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lunedì 1 agosto 2016

La Frontiera

E’ stata replicata l’opera di Maurizio Padovano “La Frontiera” interpretata da un gruppo di studenti del Liceo Classico “ Francesco Scaduto” di Bagheria con l’eccellente regia di Rinaldo Clementi. Questa seconda volta è andata pure meglio della Prima che era stata rappresentata nella Cavea dell’Istituto il mese scorso. A mio giudizio l’opera ha reso di più, è andata ben oltre, la funzione didattica che molti gli hanno, probabilmente, attribuito (considerando la presenza del pubblico formato prevalentemente da insegnanti dell’Istituto e dai parenti dei ragazzi protagonisti).
Un ottimo prodotto questo lavoro, anche per l’impegno dei ragazzi stessi, bravi tutti, in particolare gli interpreti maggiori: Francesco Carollo e Francesca Padovano, rispettivamente per il personaggio del Giudice e della Donna indigena che lui accoglie e cura nella sua casa (che rappresenterà agli occhi di chi poi lo accuserà di tradimento, testimonianza della sua colpevolezza). La Frontiera è una riflessione articolata sugli eventi drammatici che si stanno accumulando sulla nostra contemporaneità, le guerre del Medio Oriente, con le sue tragiche conseguenze sulla popolazione di quei luoghi; conseguenze che producono fenomeni a catena che non si fermano sulle coste dell’Africa, come tanti vorrebbero. La catena degli eventi è trascinata non dalle notizie (che per la maggioranza dei casi ci lasciano indifferenti) di uomini privati della libertà, confinati in corridoi di terra, privati perfino di uno stato e di una cittadinanza, torturati e resi prigionieri, ma ci arrivano insieme agli uomini fuggiti, per fortuna e per paura, per speranza forse, imbarcati su relitti di barche, su legni e gommoni, che si disperdono e che si annegano e dei quali spesso ci giungono gli stracci, le scarpe - più resistenti dei loro corpi umani che necessitano del respiro per sopravvivere. Nell’opera, la colpa del Giudice consiste nel non voler riconoscere in questi uomini e in queste donne che si accalcano alla Frontiera dei nemici, ma solo persone in cerca di un luogo più sicuro in cui poter vivere. Emerge con forza nel testo l’inganno a cui noi contemporanei, partecipi della tragedia che si sta consumando nel mediterraneo siamo soggetti, costretti a guardare questi uomini e queste donne che lottano contro la morte e provano a raggiungere le nostre coste, se mai le raggiungeranno, come nemici, ora, perfino come terroristi. Un racconto convincente, quasi una profezia. Esso ci mostra in che modo il volto pacifico del nomade, in quel caso, si trasforma, (attraverso le parole pronunciate dal generale ), nel volto minaccioso del barbaro che ci insidia, che minaccia la nostra pace, la nostra cultura, il nostro paese; e come sia sbagliato innalzare noi stessi, i nostri corpi e le nostre menti, in forza a questa menzogna, come muro. Padovano si è fatto aiutare da Eschilo, per dirci questo. L’antico drammaturgo, ci dice il coro, ci annuncia che se perdere la memoria ha una sua ragione, pure nella memoria si cela la risposta alle nostre domande, lei ci viene in soccorso per smascherare l’insidia più grande che trasforma le vittime in colpevoli e i popoli inermi in eserciti agguerriti. Ho visto sfilare davanti a me una tesi insolita, da tempo evitata, la “questione palestinese” ormai sembra cosa superata, annullata da altre storie di ghetti e di massacri. E mi è sembrato di intravedere in questo, se non l'origine, almeno il fondo. Nessuno parla più di Palestina e dei palestinesi. L’onda si allarga e i colpevoli sono “loro” i migranti verso cui impareremo a costruire una nuova frontiera, un muro più poderoso di quello che serviva a fermare il comunismo russo. E questo mi serve per dire che su quella scena ho visto aggirarsi, fra gli studenti del Liceo, nientepopodimeno meno che Brecht! che ci ricorda che lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione. (ahimè, l'ho fatto!) Era presente ovunque nella narrazione infarcita di numerosi elementi parodistici che accompagnavano la sceneggiatura “estraniante” tipica del “teatro epico” che il drammaturgo tedesco riteneva essere necessaria per attivare il “distacco” critico. Bello spettacolo, insomma, per me, oltre che interessante. Mi ha ricordato una poesia che vorrei aggiungere a questo commento, una poesia che parla di migranti e che ho sentito evocare sulla scena, quando si fa menzione alle “scarpe” che galleggiano nel mediterraneo.




