Il 13 Dicembre è il giorno più corto che ci sia, lo dice un
proverbio. Mancano solo diciotto giorni alla fine dell'anno. Santa
Lucia è la protettrice degli occhi, vergine martire siracusana
raffigurata con una lampada simbolo di luce e una palma, metafora del
martirio, e un evidente messaggio a non guardare persone e cose
nocive e consigli per votare ( no olio, no ex, si agli ex voto con
gli organi d'argento mantenuti o ritrovati ).
martedì 13 dicembre 2016
venerdì 9 dicembre 2016
Cernia Tossica - Recensione di un libro letto
Una sfida farne la recensione. Recensione di un libro letto e reinterpretato, già so cosa direte - solo tu potevi trovarci certe sfumature. Io ci ho cercato il sesso, nel senso che mi sono subito interrogata se il libro fosse più facilmente indirizzabile a un pubblico femminile o se si trattasse di un libro adatto ai masculi; certo parla di finanza, di economia, di problematiche sociali forti, di pesca subacquea - un libro dai forti interrogativi tipo sott'acqua ci sta meglio un uomo? Gli affari finanziari solo per masculi, le femmine si occupano di borse e bilanci, che i conti è dimostrato che li sa fare meglio una donna dal pescivendolo. Cernia Tossica è "un libro ermafrodita", così lo voglio definire, il libro è suo, di Giorgio D'Amato, ma la recensione è mia! Al maschile o al femminile è libro che va a letto subito, non ci sono santi che sudano, (lo taglierebbe) ma pesci morti, tracce di autobiografia sospetta, carne trita e mozzarella a fili lunghi lunghi dentro al riso, che sua madre è brava a fare le arancine; ci stanno i cani e rampicanti intorno alla ringhiera che forse è la stessa e "cernie offese" a pendolare alle sbarre del cancello non se ne vedono più da anni - ora ci appendono il sacchetto con il pane (io l'ho visto). Che bel tronco di uomo questo Germano, lo immagino così muscoloso, bello, sicuro, alto, furbo, protagonista ambizioso, narciso, quanti gradevoli aggettivi che lo scrittore in questione me li editerebbe tutti; come resistere a occhi azzurri dalle sfumature cangianti, al protagonista maschile forzuto e padrone della scena! siamo già innamorate di lui e lo scrittore ce lo fa vedere correre nudo tra i prati - Rosà ti strappo le mutande! In tante potremmo essere Rosanna, Candy Candy nell'intimo che una "vasata terensiaca" a Germano gliela daremmo, pagine che ci fanno sognare, rimandi pittoreschi con "riferimenti heidiani"...solo piena natura su sfondo di monti e bestiame, e Germano stuzzica il masculo, il Peter che si nasconde dentro di voi; e potete tirare fuori la lingua con Cernia Tossica in mano, un libro anche al femminile che tutte noi donne amiamo il tipo bad boy, e Germano lo è: tipo tosto, duro al punto giusto e cattivo perso, e quindi nella fantasia femminile da cambiare, da riportare sulla giusta strada, anche se qui di conversione l'autore non ne parla, (al liceo lui preferiva leggere Kundera piuttosto che Manzoni) non parla delle suore crudeli a cui avrebbe voluto pisciare in faccia alle elementari e della sua sindrome da filo interdentale, ma solo di pesci ammazzati, di gabbie dorate, di macchine di lusso, notti da sballo in un paese vuoto, ruote di motorino bucate, corse pazze, tuffi dall'alto del muretto, tazzine di caffè da lavare, scavazzo di limoni ( no forse scritto nel romanzo precedente o nel prossimo ) nel mentre raggiunge l'apice dell'ermafroditismo: lei legge, intellettuale diversa non cessa, in realtà dei pesci ne fa acquerelli, lui scrive, è uno che conta e le derivate le cerca tra le parole o traccia su un foglio da disegno. " Lo so, è terribile. " Provate a trovarci altro.
Nina Tarantino
Nina Tarantino
mercoledì 7 dicembre 2016
Cernia Tossica - Recensione di Adelaide J. Pellitteri
Leggere il libro di un autore che si conosce personalmente, comporta le sue difficoltà.
