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lunedì 3 ottobre 2016

Verso la fine del Mediterraneo

C'è un tempo per affannarsi, indotte  chiare esigenze a muovere  braccia, piedi e gambe, a urlare per comunicare l'urgenza, la necessità dei volti di chi prende la Via del Mare, dopo aver atteso, derubato di ogni avere, e della dignità. L'urgenza di sollevarli dall'acqua, ancora sopravvissuti, forse, ancora per un po', se non sei pronto. In quel gesto che non mediti si innesta tutta la misericordia. Non la pensi e l'incarni.
C'è un tempo poi in cui l'onda ferma scivola via, verso la fine del Mediterraneo che possiede di là rive ricche di sabbia e scogliere ferme al centro di azzurri cristallini, e il sapore salato delle lacrime percorre la rotta  che origina da quelle rive. Non hanno  colori, si sporcano le acque dell'inchiostro della piovra nera che inghiotte vite. Allarga i tentacoli nelle notti e arriva. Ha il volto dei fuochi che bruciano nelle stive, liquefà la pelle, soffoca polmoni, schiaccia  ossa,  orbite, gole. Sono i cimiteri del mare le stive pigiate di chi non arriverà mai. I cimiteri da cui scappano, hanno camminato il deserto, i loro piedi di polvere, imbiancati lungo la strada, hanno lasciato la terra bianca o rossa, soffocato e succhiato il loro sangue, la stessa lo assorbe avida.  Non finirà mai, mai.

Lo strazio di quegli occhi non finirà mai. Intanto si innalzano nuovi alti muri.

Clotilde Alizzi

giovedì 14 maggio 2015

Basta

Basta! Basta! Un basta non basta, ma non ci sono altre parole ora, hanno gli occhi della morte, svuotati dai pesci, e intanto i grandi parlano.
Ragioniamo verso la costruzione di una azione... l'Italia non è sola, dice la Merkel da Berlino. Più risorse per l'accoglienza di immigrati in Mediterraneo... molti più fondi... ma non ci si arriva più. 
Non vogliamo soldi, non vogliamo che si giri lo sguardo a questa carneficina. Occorre tanto lavoro, e non arriverà forse ad essere sufficiente. 
Forse è un lavoro di Intelligence, forse lì, dove i nostri governi civili hanno speculato sulla "morte" di questi paesi africani. L'Africa.
E' nostalgia e soli grandi come pianeti, rossi agli orizzonti e la gente come bambole, la gente come niente, meno di niente. 
I bambini continuano ad arrivare in ospedale, hanno il pancione dello Kwashiorkor, la denutrizione cronica e le lesioni da pellagra, forse hanno l'AIDS, l'epatite, la malaria, la tubercolosi, la leishmaniosi. Sono con gli occhi persi, bellissimi...
Continuano a voler fuggire con le madri mute, incomprensibili e che non tentano nemmeno di parlare per farsi capire. 
Sanno che non possiamo capire. 
Le bande di qua e di là del Mediterraneo lavorano incessanti. E allora bisogna andare in quei paesi e salvarli.
Dal disastro compiuto da noi. Europa, Inghilterra, America e i capi voluti da loro. Questa dell'Africa e' una non civilta' creata da noi. E se qualcosa va fatto e' toglierla alle multinazionali che gestiscono le risorse del pianeta. Non si fa altro che rattoppare con aiuti internazionali un continente ricchissimo e depredato. E tutto questo fa troppo male, da scagliare le bombe sui nostri paesi cinici e arroganti. Ci lucrano tutti e vogliono altri soldi dall'Europa affinchè distolga ancora lo sguardo. Facciamo gli spazzini del mare. Gli spazzini per un mondo che ci considera a questa stregua, togliendoci, comprandole, le nostre cose migliori, la nostra creativita' e ingegno. Anche  noi, Sud depredato.

Clotilde Alizzi

lunedì 6 ottobre 2014

Sabir Fest a Strappo


Quattro giorni immersi nelle parole, la libertà di prendere in mano un libro e poi un altro e poi un altro ancora, e leggere, a voce alta o in silenzio, per promuovere o per il piacere di farlo, per lodare o per bocciare in tronco a sole tre righe di incipit, giocando a prevedere le parole che verranno. Leggere ai bambini, agli amici, agli antipatici, a se stessi. Questo è stato il Sabir fest. Nella zona libreria c'erano volumi da soddisfare appetiti di tutti i generi, e io ho avuto quattro giorni per scegliere, mica male.