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venerdì 13 gennaio 2017

L'importanza dei cardini in Cernia Tossica, di Clotilde Alizzi

Al suo secondo romanzo per Mesogea per la collana Petrolio, Giorgio D'Amato, scrittore porticellese dopo L'Estate che sparavano, sempre per Mesogea,  ci porta con questo suo Cernia Tossica nelle atmosfere degli anni '80, in quel passaggio di  impegno, che ha contraddistinto gli anni '70, verso l'edonismo reaganiano. L'impegno antimafia profuso a piene mani prosegue abilmente in questa sua ultima fatica, anche se chiamerei questo suo ultimo per Mesogea, non un romanzo di Formazione o di Impegno, quanto un romanzo psicologico, lasciando sullo sfondo l'intrigo e il malaffare.
Sembra un'accelerazione o un'evoluzione che l'autore presenta. Il profilo dei personaggi e la storia del rapporto tre i due, Rosanna e Germano, non è lo sfondo al tema principale trattato, quanto viceversa. L'autore ci delizia con mille riferimenti letterari, complice il personaggio colto e curioso di Rosanna alle prese dapprima con la sua tesi di laurea, poi con i suoi interessi culturali, dandocene una profusa dimostrazione tra le pagine finali. Lì, quando il rapporto si è sfilacciato tra le delusioni e i mille intrighi dell'uomo, tra il plagio e l' inconsistente capacità della donna ad arginare la propria deriva intellettuale ed l'esistenziale, l'autore riunisce i riferimenti alla poetica dei cardini di Virginia Woolf, peraltro argomento della tesi in Letteratura di Rosanna, alla amara costatazione di questa, riflessa dentro la tesi aerea dei cardini. Quando scardinare significa aprire nuovi spazi alla coscienza e alla mente, offre libertà, apre porte chiuse, gabbie, illusioni. E' qui che Rosanna scardina la sua vita ingabbiata, debole animale che non ha aperto le ali ad altri spazi e ad altre possibilità. Si ribella, scardina lo spazio chiuso ove ha maturato odio, macinato e disperso ogni sua potenzialità vitale e fugge da Germano. Andrà via, colpevole della complicità maturata con l'uomo ai suoi intrighi e malaffari. La consistenza psicologica del Romanzo ruota così sull'importanza dei cardini nella vita e nella Letteratura, e sul pescatore di Cernie che diverrà l'uomo del malaffare.
E' un romanzo d'odio, come ama definirlo lo stesso Autore, da sfondo la Sicilia e i luoghi della politica del malaffare, delle finanziarie e del fumo venduto per oro colato: dalla scuola privata che vende diplomi facili, ai derivati che le finanziarie della Mafia riciclano nelle amministrazioni pubbliche, là dove una Legge lo permetterà. La disamina dei fatti raccontati sempre documentale, serissima e condotta nelle ultime pagine del Romanzo con dovizia, fa tuttavia da sfondo ad una rabbia che devasta anime e cuori.  Rovina esistenza e ne fa deriva.
Il linguaggio, lo stile e i numerosi riferimenti letterari ne fanno un Romanzo coltissimo, anche una pagina di Buona Scrittura, citata addirittura in una pagina. Per noi è grande letteratura, notevoli le capacità narrative e l'impatto con il lettore.

Clotilde Alizzi

martedì 26 aprile 2016

Furono belli

Erano belli quando presero le camicie bianche arrotolate sui gomiti, si portarono indietro i capelli lucidi di brillantina. 
Avevano grandi sorrisi e una rosa rossa. Erano belli mentre correvano vocianti e le strade vuote si riempivano. E' finita. E' finita. Lanciarono in aria i cappelli e le giacchette superstiti. Correvano insieme ai carri degli alleati, pioveva la gomma americana, la cioccolata che colorava le guance alle ragazze. 
Fu una festa. Passarono alla storia. Furono belli quando strinsero le donne baciandole e ballarono, furono belli quando lanciarono in aria i figli. 
Furono belli quando mangiarono e per la fame si ingozzarono. 
Furono meno belli quando fermarono il convoglio e per quell'oro uccisero occultandolo. Massacrarono.
Lasciando ad alcuni la vendetta, l'odio che aveva nutrito i loro lombi, quando braccati, preda di ludibrio e malvagità, erano stati prigionieri e scritto le loro lettere dalla Resistenza, senza invocare grazia e pietà. Lasciarono a questi la vendetta, fare a brandelli i mandanti, deformandone il viso. Strappare alla puttana la camicetta e le perle, la giacca e la gonna. Frugarono tra le sue cosce e si levarono ogni sfizio. 
Mentre altri destinarono all'oro l'attenzione beffarda. Uccidendo senza giudizio
Furono belli mentre danzarono in strada.
Furono Repubblica. E finanziarono i partiti.