Fin dalla prima pagina senti la sua voce, riconosci le parole che usa più spesso e fai fatica ad entrare nella storia. Soprattutto se il personaggio narrante è una donna e l'autore un uomo.
Allora, per questa recensione, comincio proprio da lui, l'autore.
Il nome, Giorgio D'Amato, è uno sparo di luce.
È riportato in bianco sulla copertina a campo nero. Spicca più del titolo stesso, Cernia tossica, che comunque non potrebbe passare inosservato.
Il libro prenderebbe subito il lettore, ma io ho ancora la voce di Giorgio alle orecchie, mi servono 50 pagine prima di "liberarmi" di lui.
Però - perché c'è un però - a quel punto scopro che è stato merito suo se alla fine è sparito dalla storia. Il personaggio, anzi i personaggi, hanno preso vita propria, faccia, personalità.
La storia incalza ed è una bella storia.
Si potrebbe parlare di diavolo ed acqua santa, per dire che è l'incontro sfortunato tra chi ha intelligente cultura e aspirazioni letterarie e chi, invece, altro non è che un becero materialista: un arruffone della peggiore specie.
Rosanna detta Rosà, involontariamente diventa facile preda dell'uomo illetterato e avido; farà di lei un suo strumento.
La storia si evolve spiegando molti dei meccanismi che da decenni affliggono la nostra economia, mortificano la nostra cultura e demoliscono il nostro futuro.
Siamo al dunque come epoca e come sentimenti.
Giorgio D'Amato, secondo me, nel sottotesto ci dice anche come gli zoticoni abbiamo un bisogno estremo dei "colti" che senza la loro collaborazione non andrebbero da nessuna parte, non saprebbero neppure "presentarsi".
Ed ecco che allora anche una storia d'amore fatta di attrazione animalesca, trasforma i due personaggi in braccio e mente, ma qui la sorpresa, la mente e l'avido, il braccio la letterata. E i loro sentimenti (se pure diversi) viaggiano in "tandem" diventano veicolo per loschi traffici e grandi affari.
Un’escalation di truffe e raggiri, partendo dal gradino più basso, il riciclaggio di denaro sporco, poi i diplomi regalati, gli agganci con i Ministri e via via in un crescendo semplice e pedissequo, quanto perverso e, soprattutto, accompagnato da belle lettere di presentazione.
Un spaccato d'Italia, ancora sotto in nostri occhi.
Un libro che stupisce per i suoi giochi di "potere" visti sotto una luce che non ti aspetti.
Adelaide J. Pellitteri
Adelaide J. Pellitteri
lunedì 5 dicembre 2016
Saltatempo, di Stefano Benni, a cura di Adelaide J. Pellitteri
Ci sono libri che ti fanno venire la voglia di imparare a scrivere, poi ci sono altri che ti dicono di smettere, perché - se pure ritenevi di avere un po’ di stoffa (magari solo per un buon trafiletto, scritto sotto dettatura di qualche spirito vagante) - prendi coscienza: la tua stoffa (cioè la mia) è veramente poca. Ok, dopo un libro così mi sento felicemente a pezzi.
Ho ascoltato il consiglio di un giovane universitario, l'ho sempre detto: ascoltare i giovani fa bene.
Così, ho appena finito di leggere il libro ed è stato un viaggio bellissimo.
Per recensire un autore come Benni ci vorrebbe almeno un millesimo della sua fantasia, ma questa è spropositata, quindi, io posso solo provare a farvi venire appena-appena un po' di curiosità (ci provo).
Se avete voglia di spaziare tra mille generi insieme beh, non avete che prendere Saltatempo e tuffarvi nel primo fiume che vi viene tra le dita. Gnomi, dee e gnocche stratosferiche sono alcuni degli ingredienti, poi c'è la politica, l'amicizia... aspettate sto facendo un po' di confusione.
Partiamo da principio (sempre che un "principio" ci sia, nel senso di uno solo). Ok: un ragazzino che abita in un minuscolo paese dominato da un bosco, scarpagna verso valle per andare a scuola.
