università; trovandomi lì per programmare la mia tesi di laurea, mi ero messa in testa di incontrarlo, ma dopo due giorni di vana attesa dovetti accontentarmi di leggere qualche suo suggerimento (che poi non seguii, per varie ragioni) tratto da un suo libro “Come si fa una tesi di Laurea”
Molti anni dopo ho finalmente letto “Il pendolo di Foucault “ uno dei libri che mi arrivò in casa con mio marito quando mi sposai, ma che nessuno dei due osava leggere; scelsi il momento migliore, durante la mia fase di “ritorno alla spiritualità” , ma dopo aver letto “Dona Flor e i suoi due mariti” del brasiliano Jorge Amado che mi aveva fatto conoscere in modo gioioso la religiosità animistica del sud America; due libri diversissimi, ma che avevano in comune, secondo me, molte cose, primo fra tutti l’ironia, il Brasile ( un po’ per quanto riguarda Eco) e quel discorso, fra l’ironico e il faceto sulle cose spirituali.
Ad Umberto Eco, un grazie, nonostante tutto.
Rosa La Camera
venerdì 19 febbraio 2016
LE SCIACALLE - puntata 18 - U SINNACU RABBIUSU
LE SCIACALLE stamattina sono andate in Piazza matrice ad
intervistare gli anziani che prendono il sole nelle panchine:
Cosa ne pensa di
questa storia del Sindaco che in una pausa del Consiglio Comunale ha urlato ad uno che gli avrebbe “strappato il cuore”?
Avemu un Sinnacu rabbiusu, chi cosa ci putemu fari; s’adduma
comu un cirinu. Chi raggia! Ci tuccaru i picciriddi e s’arraggiò.
Lei va mai ad
assistere ai Consigli, cosa ne pensa?
Io, na vota ci ava, quannu ruravanu tri ghiorna, tutti
parravanu un’ura l’unu e si purtavanu a casa una sacchetta ri picciuli.
E lei perché ci
andava?
Io ci iva pi duormiri, cà a casa un putia pigghiari suonnu e
dà rurmivari bellu. Ni cuntavanu u cuntu e nuatri rurmivamu.
Ah, lei dice che
raccontavano storie, e i problemi, come li affrontavano?
Propremi c’erano e ristavanu , u ni tuccavanu nuddu, anzi,
ni facivanu autri novi.
A questo Sindaco lei
che sembra a vere tanta esperienza, cosa consiglierebbe?
Io ci consiglierei di fassi una bella durmuta, ca certo avi
assai chi non dorme, e poi ci ricissi ri manciarisillu u cuori , chiddu di
crastu , ‘na cosa speciali! Senti: tri cipuddi tagliati a sfrinzi , fritti na’
l’ogghiu, ci etta u cuori a pezzi e anticchia ri vinubiancu, o russu – u stesso
je - avi a sfumari, avi a cociri mezz’ura,
e po’ su mancia.
E nn’arisittamu puru ca tutti sti televisioni ci stannu scassannu
i cabbasisi, ca uno mancu è libero di sputari ntierra ca da Milano ti pigghianu
pi puarcu.
Rosa La CAMERA
martedì 22 dicembre 2015
El Natal de sbarazzamienti
Le case viengono liberate da rifiuti accatastade e se
nettano le ‘gnone. Nel mio mandamiento sono state repulite alcune case da los carrabinieros
notte tiempo ( che ci è sembrato che Babbo natale avia errato lo dia e se era presentato en anticipo). Puntuali se son presentati los carrabinieros – meio deslos spazzinos, che
a Puorto de Tierra c’è lo incoveniente
che non si sa mai quando los spazzino passa dalla strada a ritirar los rifiutos
e le abitantes miettono los rifiutos fuori dalla puorta (e cani e gatti fanno
fiesta) a la ora della nocte , tanti miettono los sacchetto a pendoliar da los balcones elos paccos riesta a
pendoliarr tutto los dias .
A Puerto de Tierra non ce piace essere puntuali a los trabajio,
a marcar lo tesserino - nos cambiamo les
ores commo ce piace, nos siamo un pueblo
de Libertà!!