Clotilde Alizzi

giovedì 14 maggio 2015

Basta

Basta! Basta! Un basta non basta, ma non ci sono altre parole ora, hanno gli occhi della morte, svuotati dai pesci, e intanto i grandi parlano.
Ragioniamo verso la costruzione di una azione... l'Italia non è sola, dice la Merkel da Berlino. Più risorse per l'accoglienza di immigrati in Mediterraneo... molti più fondi... ma non ci si arriva più. 
Non vogliamo soldi, non vogliamo che si giri lo sguardo a questa carneficina. Occorre tanto lavoro, e non arriverà forse ad essere sufficiente. 
Forse è un lavoro di Intelligence, forse lì, dove i nostri governi civili hanno speculato sulla "morte" di questi paesi africani. L'Africa.
E' nostalgia e soli grandi come pianeti, rossi agli orizzonti e la gente come bambole, la gente come niente, meno di niente. 
I bambini continuano ad arrivare in ospedale, hanno il pancione dello Kwashiorkor, la denutrizione cronica e le lesioni da pellagra, forse hanno l'AIDS, l'epatite, la malaria, la tubercolosi, la leishmaniosi. Sono con gli occhi persi, bellissimi...
Continuano a voler fuggire con le madri mute, incomprensibili e che non tentano nemmeno di parlare per farsi capire. 
Sanno che non possiamo capire. 
Le bande di qua e di là del Mediterraneo lavorano incessanti. E allora bisogna andare in quei paesi e salvarli.
Dal disastro compiuto da noi. Europa, Inghilterra, America e i capi voluti da loro. Questa dell'Africa e' una non civilta' creata da noi. E se qualcosa va fatto e' toglierla alle multinazionali che gestiscono le risorse del pianeta. Non si fa altro che rattoppare con aiuti internazionali un continente ricchissimo e depredato. E tutto questo fa troppo male, da scagliare le bombe sui nostri paesi cinici e arroganti. Ci lucrano tutti e vogliono altri soldi dall'Europa affinchè distolga ancora lo sguardo. Facciamo gli spazzini del mare. Gli spazzini per un mondo che ci considera a questa stregua, togliendoci, comprandole, le nostre cose migliori, la nostra creativita' e ingegno. Anche  noi, Sud depredato.

Clotilde Alizzi

martedì 17 febbraio 2015

Grande nudo disteso

E' un quadro di Amedeo Modigliani detto Modì o Dedo. Lo dipinse a Parigi, nell'appartamento del suo mecenate, poeta e mercante d'arte, esule polacco Leopold Zborowski, l'amico degli ultimi anni della sua vita. Di Amedeo Modigliani sono conosciute la sregolatezza, l'uso di alcool e droghe che lo etichettarono come l'artista maledetto. Un vero bohèmien.


La sua arte si definisce subito dopo l'arrivo a Parigi che lo vede giovanissimo, appassionato dell'arte italiana, ch'egli voleva riprendere e adattarla a quei climi così incredibili e di crisi dell'inizio del Novecento. Dopo aver studiato presso Micheli del gruppo del Macchiaioli e il vecchio Fattori e presso La scuola di Nudo di Firenze, (ha visto intanto gli Uffizi, Roma e l'arte romana) la parentesi Veneziana presso la Scuola di Belle Arti lo accosta ai rossi della pittura di Tiziano, Tintoretto, Giorgione, e nel corso della Biennale di Venezia agli Impressionisti, avanguardie degli ultimi anni dell'Ottocento, oltre che all'uso di droghe.
A Parigi trova un ambiente vivacissimo, ogni stravaganza e sregolatezza è possibile. E' la città dove si concentrano tutte le ricerche e le novità in campo artistico, ove si trasferiscono tutti gli inquieti, additabili ovunque, che qui trovano l'ambiente adatto per esprimersi.
Approda prima a Monmatre nel 1906, presso le Bateau Lavoir, una Comune di artisti squattrinati: le prime influenze sono da Toulouse-Lautrec, Cèzanne, Picasso, Matisse. Ma capisce che il suo è un modo di fare pittura individuale, non assimilabile al resto dei Movimenti del tempo a cui non aderirà mai: Cubismo e Manifesto Futurista ad esempio. Ma anche ai Fauves di Cèzanne e altri.