Sono - e saranno - gli stessi passi che muoverà verso la vita. Scarpagnando sempre, saltellando tra fossi e collinette, una strada sempre accidentata, a volte sorprendente a volte pericolosa.
Attraverserà il tempo con il suo orobilogio, saltandolo e ritrovandolo, sperimentando il sesso, l'amore, l'affiatamento, la giustizia, la rabbia, la vendetta.
Vedrà la sua valle e tutti i dintorni messi a soqquadro dall'allettante futuro, cioè la corruzione, l'interesse personale, l'ottusità.
Attraverserà la storia del suo "paese" quale è stato anche il nostro, l'Italia (in seno all'Europa).
Le stragi di Piazza Fontana, le scuole occupate, la libertà sessuale, le molotov, le vincite al totocalcio, le frane, gli arresti, la droga.
Ma se pensate che per argomenti del genere occorra un linguaggio adatto - cioè serio e profondo - vuol dire che non vi ho ancora spiegato come l'autore scriva e descriva ( e infatti come faccio a spiegare la scrittura di Stefano Benni?). Avete presente la ricerca ossessiva degli aggettivi corretti? Ecco, lui fa l'esatto contrario, solo che l'aggettivo - che non ci azzecca nulla - lo azzecca perfettamente. Rendo l'idea?
Nel corollario ci sono i lucci con i piercing e i musi segnati dai pescatori. Poi gli elfi e la strega Berega, il Dio allegro, lo gnomo Boleto...
Il libro è un fantasy umoristico esilarante, ma a tratti anche un thriller, un giallo, un libro di memorie, o sulle questioni pubbliche e anche private, molto private, e poi c'è la morte, quella giusta e quella ingiusta come è la morte da sempre, ma poi c'è anche la vita, quella nuova che cammina sulle scarpe di ginnastica con un viluppo di lacci, color rosso fuoco.
mercoledì 30 novembre 2016
Pasolini. Ragazzo a vita - di Renzo Paris
Ho letto tutto d'un fiato questo libro. Perchè ti prende fin dalla prima pagina. Anzi, ti accoglie tiepido per darti il fuoco man mano. Ho assistito alla presentazione del libro con l'autore, ne ha fatto una visione edulcorata per rispetto verso l'artista e la memoria. Di fatto, parlare di Pasolini non è facile. Ma via via leggendolo ne offre una visione molto aderente. Ripeto, parlare di Pasolini non è facile. Non lo era allora quando visse, in una Italia violenta, scossa dalle stragi, lotte, sconfitte e delusioni, quando i morti ammazzati erano sulle strade, nei cortei, tra le fila rosse e nere. Erano i tempi del Movimento Studentesco, delle lotte operaie ma Pasolini fa il distinguo da subito. Bolla il Movimento Studentesco nella sua “Il PCI ai giovani”, guarda altrove e lontano, ”vedendo” in questa Rivoluzione l'estremo cambiamento della borghesia nei confronti di se stessa, e il fine ultimo delle lotte operaie: il villino al mare. Il cambiamento operato da queste “Rivoluzioni” muterà alcune libertà, permettendo altre leggi di mercato, cambiamento definitivamente concluso nella globalizzazione. Il suo canto solitario, come quello del cigno prima di morire, e rimasto isolato, ha guardato al futuro, anticipandolo. Il suo atto d'accusa, il suo “io so” che dà vita al suo ultimo romanzo, Petrolio, il suo scavare nel fianco delle stragi, lo rendono scomodo e inquietante. Perchè le stragi sono state guidate da un unico fautore: le “mafie”, come egli afferma.
Nel libro che parla chiaro, degli ambienti letterari di quella Roma dei salotti di Laura Betti, e dei suoi ospiti, Moravia, Elsa Morante, Scola, Renzo Paris delinea il tessuto culturale e socio-politico del periodo di Pasolini. Rievoca la “sua" famiglia culturale, ove Emilio Gadda, anziano ormai, ha il ruolo del nonno e via via, la madre “fallica” Laura Betti, il fratello maggiore Pasolini, ecc.