Por sfruttar l’occasion jo me sto organizzando a miettere en
pratica un projecto: Voglio metter le lusine nello sacchetto pendulo e
illuminar el pais commo un albero de Natal, con tutte ste balles piene de
rifiutos .
(Che questo annos las Municipalidad lo albero non lo hanno ancora preparato)
Noi abitanti de Puerto de Tierra amiamo mucho nos pais e ce
engegniamo commo potemo por renderlo degno de tuta la su fama!!
A puerto de tierra
siamo tutti solidal e non c’è piace differenciarci (che ladifferencia è una brutta maladia che
non vogliamo attaccarce, che se degenera en follia!!) por questa rajion nos ne
differnciamo los rifiutos!!! Jamas!! Peccato mortal ! Che meglio inquinar che
differenciar!
E non ce importa se los Papa Francisco ha ditto che nos planeta
è en periculo, noi siamo cristiani alla vecia manera! (Tanto questo è l’anno de
la Misericordia e la comunione la prendiamo lo stiesso!!)
Viva los rifiutos, abbasso los differenciatos!!
Buon Natal a Puerto de Tierra.
giovedì 10 dicembre 2015
Il castoro di Jean Paul Sartre
“Sono nata il 9 gennaio 1908, alle quattro del mattino, in una stanza dai mobili laccati di bianco che dava sul boulevard Raspail. Nelle foto di famiglia fatte l’estate successiva si vedono alcune giovani signore con lunghe gonne e cappelli impennacchiati di piume di struzzo, e dei signori in panama, che sorridono ad un neonato: sono io.”
venerdì 13 novembre 2015
Il libro di Nino Mandalà - Conversione o Revisionismo?
A parlare di certi libri si fa male, fa male prima di tutto a chi ne parla; ma non è certo chiudendo gli occhi che si cancella la volontà di chi il libro lo ha scritto; e tu hai proprio la sensazione che lo ha scritto perché la vuole vinta lui; perché lui non è uno stupido, non lo è mai stato, uno di quelli che sa usare la cautela e si è formato al comando; uno di quelli che non stenta quando deve esprimere un opinione, che non gli trema la mano quando firma gli autografi, che non si intimidisce davanti agli spettatori, e ce ne sono tanti, che per curiosità o per devozione sono venuti ad ascoltarlo, e lui è lì con il suo vestito grigio argento, come i suoi capelli, impeccabile, la cravatta blu, e le mani fini e la retorica dell’avvocato e la voce altera quanto basta.
giovedì 1 ottobre 2015
La bandiera reapparecida
LA BANDIERA REAPPARECIDA
A le cinco de la sera suonano alla porta una manada de ragazzon barbudi che me
sembrano arabi: son les amogos de mio figliolo che lo vengono a prelevar,
“Mamma scansate” me dice lo scatenato con lo zaino al collo “ che se parte por
la fiesta dell’Unidad!”
“Buena sera segnora “ me dice Macellido che è el più nino
del gruppo, “ salud Marcellido, ce sei pure tu!” e dopo averme spiegato tutta la faccienda el
gruppo se avvia a piede verso la Statal che me sembrano una scolaresca alla
scampagnada. Se son miesse en testa di andar a far pellegrinaggio ai Cantieri
che, hanno ditto c’è una urna miraculosa che è tenuta en un gazebo e che Los
Partito Democraticos, los partito maior du pais, miette a disposizion de la
gioventude desperada sienza trabaio e sienza prospettive pur fare de novene e
de requeste de miraculos.
Yo ho cercado de fermarli, “prindiete los trenos, la
bicicletta, ma a piedes nos que arribate sta noce”, la biciclettas è scassada e
la macchina sè sienza gas me dice el mio ragazzo – yo mui addolorada me arriendo.
Les ragazzon se son portati el termos con el caffè per
tenirse svegli durante el viaggio que anche se ne è così lontano commo
Compostela cierto una camminata de almeno dues oras da la mia casa a les Cantieres
passano. Se son pure purtati los rosario per accompagnar les passi incierti e
dubbiosi des plus desperados, Lucianos e Manolos chi se son laureati con
cientos e lodes en Fisica nuclear ma non hanno ancora truvados en trabaio.