Comincia a maturare uno stile proprio dove il segno è tutto, dal disegno parte nel delineare le forme dei suoi Ritratti, e dal disegno nasce la sua volontà di scolpire. Forma d'arte cui si sente destinato, e per la quale darà vita a 25 opere prima di abbandonarla per sempre per i motivi di malattia polmonare, data la Tbc contratta in giovane età e cui spesso ricade per l'indigenza e la sregolatezza nell'uso di alcool e droghe. Si dice che bevesse per tenersi caldo e non avesse da mangiare.
Il suo tratto è nitido, comprende forme e movimenti dell'animo, in pochi tratti raffigura le forme umane con l'inconfondibile stato d'animo. Le immagini che ci restituisce Modigliani hanno in sé il tratto arcaico delle figure tribali, tanto care alla tendenza del tempo nel riscoprire forme d'arte primitiva, africana, che tanto influenzano Picasso, ma Modigliani nasce in Italia la lezione araba e spagnola di Picasso non gli appartiene, mutua questa tendenza riportandola dentro l'iconografia gotica più tipica della sua terra e delle figure che ha veduto. Egli vede e immagazzina, la sua arte se ne nutrirà. Forse ha visto Les Mademoiselles de Avignone di Picasso, forse.
In questo nudo disteso, esposto al Moma di NY, dipinto nel 1917, la rilassetezza è lo stato d'animo, lo sfondo rispetto alla figura umana è tratteggiato con pennellate più grossolane, mentre il corpo viene modellato morbidamente e in più definite pennellate la pelle della modella. Lo sfondo è rosso cupo, i suoi rossi e i blu sono inconfondibili, come i suoi sfondi quasi assenti su cui prevale la forma umana, spesso usci o informi, non dà peso all'ambiente che circonda, solo alla figura umana.
Questo atteggiamento si ripeterà in quasi tutte le sue opere, quasi tutti ritratti, solo quattro paesaggi dipinti in Costa Azzurra quando con Jeane Hébuterne, l'amore della sua vita e al nono mese di gravidanza giunse per via della guerra e i bombardamenti su Parigi. Sembra l'ultimo periodo sereno per Dedo dai colori che usa nei paesaggi, o dai ritratti che compone i cui soggetti sono bambini e in colori più leggeri e pastello.
Jane Hébuterne, pittrice in erba, ch'egli conosce quando questa ha soli 19 anni, dalla bellezza stupefacente, cui dedica moltissimi ritratti, alcuni anche addolciti dalle forme morbide della gravidanza, va a vivere con lui contro la volontà dei genitori.


Mi piace ricordare Occhi Azzurri, un' immagine della donna con gli occhi assenti, tipici dei suoi ritratti, ch'egli ama pennellare come due macchie azzurre. La dolcezza e l'amore ch'egli trasferisce in questi ritratti raccontano la bellezza dell'Amore che li ha uniti, oltre ad una dimensione propria dell'artista nell'amare le donne. Il dipinto è esposto al Museum of Arts di Filadelfia negli USA.
Si dice di Modigliani dell'irascibilità, se ubriaco, come la timidezza e l'amabilità se sobrio, e dei suoi disegni ceduti per farsi offrire da bere e su cui scriveva dessins au boire. Della morte a 34 anni per meningite tubercolare, del suicidio di Jeanne incinta del secondo figlio a un giorno di distanza, dei funerali solenni e gli omaggi che gli furono tributati da tutto l'ambiente artistico di Parigi, della sepoltura che vede insieme i due innamorati nel cimitero di Père Lachais di Parigi, ma solo dopo 10 anni dalla morte dell'artista.
Della fine in stato di incoscienza, prima di essere ricoverato all'Hopital de la Charitè in delirio, attorniato da scatole di sardine e bottiglie vuote, per due giorni avvinghiato a Jeanne pietrificata dal terrore.
Un quadro di Modigliani viene battuto attualmente per milioni di euro e/o di dollari presso le aste più prestigiose:  Christie's a Parigi o Sotheby's a New York.
La figlia, Jeanne Modigliani, fu cresciuta in Italia dalla nonna, Eugènie Garsin, ebrea come il marito Flaminio Modigliani.