Il filo del ricordo non è facile, spesso è doloroso ma lucido, documentale, ripercorre il doloroso momento della morte dello scrittore senza indulgere a spiegazioni a tutti i costi, rendendoci invece come lui l'ha vissuta. Il linguaggio è fantastico, frammentario a tratti, e colmo di frammenti. Affabulazione ad esempio, la tragedia in cui Pasolini ricrea l'analisi freudiana del rapporto Padre/figlio e di cui Paris ci restituisce frammenti di quella copia originale dattiloscritta che lo scrittore gli affidò, forse perche Paris in friulano significa padre/figlio, dove l'esito finale è il sacrificio - quasi cristiano- del figlio. Pasolini figlio, dunque, la cui poetica ne esce vittoriosa, che incarna il suo spingersi ai limiti, negli ambienti ultimi a buttare il suo corpo nella lotta, pedagogo e padre/figlio di quei ragazzi di vita, amante e sacrificio, ragazzo a vita.
Pasolini amava chiedere: Se nel deserto incontri un leone affamato che deve nutrire i suoi cuccioli quale scelta farai?
Clotilde Alizzi
lunedì 3 ottobre 2016
Verso la fine del Mediterraneo
C'è un tempo per affannarsi, indotte chiare
esigenze a muovere braccia, piedi e
gambe, a urlare per comunicare l'urgenza, la necessità dei volti di chi prende
la Via del Mare, dopo aver atteso, derubato di ogni avere, e della dignità.
L'urgenza di sollevarli dall'acqua, ancora sopravvissuti, forse, ancora per un
po', se non sei pronto. In quel gesto che non mediti si innesta tutta la
misericordia. Non la pensi e l'incarni.
C'è un tempo poi in cui l'onda ferma scivola via, verso la fine del Mediterraneo
che possiede di là rive ricche di sabbia e scogliere ferme al centro di azzurri
cristallini, e il sapore salato delle lacrime percorre la rotta che origina da quelle rive. Non hanno colori, si sporcano le acque dell'inchiostro
della piovra nera che inghiotte vite. Allarga i tentacoli nelle notti e arriva.
Ha il volto dei fuochi che bruciano nelle stive, liquefà la pelle, soffoca
polmoni, schiaccia ossa, orbite, gole. Sono i cimiteri del mare le
stive pigiate di chi non arriverà mai. I cimiteri da cui scappano, hanno
camminato il deserto, i loro piedi di polvere, imbiancati lungo la strada,
hanno lasciato la terra bianca o rossa, soffocato e succhiato il loro sangue,
la stessa lo assorbe avida. Non finirà
mai, mai.
Lo strazio di quegli occhi non finirà mai. Intanto si innalzano
nuovi alti muri.
Clotilde Alizzi
giovedì 29 settembre 2016
Vanità Soldi Fango, di Alessio Castiglione - recensione di Adelaide J.Pellitteri
Per me che amo i mallopponi (del genere “Un cappello pieno di ciliegie” di Oriana Fallaci, 859 pagine) trovarmi in mano il libro di Alessio Castiglione mi lascia perplessa. È un romanzo breve, lo sapevo, ma guardo il dorso e non arriva nemmeno a un centimetro (a casa ne avrò la conferma, poco più di mezzo centimetro)! La curiosità vince. Conosco Alessio per via della mia passione letteraria, ho partecipato ad un paio di incontri di scrittura en plein air. Esperienza fantastica (ma questo è un altro discorso).
Proprio
in quelle occasioni ho avuto modo di ascoltare i suoi racconti, scritti in meno
di un'ora, con uno spunto dettato all'ultimo momento. Alessio mi conquista
subito con una sensibilità fuori dal comune. I suoi racconti ti lasciano sempre
qualcosa addosso, come una coperta, una sensazione, una speranza; qualcosa che
gratifica l'ascolto, puntualmente.
Leggo
il suo libro Vanità soldi fango in poco più di un paio d'ore, e non riesco a
credere che un romanzo tanto breve non abbia bisogno nemmeno di una sola pagina
in più.