Manolos ha cominciato las Novena el primiero giorno de la Fiesta e si è
accomodato nel salotto blanco a recitar tuttes le lamientos e a lacrimar sconsolado que avea perduta las esperanza
de encontrar le Premiero Renzi qui ave aorganizzado
la Fiesta miraculosa.
A tarda noce les ragazzon son ritornati a las casa stanchi
ma felici, “mamma er fu meio de andar a Monte Pellegrino, che li abbiamo
potuto pure mangiar los panino con la porchetta e bere coca cola, son pure
arribate les banderes de PD qui sventolavan sulle teste de visitator e des pellegrines arribati
da tuttas la provincias por far las Novena all’urna miraculosa”.
Mes esclamation de
gaudios a las noticia de la comparsa de la banderas hanno svegliato el vicinado
che già dormia che se alza alle sei la matina pur andar a la plaza principal a
farse cumprar de caporales pur los trabaio en campagnas - que mos quartier è
pleno de immigrates africane e de muratores genoveses qui hanno perduto loro
imprese mafioses e se son ritirate a los pais invece de s'ammazar con una
fucilada a la cabeza.
Ensuemma, con la reapparicion de la bandera del PD ora la
Fiesta della Unidad es muy credible!
sabato 26 settembre 2015
Festa de la Unidad - LA BANDIERA DESAPARECIDA
LA BANDIERA DESAPARECIDA
“E’ turnada la fiesta dell’Unidad a Puerto de Tierra! Dopo quattros anos..cuerri alla
fiesta!!” ho detto a mio marito che neanche io avevo messo piede a Pontedera como
ensegnante des nignos e già me aveva miesso en videochat e parlava mientre io
sbarazzavo las valigias e lui faceva i piatti della cena.
“Lassa perdere el bucato, le piattos
sporche, fa comme se yo fosse a la casa!"
Me son retruvata en video chat a la fiesta dell’Unidad; ma me sentivo un po’
disturbata perché mio marito me purtava come la santa en procession lungo le
corridoi de Cantieri Culturali de Macondo pieni de gazebo commercial… che
dicea:"cambia il tuo materasso con el nuestro! Cambia la tua vasca da
bagno con una doccia!" - i tizi ti fermano nel corridoio per farti entrare
nel gazebo e yo pensavo volessero fare en dibattito e invece volevano farmi acquistare
un cuscino argonomico. Ho pensato: ho fatto bien a non spender soldi affittando
un drone per vedere sta fiesta e me sono adattata a un collegamento in video
chat!
Perché yo lo ho capito priesto che non ci erano alcune cose de la fiesta commo
yo la sabevo. Ho encaricato el mio figlio de far qualche domanda a les personas
prisienti, che non se capiva bien che fiesta fosse!! Chi ha fatto sta Fiesta?
Unos con una maglietta blanca con la scritta “el Sud decolla” ha resposto chi
non lo sapeva..chi era stata organizzata tutta da Romas , la Capital!! Che lo
primiero Ministro ce tenia molto far saber a los pueblo qui el Sud è “RESUERTO!!
Me sentivo trabballar fra les braccias de mio marido che ne vuleva pirder
tiempo
precioso chi era assedado e vulia sedersi ai tavolon a bere un boccal de birra ma fu si grande dulor escobrir chi non c'erano ni tavolon ne siegias per mangiare nel grande cerchio donde si erano appostati el gazebo culinari e de beveragi, ma solo untavolino d’alluminio da aperitivo che fu una scomodidad che lo fiece bestemmiar de brutto che lo stigliolo e la salsiccia gli son rimasti nel gargarozzo, ma mio figlio lo ha condotto verso l’uscita secondaria por evidar scenade e lì hanno trovado en fin un salotto blanco appartado : "commos," dice mio marido, "ne ci sono tavolon e c’è lo salotto blanco priveè appartado ?! ma che fiesta è sta fiesta dell’Unidad che non ci sono le banderas del PD ma solo quelle dell’Heineken e non ci sono tavoloon?!"