Clotilde Alizzi

giovedì 5 febbraio 2015

Gli arabi in Sicilia, il castello della Zisa

L'architettura intorno al 1000 in Sicilia è un trionfo. I Normanni che incontrano i popoli mediterranei e le maestranze arabe creano un'architettura ariosa, i popoli del Mediterraneo costruiscono le dimore, le Chiese, i Castelli, i rifugi di caccia e di diletto per un popolo nordico. Immagino il loro amore a prima vista. L'amore del Nord verso il Sud da sempre in un 'attrazione magnetica è divenuto nei secoli sempre meno aperto e amichevole e tuttavia incancellabile, per la massa che dal Nord del mondo, da sempre, si sposta verso il Sud del mondo, soprattutto nei mesi caldi, densi di lusinghe irrinunciabili. Le stramaledette ferie.


Sala della Fontana in una stampa d'epoca
L'altro flusso migratorio che da sempre ha mosso masse dal Sud verso il Nord ha il senso opposto, non lusinghe vacanziere, quanto bisogno di sopravvivenza. In questo flusso costante nelle due direzioni la contaminazione produce miglioramenti, sperimentazioni: il conquistato conquista a sua volta, indica il verso e la direzione, la rotta.
Un esempio ne è la tradizione culinaria: il sorbetto degli arabi ha conquistato il mondo, come la pizza o la pasta, quest'ultima dall'estremo Oriente diviene  esclusivamente italiana.
Tornerei al sorbetto, agli arabi che, venuti in Sicilia già dopo i greci e prima dei normanni, lasciano in Sicilia grandi conquiste culturali e un'architettura stupenda.
I castelli della Zisa, della Cuba e di Maredolce ne sono un esempio a Palermo, dimore estive magnificenti per il diletto e il riposo della corte. Lascerei parlare l'iscrizione epigrafa posta sul cornicione del castello della Zisa (el Aziz ovvero il migliore, al-aziz ovvero la splendente):
"il più bel possesso del più splendido dei reami del mondo...Il paradiso terrestre che si apre agli sguardi".
Il Castello possedeva un bacino acquifero antistante che permetteva di umidificare la brezza marina che, per l'esposizione a nord-est, spirava dentro l'edificio per i tre grandi fornici posti sulla facciata e per la finestra belvedere  in cima.
La capacità di rendere al meglio e più confortevole la dimora durante i mesi estivi era frutto della sapienza degli architetti arabi. I bacini e le fonti d'acqua erano presenti anche all'interno dell'edificio, come da tradizione islamica, da realizzare la c.d. Sala della Fontana e fluivano per circa 130 metri dall'interno verso l'esterno dell'edificio. Attualmente sono stati ripristinati gli esterni così come si presentavano un tempo.
La Zisa è un unicum in tutto il Mediterraneo, dei similari palazzi nordafricani non restano che rovine. L'insieme del bacino e del giardino che lo circondavano facevano riferimento al paradiso coranico.
L' impenetrabilità dell'esterno e lo spazio fluido e avvolgente dell'interno richiamano la separazione tra sfera pubblica e privata del mondo orientale.
Le espressioni più belle degli interni sono la sala della Fontana e la sala Belvedere al piano alto.
La presenza della fonte d'acqua ricorda uno dei corsi d'acqua del paradiso coranico, tale sala prende il nome di salsabil. Un'immagine simile è dipinta in un'alveolatura del soffitto della cappella Palatina. L'acqua sgorgava al di sotto di un'aquila mosaicata, scivolava infrangendosi nei zig zag di una lastra obliqua (sardivan) e scorreva in una canaletta inframmezzata da due vaschette quadrangolari per poi confluire nella peschiera esterna. Lungo il bordo del sardivan sembrano inseguirsi pesci scolpiti. Ai lati stretti gradini mosaicati erano arricchiti da quattro pigne (ne rimangono due). Colonnine angolari definivano la sala i cui capitelli presentavano uccelli scolpiti tra le fronde e tre volticine alveolate  (muqarnas) da cui le donne dell'harem di Guglielmo sbirciavano i ricevimenti da cui erano escluse.
Nel mosaico sovrastante l'aquila, di fattura bizantina, i pavoni affrontati sono affiancati da due cacciatori che mirano ad uccelli nascosti nelle fronde degli alberi. Gli alberi, la frutta, gli uccelli scolpiti richiamano il giardino dell'esterno in un gioco di intrigante e reciproco rispecchiamento.
Gli affreschi alle pareti, che il recente restauro del 2008 ha messo in evidenza, sono seicenteschi e dunque successivi, rappresentano scene di baccanali.
Ricorderei i Diavoli della Zisa affrescati sulla volta dell'arco che introduce alla Sala della Fontana.