È
bellissimo per l'orrore che descrive, in così poco inchiostro c'è tutto un
mondo, una didascalia di sentimenti infinita.
Nonostante
il "fango" percepisci il distacco del personaggio principale, e la
morbosità descritta - noti - non è quella dell'autore, ma dei loschi individui che
si muovono all'interno delle pagine. Un pregio unico, che hanno solo gli
scrittori (quelli veri, intendo).
Forse
questo romanzo farà parte della nuova letteratura, quella breve che al momento
ci fa amare i racconti, i testi brevi che prima si snobbavano.
Un
grosso in bocca al lupo ad Alessio Castiglione, e grazie per averci regalato un
testo come questo.
Adelaide J.Pellitteri
sabato 24 settembre 2016
A futura memoria
Leggo che la città in cui abito ormai da diversi anni, è definita in un post: masseria; questa parola per associazione di idee mi fa pensare alla masseria delle allodole, libro scritto qualche anno fa da una discendente del popolo armeno con l’intento di ricordare al mondo ciò che contro quel popolo si è perpetrato. Memoria.
Allodole invece mi fa pensare agli specchietti per le allodole, ecco cosa possono essere alcuni post. Si utilizzano parole che ne ricordano altre, se ne usano alcune in maniera impropria. Scempio per esempio. scémpio2 s. m. [lat. exĕmplum, nel senso partic. di punizione crudele che serva di esempio]. – 1. Atto di violenza crudele e raccapricciante, strazio. Caspita, mi dico, hanno ricominciato con gli strangolamenti all’Icre, e qualcuno adesso se ne è accorto? Alt, no, non scempio, conferimento di materiali.
Conferimento di materiali in un luogo che qualcuno vorrebbe innalzare a monumento della memoria, l’uso del termine campo di sterminio (non userò per la seconda volta le parole di un pentito) confonde gli ingenui ed agevola i marci. Quando muore un uomo, che in vita è stato assassino, malavitoso, mafioso, ucciso da uno come lui, (facenti parte di un sistema che arricchisce pochi a detrimento di uomini e risorse della comunità) se sono credente penso: pietà all’anima sua, viceversa penserò al concime organico, alla terra - polvere siete!
L’Icre ex magazzino del ferro, è un maiasienu, luogo inospitale, esteticamente non bello, inadeguato ad ospitare scolaresche, laboratori o eventi culturali che possano durare più di una giornata - non è nemmeno dotato di servizi igienici.
Alcuni lo hanno anche definito un luogo di memoria! Nella storia quali sono i luoghi di memoria? Lo storico Pierre Nora dice che “luogo della memoria è un’unità significativa, d’ordine materiale o ideale, che la volontà degli uomini o il lavorio del tempo ha reso un elemento simbolico di una qualche comunità…” L’Icre è o potrebbe diventare ciò? La memoria di quello che non vorremmo essere, si, potrebbe. Dunque non un circolo sacro dentro cui innalzare altari, dove tanti vorrebbero officiare la propria messa personale, personali ostie da imboccare ad una comunità colpevole sicuramente di omissione e di omertà, e così recuperarla alla santità. Noi pensiamo che una pena sia necessaria, che l’ostia sacra da officiare sia da riservare nelle chiese alla comunità dei pentiti e redenti.
Tenuto conto che i luoghi di commemorazione dovrebbero essere quelli in cui ad essere trucidati (e questa è una parola appropriata) siano stati i servitori dello Stato e i cittadini onesti (scusate la banalità della parola onesti) – a nostro parere l’Icre non potrebbe diventare ciò. Tra quelle mura sono stati uccisi uomini di cui la comunità avrebbe fatto volentieri a meno e che non rappresentano lo Stato civile. Cosa fare allora di questo maiasienu?
Scoppia lo scandalo, l’Icre dal silenzio si risveglia, dopo essere stata tomba e vergogna, diventa luogo di conferimento di materiali, riprende la funzione di magazzino; materiali, non RIFIUTI, che opportunamente raccolti possono avere una seconda vita: RIUTILIZZO, RICICLO e RECUPERO.