precioso chi era assedado e vulia sedersi ai tavolon a bere un boccal de birra ma fu si grande dulor escobrir chi non c'erano ni tavolon ne siegias per mangiare nel grande cerchio donde si erano appostati el gazebo culinari e de beveragi, ma solo untavolino d’alluminio da aperitivo che fu una scomodidad che lo fiece bestemmiar de brutto che lo stigliolo e la salsiccia gli son rimasti nel gargarozzo, ma mio figlio lo ha condotto verso l’uscita secondaria por evidar scenade e lì hanno trovado en fin un salotto blanco appartado : "commos," dice mio marido, "ne ci sono tavolon e c’è lo salotto blanco priveè appartado ?! ma che fiesta è sta fiesta dell’Unidad che non ci sono le banderas del PD ma solo quelle dell’Heineken e non ci sono tavoloon?!"
La
mia figliula chattava e faceva le fotografie, che lei fa solo quello..nè mangia
e nè duorme; ella però è una grande osservatrice e quando ha cercato lo cato
per los rifiutos ha truvato solo le bidon de monnezza endifferenziata e ella ha
gridato: “Mamma, tu me dici sienpre de differenziar! Er vedi che los grandes
partito del pais, los plus grandes, non differenzia la monnizza alla fiesta
dell’Unidad!!?" Commo yo dit, commo est sta question? se deve capir,
bisogna aprir na enquiesta . E por fortuna ella has encuentrado una persona
molto enformada, Roy Paci, el cantante qui salido sul parco encomincio a cantar
: “ …Ma ti lamienti, picchè ti lamienti..piglia lo bastun e tira fueri les
dienti..!” a questa rispuesta yo me son acquietata e me aspietto una revolution
popular commo esito de tanta inettidas!!
Viva la Fiesta dell’Unidad, Viva!!
dalla inviada special Rosa Las Cameras
Etichette:
birra,
festa dell'unita,
heineken,
palermo,
rosa la camera,
roy paci,
salsiccia
mercoledì 20 maggio 2015
L'arte spiegata ai non vedenti: I manganellati
Chi non lo sa e non lo vede, Botero è un colombiano che quando pitta i quatri ti pare che ti sta prendendo per uno scimunito e che non lo capisci che pitta tutti alla stessa maniera che sembrano tutti dei bomboloni, dei palloni gonfiati tanto sono grossi e grassi, e poi ci sono pure, in certi quatri suoi che ho visto alla mostra, pure dei nani: insomma i freaks, che li conosciamo pure noi questi, che quando noi eravamo giovani ci chiamavano pure così: freaks, fricchettoni, una cosa così.
In questo quatro c’è un cristo, lo capisci perché ci ha la croce sulle spalle, e, come lo abbiamo già visto in altri quatri, è nudo, anzi in mutande; ha le ginocchia e i gomiti scorciati e insanguinati; io mi immagino che è caduto già tante volte;
lunedì 23 marzo 2015
Diario di una lettrice di poesie (sull'autobus in occasione della giornata mondiale della poesia)
Mi sveglio presto e scrivo una poesia; la voglio regalare al
mio vicino che ha deciso di morire ieri sera.
Oggi è la giornata mondiale della poesia. E’ il 21 marzo ed
è Primavera.
Ci siamo mobilitanti in tanti, vogliamo coprire il silenzio
– la gente non sa più cosa dire - con le
parole speciali della poesia, io e Adriana e Peppa lo faremo sul treno , da
Bagheria a Palermo; alla stazione ci vengono incontro Leonora e alcuni suoi
amici armati tutti di fogli e sorrisi. Sui vagoni ci sono pochi viaggiatori, ci
sediamo fra loro, qualcuno ci sorride e ci ringrazia, qualcuno abbassa gli
occhi, “non capisco la lingua”…regalo pagine. Resto sola con due ragazzini su
uno scompartimento di
transito, vicino la porta, in attesa di arrivare alla
stazione di Palermo e suggerisco loro di leggere a me una delle poesie che mi
sono portata dietro; il ragazzino pettinato alla James Dean mi dice, leggo
sempre io a scuola, so leggere!