Clotilde Alizzi

martedì 27 gennaio 2015

La guerra dei sei giorni

6 Giugno 1967. In soli sei giorni cambiò il volto della Nazione. Mi chiamo Abhram Olokan, sono ebreo, ho 94 anni, i mei genitori vennero in Terra di Palestina dopo il primo grande conflitto chiamato Prima Guerra Mondiale. Ci spostammo dalle Regioni Russe, mio nonno raccontava  che da prima di arrivare nella nostra Terra Promessa subivamo la persecuzione per la nostra religione, l'abitudine a non mangiare maiale e a tenere i boccoloni sotto la papalina nera. Adesso non è diverso. Noi prepariamo il pastrami ancora secondo la tradizione ebreo russa con la carne in salamoia e lo accompagnamo ai cetriolini. Che male c'è se vogliamo cucinare il pane in forno dopo averlo bollito e consumare l'agnello con pane azzimo?
Molte cose sono cambiate da quando giungemmo in Palestina. Abbiamo dovuto lasciare le terre coltivate per ben due volte, abbandonando ettari ed ettari di agrumi. Le disposizioni dell'ONU cambiavano continuamente e i gruppi politici che ci guidavano prendevano spesso posizioni opposte anche tra loro. 
Noi vogliamo solo aprire la tavola per il banchetto pasquale e arrivare alla fine di questo, mangiare il pane azzimo assieme all'agnello in ricordo dei nostri antenati che Dio liberò dalla schiavitù dell'Egitto, sposare le nostre donne e osservare il sabato leggendo i versetti della Torah. Nel timore di Dio vorremmo cantare le lodi del Signore di Abramo, Mosè, Isacco. 
Vennero molti e molti ebrei dopo il grande conflitto chiamato Seconda Guerra Mondiale. Arrivavano a migliaia e diventammo milioni. 
La terra non bastava più, i campi avevano bisogno d'acqua per diventare fertili e sfamare tutte quelle bocche. L'acqua del fiume Giordano e le coste sul Mediterraneo per incentivare i commerci. Così iniziò il primo conflitto arabo-israeliano. Ma solo la Guerra dei sei giorni cambiò definitivamente il volto della terra di Palestina. Fu una carneficina. Il conflitto fu sempre voluto dagli arabi ma furono decimati, i territori invasi, scacciati e derubati delle loro terre, respinti ai confini divennero profughi verso l'Egitto, la Siria, la Giordania. Il popolo di Dio trionfava, suonando le trombe nel nome del Signore, la polvere invase i campi, il cielo divenne una cappa nera di fumo e fiamme.
Per sei giorni tuonarono i colpi del nostro esercito come le trombe del giudizio. 
I superstiti della Grande Guerra, dicono, che avessero subito l'Olocausto, ma io dico che avevano annidato il male nel loro cuore.
Il male genera altro male, la cattiveria umana trova appagamento nell'infliggerlo. Il male che inflissero in quei sei giorni non fu in nome della razza, lo fecero in nome della sopravvivenza ma non basta a giustificare quello che avvenne, nè quello che avvenne in seguito.

Abhram Okalom 


(Clotilde Alizzi)

venerdì 23 gennaio 2015

Da Piazza Marina al Ponte dell'Ammiraglio (Palermo)


Da Piazza Marina passando davanti alle cancellate in stile liberty di piazza Garibaldi voluta dal Basile e corredata di una delle più belle fontane di Palermo, la fontana del Garraffo, fontana barocca del '600 in cui nome significa abbondante acqua, si giunge per Via Longarini all'angolo destro e basso ove c'è lo Steri, adesso sede del Rettorato di Palermo, una volta palazzo della Santa Inquisizione che tante morti diede nel bel mezzo di quella stessa Piazza. E tagliando per quella corta stradina si giunge in Via Alloro.