Ecco che la destinazione dei beni confiscati ai mafiosi trova una valenza sociale!
“La gestione dei rifiuti va riferita ai principi di responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell’utilizzo e nel consumo di beni da cui originano i rifiuti.
Il concetto di responsabilità condivisa espresso dalla normativa italiana prevede che tutti, imprese, pubblica amministrazione, consumatori concorrano al raggiungimento degli obiettivi generali di raccolta e riciclo.
La certezza del raggiungimento di questi obiettivi si può avere solo se al loro ottenimento parteciperanno tutti, ognuno nel proprio ruolo.”
E questo non sarebbe RISCATTO!?
Cultura è anche altro rispetto a ciò che siamo abituati a considerare, non soltanto libri o spettacoli. La gestione dei residui post consumo presuppone la conoscenza e l’informazione mirata, sensibilizzare il cittadino alla cultura che il rifiuto non esiste; è chiaro che ci si scontra con lo scetticismo e l’abitudine incancrenita di coloro che RIFIUTANO il cambiamento. Esistono materie che devono essere reinserite nel ciclo della vita (economia circolare).
Accidenti quante cose si possono imparare parlando ri munnizza!
Non dimentichiamo che quando si cerca di scardinare il “sistema rifiuti” consolidato, si spezzano equilibri che ad alcuni, per decenni, hanno garantito la salvaguardia di grandi interessi economici; ci si scontra contro le logiche economico-politiche di un sistema che fino ad oggi si è basato sul conferimento nelle discariche, spesso anche in violazione alle principali norme comunitarie, e che non può funzionare perché toglie risorse e lascia inquinamento alle generazioni future, ai nostri figli ed ai nostri nipoti.
E così, sia.
Adele Musso per AAS
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mercoledì 21 settembre 2016
NewBookClub on the road: Piazza Monte S. Rosalia
Ultimo incontro estivo, in Piazza Monte Santa Rosalia, ecco! Location
simbiotica e accogliente, tra odore di legno e libri ( circa 45.000
) ci sta la libreria di strada del Signor Piero Tramonte e ci sta il NewBookClub; ultima tappa di una serie di incontri itineranti che ci
hanno fatto compagnia da Primavera a Estate, in diversi punti della
città dalla Vucciria al Massimo alle Vergogne di Palermo.
lunedì 1 agosto 2016
La Frontiera
E’ stata replicata l’opera di Maurizio Padovano “La Frontiera”
interpretata da un gruppo di studenti del Liceo Classico “
Francesco Scaduto” di Bagheria con l’eccellente regia di Rinaldo
Clementi. Questa seconda volta è andata pure meglio della Prima che
era stata rappresentata nella Cavea dell’Istituto il mese scorso. A
mio giudizio l’opera ha reso di più, è andata ben oltre, la
funzione didattica che molti gli hanno, probabilmente, attribuito (considerando la presenza del pubblico formato prevalentemente da
insegnanti dell’Istituto e dai parenti dei ragazzi protagonisti).