Mi sono smarrita alla stazione di Palermo e mi ritrovo
dentro un gruppo di scout in gita - leggo poesie di Rodari e di Montale poi scappo
via, in cerca dei miei compagni. Fuori dalla stazione aspetto l’autobus e intanto mi attacco il
tesserino di riconoscimento, con il nome scritto sbagliato. Sono sola ma salgo
lo stesso in Via Roma, salgo dalla bussola di dietro e mi accoglie un gruppo
rumoroso , è la giornata mondiale della poesie dico, vorrei leggervi alcune
poesie - ho ancora Rodari , mi sembrano bambini – leggo, alzo gli occhi dal
foglio ad ogni pausa, li guardo in faccia le ragazze con le labbra rosse e i
ragazzi con le creste, mi urlano sopra e faccio fatica a sentirmi, la poesia è
breve e arrivo in fondo, all’ultima parola, “allegria”, sono una strana, dicono,
è matta, ripeto che è una giornata speciale…leggo ACROBATA di Sanguinetti, loro
urlano e io vado avanti nel bus fino alla bussola centrale dove attendono per
scendere due neri africani e altri due adulti palermitani, ipotizzo, chiedo se
posso leggere una poesia - ripeto la
solita : “oggi è la giornata..” , due guardano, l’altro fissa le scarpe da
ginnastica macchiate di pomodoro e di
fango, io leggo la poesia di J. Von
Einchendorff - Dorme una canzone in ogni
cosa. Se ne sta lì, e non smette di sognare. Se la parola magica riuscirai a
trovare dalle cose uscirà la musica armoniosa - . Regalo loro fogli di poesie, sorrido e chiedo
se vogliono leggere – no. Vado dall’autista lo saluto - dietro i ragazzi mi urlano di scendere, io
scendo, li saluto con la mano ( mi fanno un po’ pena ) –
continuano ad urlarmi
addosso ingiurie; sono in via Libertà, mi guardo attorno e sull’altro lato
della strada vedo Valeria, Federico e Sabrina, ritorno a piedi a Piazza San
Domenico, intanto regalo poesie ai passanti , ripeto la solita “oggi è la
giornata..posso leggerti una poesia?”
A piazza S. Domenico ritrovo il gruppo. A voi com’è
andata?! Bello, bello, qui la gente ringrazia..
“Oggi è la giornata mondiale della poesia”, io ed Adriana
siamo sul 202, ai due estremi del bus , ci scambiamo un
occhiata, i posti a sedere sono tutti occupati, lei si tiene ferma con una mano
e con l’altra regge il foglio, legge e c’è solo un leggero brusio, lo sguardo
dei passeggeri sfugge fuori dai finestrini, sulle maniglie, sulle scarpe.
Davanti a me, appesa al maniglione vicino all’autista, le ragazze sedute
sorridono nervose. Alla fine bisbigliano, grazie, l’altra – non ho capito, ti
regalo il foglio, lo leggerai stasera ..grazie.
Rosa La Camera
Etichette:
bus,
giornata mondiale poesia,
palermo,
poesia,
rosa la camera,
versi
sabato 21 febbraio 2015
Il trappolone
Non volevo più andarci, mentre mi
preparavo per uscire avevo capito che sarebbe successo ancora, avrei perso la
mia solita flemma, il mio sangue freddo e mi sarei messa nei guai. L’avevo
notato guardandomi allo specchio, mi si erano già infoltite le sopracciglia,
allora ho rinunciato a mettermi il rossetto; non volevo più andarci; ero già in
ritardo e se avessi trovato una scusa…. ce l’avrei fatta; ma lei mi mandò il
terzo sms: “quando arrivi, sbrigati!!”
Etichette:
bagheria,
Cinque,
contro Cinque,
indignati,
rosa la camera
mercoledì 18 febbraio 2015
Ucraina - la storia va costruita altrove

C’è la guerra in Ucraina
Da dieci mesi in Europa c’è una nuova guerra, è la guerra fra i “ separatisti filosovietici” e l’esercito ucraino.