Imboccata Via Alloro, verso il mare, girando a sinistra, troviamo un altro splendido palazzo, subito dopo S.Maria degli Angeli detta La Gancia, Palazzo Abatellis sede della Galleria Regionale, secondo esempio di architettura gotico-catalano. Io mi fermerei un po' qui, anzi ci entrerei proprio per andare ad ammirare un capolavoro che ci invidia tutto il mondo. E noi lo abbiamo qui, possiamo andare a trovarlo tutte le volte che se ne ha voglia, omaggiarlo di attenzione e sguardi, seguire quello sguardo sfuggevole, avvolto nel manto azzurro, posare lo sguardo su quelle mani sospese a mezz'aria, quasi una difesa, un avvertimento, una disponibilità.
Il capolavoro assoluto dell'arte rinascimentale è l'Annunciata di Antonello da Messina (Messina 1430-1479).
Lo dipinse in una fase tarda della sua produzione, nel 1476. Si è già affrancato dalla lezione fiamminga che lo vuole attento ai dettagli, ma non nei ritratti, raffigurati a tre quarti. La perfezione dell'ovale e gli occhi perduti nel vuoto, emergono dal manto azzurro che una mano stringe sul seno, l'unica difesa che porge al progetto divino di farne la sua dimora. E' intenta nell' atto di dare una risposta, o è appena andato via l'Angelo, in un atteggiamento riflessivo ed estraniato. Questo lo rende il capolavoro, la mano sospesa in aria aperta sul libro che legge, ha il segno dell'accettazione o dell'attesa per l'Angelo, prima della risposta. Questo dipinto fu inteso da molti non appartenente ad Antonello, fu attribuito al Durer che a Palermo aveva dipinto molti quadri nel 1800. Fu l'intuizione dello studioso Di Marzo che ne fece l'attribuzione ad Antonello ravvisandone i tratti antonelliani dell'opera, soprattutto nel pollice rigido della mano destra.
Ultimi studi datati aprile 2013 da parte dei Beni Culturali di Palermo hanno svelato alcuni misteri: c'è una parte aggiunta in un secondo tempo, il velo che accompagna il volto nella parte destra è stato dipinto in un tempo successivo. Inizialmente si intravedevano i capelli della Vergine, ma un pudore che deve accompagnare la madre del Salvatore del Mondo vuole che non mostri i capelli, Antonello provvide così a nasconderli sotto alcune pennellate di colore. Il libro sul leggio contiene le profezie che la riguardano.
Lasciamo Palazzo Abatellis e Via Alloro all'altezza della Chiesa di S.Maria Della Pietà, svoltiamo alla nostra destra, ci incammineremo per Via Messina Marina fino a Piazza Scaffa. 
Qui troviamo un vecchio ponte, il ponte dell'Ammiraglio (1131) costruito dall'Ammiraglio di Re Ruggero I per permettere il passaggio sul fiume Oreto che a quel tempo aveva la foce lì. La bellezza del ponte sta nei dodici archi acuti che ne sostengono le volte, consentendone  maggiore  capacità statica al peso da sopportare, mentre quelli più piccoli, meno acuti, hanno la funzione di alleggerire il carico e al tempo stesso smaltire la pressione del fiume. Un'opera di alta ingegneria in periodo medioevale.

Su questo ponte si combattè la battaglia tra i Borboni e le truppe garibaldine nel 1860 che permise l'annessione di Palermo al Regno dei Savoia, lì infatti le truppe dei Borboni attesero i Mille di Garibaldi poiché era l'unico ingresso alla città per chi proveniva da Sud. Poco più in là la Chiesa di S.Giovanni dei Lebbrosi. Alto esempio di architettura romanica e araba stupenda assieme alla Chiesa di S. Giovanni degli Eremiti, S.Cataldo in Discesa dei Giudici, nonché la Zisa e la Cuba...ma di questi ne faremo una trattazione a parte.

(Clotilde Alizzi)