Un ottimo prodotto questo lavoro, anche per l’impegno dei ragazzi stessi, bravi tutti, in particolare gli interpreti maggiori: Francesco Carollo e Francesca Padovano, rispettivamente per il personaggio del Giudice e della Donna indigena che lui accoglie e cura nella sua casa (che rappresenterà agli occhi di chi poi lo accuserà di tradimento, testimonianza della sua colpevolezza). La Frontiera è una riflessione articolata sugli eventi drammatici che si stanno accumulando sulla nostra contemporaneità, le guerre del Medio Oriente, con le sue tragiche conseguenze sulla popolazione di quei luoghi; conseguenze che producono fenomeni a catena che non si fermano sulle coste dell’Africa, come tanti vorrebbero. La catena degli eventi è trascinata non dalle notizie (che per la maggioranza dei casi ci lasciano indifferenti) di uomini privati della libertà, confinati in corridoi di terra, privati perfino di uno stato e di una cittadinanza, torturati e resi prigionieri, ma ci arrivano insieme agli uomini fuggiti, per fortuna e per paura, per speranza forse, imbarcati su relitti di barche, su legni e gommoni, che si disperdono e che si annegano e dei quali spesso ci giungono gli stracci, le scarpe - più resistenti dei loro corpi umani che necessitano del respiro per sopravvivere. Nell’opera, la colpa del Giudice consiste nel non voler riconoscere in questi uomini e in queste donne che si accalcano alla Frontiera dei nemici, ma solo persone in cerca di un luogo più sicuro in cui poter vivere. Emerge con forza nel testo l’inganno a cui noi contemporanei, partecipi della tragedia che si sta consumando nel mediterraneo siamo soggetti, costretti a guardare questi uomini e queste donne che lottano contro la morte e provano a raggiungere le nostre coste, se mai le raggiungeranno, come nemici, ora, perfino come terroristi. Un racconto convincente, quasi una profezia. Esso ci mostra in che modo il volto pacifico del nomade, in quel caso, si trasforma, (attraverso le parole pronunciate dal generale ), nel volto minaccioso del barbaro che ci insidia, che minaccia la nostra pace, la nostra cultura, il nostro paese; e come sia sbagliato innalzare noi stessi, i nostri corpi e le nostre menti, in forza a questa menzogna, come muro. Padovano si è fatto aiutare da Eschilo, per dirci questo. L’antico drammaturgo, ci dice il coro, ci annuncia che se perdere la memoria ha una sua ragione, pure nella memoria si cela la risposta alle nostre domande, lei ci viene in soccorso per smascherare l’insidia più grande che trasforma le vittime in colpevoli e i popoli inermi in eserciti agguerriti. Ho visto sfilare davanti a me una tesi insolita, da tempo evitata, la “questione palestinese” ormai sembra cosa superata, annullata da altre storie di ghetti e di massacri. E mi è sembrato di intravedere in questo, se non l'origine, almeno il fondo. Nessuno parla più di Palestina e dei palestinesi. L’onda si allarga e i colpevoli sono “loro” i migranti verso cui impareremo a costruire una nuova frontiera, un muro più poderoso di quello che serviva a fermare il comunismo russo. E questo mi serve per dire che su quella scena ho visto aggirarsi, fra gli studenti del Liceo, nientepopodimeno meno che Brecht! che ci ricorda che lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione. (ahimè, l'ho fatto!) Era presente ovunque nella narrazione infarcita di numerosi elementi parodistici che accompagnavano la sceneggiatura “estraniante” tipica del “teatro epico” che il drammaturgo tedesco riteneva essere necessaria per attivare il “distacco” critico. Bello spettacolo, insomma, per me, oltre che interessante. Mi ha ricordato una poesia che vorrei aggiungere a questo commento, una poesia che parla di migranti e che ho sentito evocare sulla scena, quando si fa menzione alle “scarpe” che galleggiano nel mediterraneo.