Apparentemente questa guerra sembra nata da ragioni inverse da quelle che portarono al conflitto in Yugoslavia nel 1992, questo dovremmo considerarlo ancora quel dopoguerra.
martedì 27 gennaio 2015
Olocausto, Palestina, un campo di grano
Mi piace ricordare l’immagine del piatto di grano (dietro il suggerimento di un noto cantautore italiano), il pane fragrante e soffice di lievito che tante volte gli ebrei non hanno potuto mangiare perché senza una terra, esiliati nel deserto, erranti e dispersi. E a questa immagine non posso fare a meno di associare la bellezza di un campo di spighe.
Cosa c’è di più bello di un campo di grano ondulato dal vento sotto il sole tiepido del mediterraneo? Forse bambini che giocano per le strade polverose e le casa abbattute della striscia di Gaza? Le loro facce sorridenti scavate come vecchi, i loro occhi scuri spalancati per la meraviglia dietro il muro? Si, l’innocenza emana una bellezza che non necessita prove.
Mi immagino quando questa visione di bellezza svanirà e dietro il muro i bambini vedranno solo l’odio e il desiderio di vendetta.
Ci viene chiesto di ricordare e dunque ricordo; ma non posso tenere gli occhi chiusi, neppure per aiutare il ricordo. Qualcosa mi dice che per onorare quanti hanno subito le umiliazioni e l’annientamento ( e che senso ha, altrimenti, ricordare?) dobbiamo impegnarci a non ripetere gli errori del passato e, dunque, emendare, recuperare, restituire, sanare, riconoscere.
Mi sono sempre chiesta perché l’Europa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, abbia voluto far pagare le conseguenze dell’Olocausto al Popolo Palestinese quando acconsenti a trasformare il territorio, dove i palestinesi abitavano da quasi mille e cinquecento anni, in Stato di Israele.
Ho notato che i libri di Storia non si sono ancora aggiornati su questa “questione palestinese” e sono in pochi a conoscerla; di solito viene riassunta in poche righe. Ma sappiamo, anche, che leggere la Storia non è facile, che essa è soggetta al fatidico “punto di vista” che raramente lascia trasparire i fatti, così come si sono svolti.
Sappiamo tutti che la scelta, a cui accennavo all’inizio, ha provocato una “questione” che non accenna a risolversi e che, anzi , ora più che mai è fonte di gravissimi conflitti, non solo nel territorio Arabo-Israeliano,ma in tutto il medio oriente; infatti la miccia del conflitto che allora venne accesa non accenna a spegnersi e avvampa ora più che mai, non solo in quel luogo, diventato centro di numerosi conflitti, guerre civili, lotte fra fazioni (appoggiate da occulti finanziatori e promotori di rivolte “democratiche” che si rivelano altrettante sanguinose avanzate dell’occidente), ma, come si sarebbe dovuto immaginare ( ma forse è questo che si vuole?), nell’intera Europa; un inedito conflitto arabo-occidentale che ci catapulta in una condizione di insicurezza da guerra ( mi verrebbe da dire fredda, ma pensando agli attentati di queste ultime settimane, mi rendo conto che la “questione” potrebbe rivelarsi più che calda!)reale e non più ipotetica.
Per dare risposta a questa mia domanda mi è bastato rivedere un poco la storia PRIMA della seconda guerra mondiale e scoprire che quella nascita si deve tutta sia all’Inghilterra,( che non solo consentì ma creò i presupposti per la nascita dello Stato di Israelenel cuore del Medio Oriente, in un territorio popoloso e con forti radici musulmane)ma anche all’America che lo riconobbe subito come Stato.