I Scarpi a mmari

A mmari ci sunnu pisci strani, su pisci ‘ca un ciatanu, ma parranu.
Arrivanu ri notti, umma umma, scappati di li peri, senza summa,
Su scarpi, parranu, vu rissi;
Cuntanu ri peri sanguinanti, ri siti, ri disertu, ri fami e di duluri,
Ri sonnu persu, e ri vuccuni amari, ri casi sdisulati, ri picciriddi rutti…..
Su scarpi strani, sti scarpi ammari.
Cuntanu stori can u’ vogghiu sintiri.
Arrivanu! Curriti! Rici a genti ri mari, e ‘nveci ri scappari accurrinu chi rriti.
Eppuru sunnu cosi ri scantari !
Rapunu vucchi comi piscicani.
Si mancianu l’aria frisca ra matina, u suli - su come ‘na fucina e abbrucianu lu cori.
Si li guardi ti penti ri essiri fra tanti - chiddi chi talianu ri luntanu,
E un portanu mancu un coppu manu
Talianu e ricunu: Cu su? Chi bonnu ri nuautri? Chi c’intramu?
A nostra paci nui nun la pristamu!
Allura i scarpi ammari s’arrabbianu, tagghianu li riti comu spati e

U sangu s’arririversa ‘nta li strati.

Rosa La Camera





domenica 5 giugno 2016

Orgoglio di appartenenza

Quest’anno per iniziativa della biblioteca comunale di Termini Imerese, diretta dalla dott.ssa Claudia Raimondo, si è svolto un progetto di lettura che ha visto coinvolti gli alunni del liceo scientifico, classico e Stenio di Termini Imerese e il liceo delle scienze umane di Caccamo. Il progetto, la cui referente per il liceo scientifico è stata la prof.ssa Arrigo Lina, si è articolato in cinque incontri, in ognuno dei quali gli alunni partecipanti dovevano leggere un libro per ogni incontro, seguendo il tema dell’assurdo attraverso la chiave dell’ironia. Al termine dell’incontro due mie alunne della classe IV C del liceo scientifico, Angileri Pagoria Rosalba e Bologna Sara, si sono proposte per partecipare alla trasmissione “Pane quotidiano” in onda su Rai tre alle ore 12:45. L’incontro si svolgerà in data 12/10/2016 e prevede la lettura preventiva di un libro, dal quale le alunne dovranno estrapolare delle domande da porre in diretta all’autore. 

”Assumiti questo traguardo/conquistato per tuo merito e con l’alloro di Delfi,/o Melpomene, cingi (scl. a tutti noi) la chioma”.

Isabella Raccuglia

lunedì 12 gennaio 2015

Ricordare la strage Chinnici con Giovanni Paparcuri - Liceo Classico Scaduto (10/1/15)

Il 29 luglio del 1983 una Fiat 126 caricata di tritolo da Giovanni Brusca, al comando di Nino Madonia salta in aria. L'obiettivo è il giudice istruttore Rocco Chinnici.
Noi di AAS al Liceo Classico di Bagheria sabato lo abbiamo ricordato. 
Parlare di Chinnici comporta andare oltre il primo e il secondo anello sciasciani. Bisogna allargare il discorso ai poteri economici, alle massonerie.
Siamo partiti da lontano, da Solidarnosc, per arrivare all'IOR, il Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, don Pippo Calò, l'Ordine di San Sepolcro, la Lesca e la Imco spa, i cugini Salvo della gestione esattorie che godevano di un aggio di riscossione del 10% quando in tutta Italia veniva concesso solo il 3.5%.
Giovanni Paparcuri

Giovanni Paparcuri, autista di Chinnici ma anche di Giovanni Falcone, ha descritto la strage, davanti la foto dello sfacelo ha fornito dettagli, commuovendosi ancora una volta, nel silenzio degli studenti.
L'importanza di Chinnici: il processo indiziario, la formazione di un pool.
Rocco lo sapeva: morto un giudice, altri devono poter proseguire le sue indagini.
Grazie al pool voluto da Chinnici verrà prodotto l'impianto del Maxiprocesso.


Villa Salvo
Ignazio Salvo, mandante della strage Chinnici (insieme al cugino Nino), il 17/9/1992 viene colpito da Leoluca Bagarella e Nino Gioè nella stradella che conduce alla sua villa al mare, accanto a quel mostro di cemento - l'hotel Zagarella - che rimane segno tangibile e visibile della presenza mafiosa nel nostro territorio che fa finta di non essere mafioso. Complice dei killer il genero di suo cugino Nino, Tani Sangiorgi. E chi di mafia ferisce, di mafia perisce (in Cosa Nostra non si muore di malattia, tranne che ti arrestino).
Ignazio Salvo



Villa Salvo, l'ascensore

Luogo dell'omicidio Salvo

Tani Sangiorgi


(ringraziamenti enormi ad Alice Durante che ha organizzato l'incontro - per AAS erano presenti Giorgio D'Amato, Valeria Balistreri, Antonio Mineo)


Giovanni Paparcuri - Alice Durante

Antonio Mineo

Giorgio D'Amato