Un ottimo prodotto questo lavoro, anche per l’impegno dei ragazzi stessi, bravi tutti, in particolare gli interpreti maggiori: Francesco Carollo e Francesca Padovano, rispettivamente per il personaggio del Giudice e della Donna indigena che lui accoglie e cura nella sua casa (che rappresenterà agli occhi di chi poi lo accuserà di tradimento, testimonianza della sua colpevolezza). La Frontiera è una riflessione articolata sugli eventi drammatici che si stanno accumulando sulla nostra contemporaneità, le guerre del Medio Oriente, con le sue tragiche conseguenze sulla popolazione di quei luoghi; conseguenze che producono fenomeni a catena che non si fermano sulle coste dell’Africa, come tanti vorrebbero. La catena degli eventi è trascinata non dalle notizie (che per la maggioranza dei casi ci lasciano indifferenti) di uomini privati della libertà, confinati in corridoi di terra, privati perfino di uno stato e di una cittadinanza, torturati e resi prigionieri, ma ci arrivano insieme agli uomini fuggiti, per fortuna e per paura, per speranza forse, imbarcati su relitti di barche, su legni e gommoni, che si disperdono e che si annegano e dei quali spesso ci giungono gli stracci, le scarpe - più resistenti dei loro corpi umani che necessitano del respiro per sopravvivere. Nell’opera, la colpa del Giudice consiste nel non voler riconoscere in questi uomini e in queste donne che si accalcano alla Frontiera dei nemici, ma solo persone in cerca di un luogo più sicuro in cui poter vivere. Emerge con forza nel testo l’inganno a cui noi contemporanei, partecipi della tragedia che si sta consumando nel mediterraneo siamo soggetti, costretti a guardare questi uomini e queste donne che lottano contro la morte e provano a raggiungere le nostre coste, se mai le raggiungeranno, come nemici, ora, perfino come terroristi. Un racconto convincente, quasi una profezia. Esso ci mostra in che modo il volto pacifico del nomade, in quel caso, si trasforma, (attraverso le parole pronunciate dal generale ), nel volto minaccioso del barbaro che ci insidia, che minaccia la nostra pace, la nostra cultura, il nostro paese; e come sia sbagliato innalzare noi stessi, i nostri corpi e le nostre menti, in forza a questa menzogna, come muro. Padovano si è fatto aiutare da Eschilo, per dirci questo. L’antico drammaturgo, ci dice il coro, ci annuncia che se perdere la memoria ha una sua ragione, pure nella memoria si cela la risposta alle nostre domande, lei ci viene in soccorso per smascherare l’insidia più grande che trasforma le vittime in colpevoli e i popoli inermi in eserciti agguerriti. Ho visto sfilare davanti a me una tesi insolita, da tempo evitata, la “questione palestinese” ormai sembra cosa superata, annullata da altre storie di ghetti e di massacri. E mi è sembrato di intravedere in questo, se non l'origine, almeno il fondo. Nessuno parla più di Palestina e dei palestinesi. L’onda si allarga e i colpevoli sono “loro” i migranti verso cui impareremo a costruire una nuova frontiera, un muro più poderoso di quello che serviva a fermare il comunismo russo. E questo mi serve per dire che su quella scena ho visto aggirarsi, fra gli studenti del Liceo, nientepopodimeno meno che Brecht! che ci ricorda che lo spettatore non deve immedesimarsi durante la rappresentazione. (ahimè, l'ho fatto!) Era presente ovunque nella narrazione infarcita di numerosi elementi parodistici che accompagnavano la sceneggiatura “estraniante” tipica del “teatro epico” che il drammaturgo tedesco riteneva essere necessaria per attivare il “distacco” critico. Bello spettacolo, insomma, per me, oltre che interessante. Mi ha ricordato una poesia che vorrei aggiungere a questo commento, una poesia che parla di migranti e che ho sentito evocare sulla scena, quando si fa menzione alle “scarpe” che galleggiano nel mediterraneo.
I
Scarpi a mmari
A mmari
ci sunnu pisci strani, su pisci ‘ca un ciatanu, ma parranu.
Arrivanu
ri notti, umma umma, scappati di li peri, senza summa,
Su scarpi, parranu, vu rissi;
Cuntanu
ri peri sanguinanti, ri siti, ri disertu, ri fami e di duluri,
Ri sonnu
persu, e ri vuccuni amari, ri casi sdisulati, ri picciriddi rutti…..
Su scarpi
strani, sti scarpi ammari.
Cuntanu
stori can u’ vogghiu sintiri.
Arrivanu!
Curriti! Rici a genti ri mari, e ‘nveci ri scappari accurrinu chi rriti.
Eppuru
sunnu cosi ri scantari !
Rapunu
vucchi comi piscicani.
Si
mancianu l’aria frisca ra matina, u suli - su come ‘na fucina e abbrucianu lu
cori.
Si li
guardi ti penti ri essiri fra tanti - chiddi chi talianu ri luntanu,
E un
portanu mancu un coppu manu
Talianu e
ricunu: Cu su? Chi bonnu ri nuautri? Chi c’intramu?
A nostra
paci nui nun la pristamu!
Allura i
scarpi ammari s’arrabbianu, tagghianu li riti comu spati e
U sangu
s’arririversa ‘nta li strati.
Rosa La Camera
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