Già nel 1917, infatti, durante il primo conflitto mondiale, il Governo britannico, per bocca del suo rappresentante,l'allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour in una lettera a Lord Rothschild, inteso come principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, affermava di guardare con favore alla creazione di un focolaio ebraico in Palestina, in vista della colonizzazione ebraica del suo territorio. ( Tale posizione del governo emerse all'interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.) Questa dichiarazione non ha, però, solo aperto le porte agli ebrei, ( molto prima della seconda guerra mondiale e del Nazismo), ma ha soprattutto deciso le sorti dei popoli del Medioriente, - non solo spargendo quel suolo di sangue di innocenti, alimentando conflitti etnici e di casta già affrontati, e in maggioranza, superati grazie anche alla cultura musulmana, ma arrestando lo sviluppo democratico di queste popolazioni che avevano nella religione, non, come ora si dice volgarmente, una causa di conflitto con la cultura europea, ma un valido strumento di dialogo, come ci ricordano teologi di grande fama ed intelligenza come Hans Kung.
Quello che mi intriga molto è il modo in cui tutto questo è avvenuto, dunque, - senza parlare delle numerose guerre e della strenua resistenza dei Palestinesi, delle uccisioni subite, dell’esilio in una striscia di terra, Gaza, che diventa ad ogni conflitto sempre più esigua - infatti mai i palestinesi, nonostante il sostegno di alcuni paesi ex comunisti, la solidarietà di tanti cittadini del mondo, sono riusciti a tenersi i territori che sono stati loro sottratti, a varie riprese nei conflitti; ne tantomeno a farsi riconoscere la sovranità dei territori che attualmente sono loro rimasti! La loro inferiorità è palese e questo fa si che vengano individuati come le vittime di un “nuovo”, l ‘ennesimo, ingiusto Olocausto, che il popolo ebraico non dovrebbe permettere, alla luce della sua tragica, lunga storia di annientamento, sopraffazione, diaspora! I palestinesi sono diventati, proprio tramite l’occupazione ebraica, e restano, un Popolo in esilio, senza il riconoscimento della sovranità che si deve ad uno Stato, benchè piccolo! Benchè microscopico, come, che ne so!? Il Vaticano. Perché ?
Una risposta banale come: la storia non si può fermare, le sue ragioni sono lontane e il suo processo è inarrestabile..non possiamo accettarla. La Storia siamo noi, dice il cantautore italiano…”.siamo noi quel piatto di grano”.
Mi soffermo alla considerazione spontanea che può venire a tanti, - ma siamo veramente tanti? e veramente sensibili e indignati nei confronti del male e dell’ingiustizia?( visto che ancora la questione mediorientale resta un palliativo fra capi di Stato più o meno sinceramente volenterosi di appianare la questione, ma che non ne hanno mai prodotto una definitiva risoluzione. E non si parla qui di restituzione di TUTTI i territori occupati! ma di riconoscere almeno i confini, una volta per tutti, e la sovranitàdi Gaza, che non è altro ormai che un grande quartiere degradato e un’aria poco fertile della costa occidentale.)- a coloro che in questi giorni rinnovano il ricordo dell’Olocausto subito dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale a causa del Nazismo e delle leggi antirazziali: come si può scindere il ricordo e il dolore per questa grande ferita che l’Umanità si è autoinflitta senza pensare ai palestinesi? - alla loro condizione di vittime di una grande ingiustizia che, diversamente da quella subita dagli ebrei, siamo ancora in tempo a revocare.
Rosa La Camera
sabato 10 gennaio 2015
Charlie: la parte migliore
In questi ultimi due giorni tutti abbiamo conosciuto Charlie Hebdo; una rivista satirica francese di scarsa tiratura - presumibilmente presto avrebbe chiuso i battenti. I fratelli Kouachi hanno sterminato le persone che questa rivista la creavano – uno di loro aveva collaborato con Linus; mio marito, suo grande estimatore, dopo aver sentito la notizia, è corso a prendere uno dei suoi amati giornaletti e mi ha mostrato il suo nome: Wolinski…. , “si, era lui…bravissimo disegnatore”.
Anche un altro amico su fb ha scritto che a sentire il suo nome ha avuto un attimo di mancamento. Confessava che neppure la notizia di altre stragi lo aveva colpito così tanto. Ho immaginato che quello che lo avesse maggiormente colpito fosse stato l’attacco diretto ad un simbolo della libertà occidentale– la più preziosa, forse: la libertà di parola. Questa strage ha avuto effettivamente un enorme ripercussione; da due giorni si corre dietro a questi criminali che si aggiravano nella città di Parigi, provocando paura e sgomento.
