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martedì 7 ottobre 2014

L'arte spiegata ai non vedenti: affittasi cammeretta agli studenti




Per me, e di cose nella vita ne ho viste assai - cotte, crure e all'insalata -, questa volta si sbagliarono assai a mettere questo quatro in un museo. Il signor Vicenzo Vannigò aveva una cammeretta che ce la voleva affittare agli studenti pendoloni che per non viaggiare con i pulliman si pigghiano la stanzetta a tre e quattro che si arranciano per terra come possono, insomma, cose di rogna e di pucci e di fitinzie.
Il signor Vannigò si attrovava la casa grande e ci venne questa bella pinzata, me l'affitto. Ma siccome non ci havia la macchina fotografica allora fece un disegnino per fare capire com'era la stanza, poi ci scrisse il nummero e la strata e lo appese alla stazione.
Stanza arredata con un lettino, un tavolino, quattro quatri appizzati, due seggie. Comode.
Alla prima chiamata un marpione che voleva babbiare ci appi a dire: ma sta
sedia di pagghia buona è?

Il signor Vannigò ci sembrò pigghiata pu culu e allora, non avendo la machina fotografica, ci fece un disegno: na bella seggia, e la andò a piazzare alla stazione di modo che nessun marpione avesse ancora a babbiare sulla sua bella seggia.
Io non lo so se il signor Vannigò affittò mai la sua cammaretta agli studenti, ma a me mi pare che questi del museo scanciarono per quatro un cartello di Affittasi.
Ignuranti.

Giorgio D'Amato


giovedì 18 settembre 2014

Una cucina, un monolocale, un figlio

Ho fame mamma, mi dice così mentre mi abbraccia. L'aereo è atterrato con cinque minuti di anticipo, sto a Pisa. Starò qui per un po'. Qui lo spazio conta, tutto ha una funzione sequenziale. Le diverse funzioni delle cose sono realtà. La sedia accostata al tavolo serve per consumare un pasto. Si sposta e si avvicina alla scrivania e comincia il tempo dello studio. Si tolgono i libri, si poggia il PC e ci si collega in giro per il mondo oppure parte la musica. Osservo tutto in veloce sincronia. Ci vuole poco a fare un giro panoramico, giro la testa e gli occhi per circa venti metri quadrati. Tocco confini e limiti. Per volare via guardo il tetto, da lì attraverso una finestra a giorno vedo il cielo e gli aerei che sorvolano la città. Il rombo dei loro motori che spezza il silenzio mi fa compagnia.