Io non conoscevo la rivista né i suoi autori, ma cerco altro. Cerco di capire chi erano questi uomini che avevano imbracciato un Kalashnikov per assalire la sede della rivista e massacrarne gli autori. La rivista satireggiava i politici, i costumi e le religioni, non solo la religione musulmana ma anche quella cristiana; oggetti di satira a ragione del fatto che le religioni lasciano poco spazio alla “libertà di pensiero”. La satira al dogmatismo è una delle ragioni per cui la satira è nata.
Seguo le notizie in TV, sento che gli elicotteri stanno sorvolando l’edificio; una tipografia, dove i terroristi si sono asserragliati e che trattengono un ostaggio. Sono in trappola. E’ in corso un’azione, seguo in diretta da Rainews 24, si vede uscire fumo dall’edificio, si sentono spari. Grande desolazione, grande pena; per loro, ma anche per noi.
Ho saputo, come tutti, che i terroristi sono nati in Francia; che sono cresciuti nella cultura francese; hanno genitori algerini; ho pensato a cosa è ora l’Algeria, a cosa era.
I terroristi sono stati atterrati proprio ora. Vivevano nelle banlieue di Parigi, erano degli individui asociali; erano stati in carcere per reati minori. Sento, in questo istante, che sono stati finalmente uccisi. Escono dalla tipografia e vengono uccisi. Le persone che si trovavano dentro l’edificio, escono. Eravamo al terzo giorno di questa vicenda. La Francia si distende.
Ma ora sappiamo qualcosa di nuovo.
I terroristi non erano immigrati recenti; non venivano da lontano, condividevano i problemi della Francia contemporanea con tutti i parigini poveri. Erano stati in carcere, diverse volte.
Questo episodio criminale ci sta dicendo cosa ci aspetterà da ora in avanti: il terrorismo di prossimità.
Condivido molto l'opinione di chi crede che questo tipo di terrorismo, quello cioè alimentato da individui di origine straniera ma che sono nati e cresciuti nel paese, in Francia ad esempio, nasca e si alimenti soprattutto di risentimento sociale: se si considera che queste persone raramente sono degli individui realmente integrati, soprattutto a causa delle condizioni economico-sociali in cui si trovano a vivere, possiamo pure spiegarci perché possano decidersi di trasformarsi in carnefici in questo nostro mondo contemporaneo.
Non sono rare le rivolte nelle periferie di Parigi, gli incendi nei quartieri ghetto (ne avvengono di continuo). Abbiamo da tempo appurato che il disagio sociale di certe comunità di origine mediorientale, soprattutto, è molto forte; anche loro, come tanti parigini - “ non si sono educati dalle suore” dice un giornalista - condividono lo stesso disagio di molti parigini poveri ( molti disoccupati) . Essi, comunque, in questo stato di cose, si ritrovano a possedere una base culturale “di riserva”, una storia – una fede religiosa e una ideologia politica a cui attingono, come fosse una risorsa. La fonte a cui attingono, spesso, è una fonte avvelenata. Stavolta hanno attinto al mondo musulmano più estremista, quello che ha da tempo dichiarato di essere antioccidentale.
Intendendo per Occidente, tutti noi.
P:S.So che alcuni siciliani, immigrati in Europa o in America, attingono anche loro ad una “riserva” della propria cultura d’origine. Qualche volta non è la parte migliore. Succede.
Rosa La Camera
mercoledì 3 dicembre 2014
Munnizza bagherese
L’altro giorno, scorrendo le pagine del web, siamo inciampati in un post, breve e conciso, dove un politico della nostra città, un ex consigliere, invitava i concittadini a meditare sul fatto che Crocetta, Presidente della Regione, avesse deciso di riaprire la discarica di Bellolampo per ovviare alle conseguenze della chiusura dell’altra discarica, quella di Siculiana, dove diverse città della provincia di Palermo, inclusa Bagheria, si sono rivolte per convogliare i loro rifiuti indifferenziati.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)





















